Coesione – capitolo 17

Yan aprì gli occhi sulla luce accesa dell’abat-jour.

Pensò che era strano, perché era sicuro di averla spenta prima di dormire. Forse Dori era entrata nella stanza e l’aveva accesa per svegliarlo? Un’idea che suonava piuttosto strana, ma dopotutto quella donna lo era eccome.

Il profumo di sapone e lavanda della maglia che indossava aveva impregnato il cuscino; ma com’era possibile? Aveva dormito sopra al cuscino? Confuso si tirò su a sedere.

Di nuovo, come la sera prima, fu colpito dall’aspetto troppe bohemien della camera da letto e dalla coperta di velluto così pacchiana. Posare i piedi nudi sul morbido tappeto peloso fu però un grande piacere; si godette quella sensazione, pensando che poteva essere l’unico momento decente di tutta la giornata.

Apppena posato lo sguardo sulla porta, infatti, la sua mente gli riportò la figura impeccabile di sua zia che bussava alla porta ogni mattina quand’era bambino per svegliarlo. Entrava, si chinava dolce su di lui e gli stampava un fastidioso bacio su una guancia. La sua crocchia era sempre perfetta e indossava le sue perle anche di prima mattina.

Sentì gli occhi inudirsi. “Maledizione, Yan, smettila di pensare a lei.” Uscì dalla stanza per poi rendersi conto di essere in maglia e boxer. Stava per fare un passo indietro e tornare dentro quando Dori le apparve davanti, il volto, impiastricciato da una maschera, bianco come quello di Casper.

«Cazzo.»

«No, Doriana. Scusa, non volevo ucciderti di paura, ma non pensavo di fare tanto schifo. Come va la mano?»

Il dito. Vero, pensò, l’aveva medicato. Lo sollevò e se lo guardò mostrandolo anche lei. La fasciatura era intonsa, niente sangue e appena un po’ di fastidio per i punti.

«Lo so, sono brava.»

«Sì, devo ammetterlo. Te la cavi.»

Yan ebbe un lampo improvviso, notando la gonna lunga della rossa. «I miei vestiti. Dovrò passare per casa e cambiarmi.»

«Immagino di sì.»

«Così farò anche una doccia» disse tra sè.

«Oh, ma dai, la puoi fare qui una doccia. Ce l’ho sai.»

«Ok.» Non era entusiasta di lavarsi nel bagno di Doriana, ma preferì non protestare. Magari avrebbe finto di farsela e poi l’avrebbe fatta a casa sua.

«Intanto facciamo colazione. Hai fame no? Io sì, caspita.»

Yan fece spallucce e seguì Doriana in cucina.era una donna piena di sorprese, questo era certo. Su una padella sfrigolava un uovo con della pancetta e l’aroma forte del caffé inondava l’aria. C’era anche qualcosa di dolce, si rese conto sentendo lo stomaco brontolare. Da quant’era che non mangiava? “Ma devo stare attento alla linea”, ricordò a se stesso.

«A me basta un tè, grazie.»

Doriana si girò e lo fissò come fosse un alieno: «Con tutto questo ben di Dio? E per caso hai detto grazie?»

«Io non mangio molto e… conosco le buone maniere.»

Di nuovo la donna lo squadrò e scosse la testa: «Non l’avrei mai detto.»

Yan non capì a quale delle risposte aveva ribattuto.

«Non mangi proprio nulla? Ho preso le ciambelle dal fornaio! O preferisci i pan di stelle?»

«Vanno bene due fette biscottate se le hai.»

Doriana scosse la testa: «No mi spiace, non tengo quella porcheria. Ma se vuoi ho le gallette. Con il cioccolato però.»

Yan sgranò gli occhi.

Fu un impresa togliere tutto il cioccolato dalle gallette, che Doriana prese con il suo cucchiaio per aggiungerlo alla sua ciambella alla crema.

Dopo un paio Yan ne prese però una terza. Aveva fame. Nel suo modo strano, quella donna gli metteva appetito. La osservava mangiare uova, pane tostato e pancetta abbrustolita insieme alle ciambelle, bere succo aggiungendoci del caffé. Era proprio strana e mangiava ancora più di quanto chiacchierava.

«Allora…» continuò con la bocca piena. «Mentre io faccio tutto questo tu recuperi i tuoi vestiti e…»

«Non ho la macchina.»

«…Recuperi la tua macchina.»

«Ma io non ce l’ho proprio una macchina» ribatté stordito dal suo ciarlare. «E poi, dimmi, come farei a recuperarla se non ne ho una per muovermi da qui?»

«Ti presto la mia, no?»

«E tu come fai ad andare lì, qui, su, giù…?»

«In bici.»

«Oh.» Annuì. Strana forte, pensò addentando la quarta galletta e sentendosi al contempo in colpa per lo sgarro. Snello e bello, due parole che non facevano rima con stramba e chiacchierona, che nemmeno facevano rima tra loro.

«Allora vado a vestirmi.»

«Non hai finito di mangiare.» Dori indicò la sua quarta galletta. Aveva gli occhi di chi poteva aver appena assistito a un omicidio.

«E va bene!» Yan finì in fretta la galletta poi si alzò sentendosi pieno più di quando pranzava. «Mi vesto e vado a recuperare un po’ di vestiti.»

«Fai pure, le chiavi dell’auto sono all’entrata» disse la rossa leccandosi le dita insozzate di crema, che arrivava fin quasi al dorso delle mani.

Yan sorrise, anche se era uno spettacolo disgustoso.

Circa mezz’ora dopo era davanti a casa sua, parcheggiò accanto alla grossa bmw di suo zio con la scatola di latta verde bottiglia di Dori.

Aveva immaginato che ci sarebbe stato anche lui; dopotutto era casa sua. Se tutto andava bene non lo avrebbe nemmeno visto, perché sarebbe rimasto nel suo ufficio.

L’idea che più lo preoccupava era vedere lei, Arianna, e non vedere sua zia, che nemmeno sapeva se fosse ancora viva. Ma come poteva una donna forte come lei essere morta? Come poteva non esserci più?

Varcò la soglia di casa con le mani tremanti. Ad aprirlo una sconosciuta domestica, che gