Pioggia di una sera d’autunno

Questo è il primo racconto che pubblico nel blog. Resterete con me in questa folle avventura? 🙂 Spero di sì…

Bene, ora sarò seria, perché a questo racconto tengo particolarmente.
Scritto a novembre, nella giornata contro la violenza sulle donne.

Pioggia  di una sera d'autunno

Autore: Irene Sartori (Erin Wings Krown)

Titolo: Pioggia di una sera d’autunno

Avvertimenti: temi delicati/violenza

Genere: racconto breve.

Sottogenere: Drammatico

N. di caratteri (sp. inclusi): 11.862

Dedica: Alle tutte le donne.


NOTE

Prima di continuare, vi prego di prendere coscienza di quello che andrete a leggere. Il mio racconto non vuole essere una testimonianza di un evento davvero accaduto (perché non lo è) e nemmeno un evento vissuto sulla mia pelle. Il racconto che segue è solamente frutto della mia “fantasia” e immaginazione. Quindi non mi prendo la responsabilità di eventuali “traumi” o ferite, che il mio racconto potrebbe riportare a galla in persone che hanno avuto esperienze simili o anche peggiori di quella descritta qui sotto. Sono presenti temi delicati e violenza.

Detto questo, buona lettura. Sentitevi pure in dovere di esprimere la vostra opinione, grazie 🙂


Da ragazza non credevo nell’angelo custode. Poi vissi un esperienza orribile che mi fece ricredere.
Loro esistono. E sono tra di noi.
Puoi essere a Roma, a Londra, a New York. Puoi essere ad Amsterdam, a Berlino o a Parigi. Ma lui ti troverà sempre. Non ti lascerà mai solo. arriverà con la pioggia a salvarti.
E con la pioggia se ne andrà via.

________________________________________________

Era un giorno nuvoloso quando conobbi lui. Camminavo per le stradine umide di Parigi, per una via di cui nemmeno conoscevo il nome.

L’aria penetrava per le fessure del mio cappotto, facendomi rabbrividire ad ogni soffio. Camminavo in fretta, la borsetta a tracolla stretta tra le braccia e ogni tanto guardavo il cielo nero, lanciandogli una muta preghiera perché non sfogasse proprio in quel momento, su di me, la pioggia che aveva in serbo da tutta la giornata.

Abitavo in uno squallido appartamento in una via buia e pericolosa. Era l’unico posto dove potessi riuscire a pagare l’affitto. Me ne ero andata dall’Italia da quasi un anno ormai, ma non avevo ancora trovato un buon lavoro. La cameriera un mese, barista un paio di settimane … tutti lavori che avevano termine dopo al massimo quattro mesi.

Arrivai nella mia via. Il cartello con il  nome non esisteva neppure. Quella era di sicuro la via più orribile di tutta Parigi. Barboni sdraiati per terra costellavano i margini della stradina buia, come un arredamento scialbo di una città abbandonato. Non riuscivo a capire come tutta la bellezza di una città come Parigi, potesse nel suo cuore contenere tanta povertà.

Passai in fretta davanti a loro, i tacchi dei miei stivaletti che producevano un rumore che pareva quasi fatto apposta per attirare l’attenzione. Avevo anche il rossetto rosso sulle labbra, quella sera e i miei capelli arruffati non avevano la ricrescita come al solito. Forse quella sera ero anche carina.

Ero quasi arrivata all’appartamento, quando mi si pararono di fronte due tipi poco raccomandabili. Erano in quattro. Due avevano una bottiglia di birra in entrambe le mani, un altro aveva talmente tanti piercing da nascondergli persino i lineamenti della faccia. Arretrai, cercando poi di aggirarli a destra, ma quello con i piercing mi bloccò la strada. «Cosa volete da me? lasciatemi in pace»  dissi, con la paura che cominciava a crescere dentro di me. uno di quelli con le birre in mano, emise una risata rauca. «Sei nostra, bella bionda» .

«No» . Cercai di nuovo di andarmene, ma quello con i piercing mi afferrò per le braccia. Provai a liberarmi, ma lui strattonandomi mi fece finire addosso alla parete di una casa. Urlai, ma tanto chi poteva sentirmi? In quella via non abita quasi nessuno, a parte drogati e malintenzionati. «Perché? Perché? Che vi ho fatto?»  lacrime cominciarono a rigare le mie guancie, singhiozzavo come una bambina. Ebbi la forza di colpire il ragazzo con i piercing, ma non gli feci neanche il solletico. Lui, per risposto, mi mollò un pugno dritto in piena faccia. Caddi a terra, continuando a piangere. Spuntai un dente insieme a un grumo di sangue e saliva. La bocca mi faceva male e tutto il viso sembrava come compresso da qualcosa, una specie si macigno. Sentivo la pelle ammaccata, laddove mi aveva colpito.

«Allora troietta, ancora voglia di ribellioni?»

Io singhiozzai, mentre il quarto uomo, che a prima vista mi sembrò sui trent’anni, mi tirava un calcio allo stomaco. Per un attimo non riuscii a respirare, poi tossii, tenendo entrambe le mani sul ventre come a cercare di eliminare il dolore sul mio corpo.

Subii altre percosse, mentre quello dei piercing cominciava a spogliarmi. E intanto i sue delle birre, tracannavano direttamente dallo bottiglie. Se la spassavano a vedere il mio corpo martoriato dalle botte, a sentirmi urlare e chiedere aiuto invano, a implorare pietà come un animale in gabbia.

Mi sentivo, un animale in gabbia. Avevo male dappertutto, stavano per abusare di me, e io non potevo fare niente. E pensavo: “Che gusto sarà picchiare chi è più debole di te? Cosa ci sarà di così bello?” La risposta ce l’avevo, ce l’abbiamo tutti. L’eccitazione. È almeno una delle tante risposta che mi vennero in mente quella sera, mentre quattro sconosciuti si divertivano con il mio corpo.

Pregavo, dentro di me, mentre le lacrime bagnavano la mia pelle bollente per le botte, mentre una sottile pioggia cominciava a cadere sulla stradina di Parigi. Solo lì pioveva, ne sono certa, poiché la pioggia fu la risposta alle mie preghiere, o solo il presagio di un angelo che stava per scendere dal Paradiso.

Alla fine furono solo all’incirca una decina di minuti, ma a me parvero ore, giorni, anni. Due minuti di percosse non passano mai. La sofferenza non ha tempo, perché il tempo non sempre può dare sollievo. Ma tutto passa, così diceva mio padre quand’ero piccola; e anche quello passò.

Quello con i piercing stava per “possedermi”, come diceva lui mentre mi sferrava l’ennesimo pugno in faccia. Ormai non ci vedevo quasi più, la mia vista era offuscata dal sangue e dal dolore. Solo quella fine pioggerella mi dava un po’ di sollievo, rinfrescando la mia pelle tumefatta, lavando via il sangue e dandomi un po’ di dignità nascondendo le mie lacrime ora mute. Avevo smesso di lottare ormai. A cosa serviva, se non a farli eccitare ancora di più? Così rimasi ferma, come una bambola di pezza, mentre mi sfilavano del tutto i jeans.

Avevo freddo. Provavo vergogna. Invece erano loro che dovevano vergognarsi, non io. Loro, quei quattro sudici mostri, che non ebbero però, per mia fortuna, il piacere di abusare di me sessualmente.

Perché arrivò il mio angelo, il mio angelo custode.

La pioggia si faceva più forte. Era fredda, ma non mi faceva male. Fu quasi una benedizione.

Successe in pochi istanti, quelli che possono colmare un’intera vita, quelli di cui puoi persino affezionarti. Ormai pensavo d’essere quasi morta; credevo che per me non ci fosse più speranza. Pensavo ai campi verdi e ai prati fioriti di Volterra, dove ero cresciuta con la mia famiglia.

Poi quella voce. Proprio quando Piercing stava per slacciarsi la cintura dei pantaloni. «Ehi, tu! Lasciala stare» . Sentii dei passi, che risuonano ancora nella mia mente, quando ci penso.

La risata roca di Birra parlante, l’unico delle birre che aveva parlato, mi invase la testa facendomi male. Ma il suono di quelle scarpe, quel ritmico passo sicuro, confortante, spense il dolore nella mia testa come un soffio di vento fa con il fuoco d’ un fiammifero; e come la pioggia faceva con il bruciore della mia pelle.

«Non c’è niente da ridere» . Di nuovo quella voce, fredda, forte. «Ho letto che dovete lasciarla stare.

«Vieni qui anche tu bell’imbusto, che ti mangiamo l’uccello a morsi!»

«Ve lo ripeto un’altra volta. Lasciatela, andatevene. E forse vi risparmierò» .

«Uhh, che paura … sono terrorizzato»  disse Piercing facendo versi da femminuccia. Attraverso la nebbia dei miei occhi gonfi, lo vidi alzarsi e andare verso quel tipo che vedevo appena. Un cappotto nero, lungo, fu l’unica cosa che mi rimase impressa di lui.

«Dovresti esserlo» .

Sentii i rumori di una lotta. A qualcuno dei due delle birre, cadde una bottiglia, poi un’altra, che andarono a frantumarsi sull’asfalto bagnato. La pioggia attutì il rumore, ma mi fece comunque spavento. Mi rannicchiai, ma non riuscii a fare altro. Faticavo persino a pensare, in quel momento.

Trascorse ancora qualche istante. Poi, tra urla e botte, capii che più di uno era a terra. Ormai avevo gli occhi completamente chiusi e non riuscivo ad aprirli. Quei passi si avvicinarono a me. All’inizio mi ritirai terrorizzata, poi però capii che lui. Era il mio salvatore. Fu allora che crollai in un pianto disperato. Non volevo morire, non dopo essere stata salvata da un angelo sceso dal cielo.

«Ehi, calmati, ora è tutto finito» . Parole come da copione. E continuò a sussurrarmele anche mentre m’infilava il cappotto e mi aiutava ad alzarmi. Non vedevo nulla, mi sentivo mancare.

Mi cedettero le ginocchia e sarei crollata a terra se lui non mi avesse prontamente sorretta.

Stretta al suo petto, mentre mi portava in braccio diretti chissà dove, mi parve quasi di vivere un sogno. Ero intontita, come dopo una flebo e le gocce di piogge che mi bagnavano la faccia erano così piacevoli che riuscii persino ad abbozzare un sorriso, anche se per tutto il tragitto continuai a piangere. Forse la verità è che, nonostante il dolore, la brutta esperienza che avevo appena passato e la paura di morire, le mie erano lacrime di gioia. Gioia per essere ancora viva. Gioia perché tutto, ormai, sembrava passato. Sarei potuta anche morire così, tra le braccia forti e sicure di quello sconosciuto che mi aveva appena salvato la vita.

Non ricordo di quando arrivammo in ospedale. Forse svenni, o forse no, ma non ricordo più nulla fino al mio risveglio.

Aprii gli occhi debolmente. Facevano male. Ero in una stanza chiara, pulita, rassicurante. Nel comodino accanto al letto, vidi la mia borsetta e ai piedi del letto trovai le mie scarpe. E un sorriso decorò il mio volte gonfio.

Quando mi guardai allo specchio, giorni dopo, quasi non mi riconobbi. Sembravo un mostro. I medici mi dissero che non avevo subìto abusi sessuali, ma avevo ricevuto un serio trauma cranico a causa delle botte; ancora qualche minuto e sarei morta.

Uscii dall’ospedale dopo almeno un mese, non ricordo neppure quando. Ormai sono passati quasi dieci anni da quel giorno. Era una giornata di pioggia e i medici mi dissero che potevo anche stare lì per un altro giorno, finché non fosse passata. Ma la verità era che io la volevo la pioggia. Mi ricordava lui, quello sconosciuto che mi aveva salvato la vita. E camminai fiera sotto la pioggia, sfoggiando il mio volto pieno di cicatrici. Volteggiai sotto la pioggia, lasciando che mi bagnasse come aveva fatto quella sera. Lei era stata mia amica e io non l’avrei più disprezzata, per tutto il resto della mia vita.

Non rividi più quell’uomo. O forse sì, chi lo sa, ma non avrei potuto riconoscerlo. Per qualche tempo lo cercai, camminando per strada interrogavo ogni uomo che indossava un cappotto nero e ascoltavo il rumore di ogni passo sull’asfalto umido di pioggia. Ma non lo trovai.

Così lasciai Parigi e tornai alla mia Volterra, nella Toscana che tanto amavo. Lì mi ricongiunsi alla mia famiglia, sposai un uomo meraviglioso ed ebbi anche una bambina.

A distanza di anni, non dimentico le violenze subìte quella sera d’autunno. Non ho dimenticato nemmeno la risata rauca di uno, gli orribili piercing di un altro, le bottiglie di birra da cui tracannavano lunghe sorsate, le stesse bottiglie che poi si frantumarono a terra.

Ma, mentre i loro volti sono svaniti dalla mia memoria, il suo non l’ho dimenticato. Quello di lui non lo dimenticherò mai, semplicemente perché non l’ho mai visto. Quel cappotto nero, quei passi sicuri, forti. Le sue braccia che mi tenevano stretta, che mi facevano sentire al sicuro. Quella voce fredda come il ghiaccio, ma morbida come la neve, che carezzava la mia mente come la brezza leggera di un mattino al mare; quella voce guarì le mie orecchie, che quella sera troppe urla, mie, avevano udito.

Non seppi mai chi era, non lo vidi mai. Non seppi mai il suo nome. Ma tutti questi particolari resteranno indelebili nella mia mente, insieme all’immagine che mi sono fatta di lui.

Quella della pioggia.

Ed è nella pioggia che lo ritroverò sempre.


Licenza Creative Commons“Pioggia di una sera d’autunno” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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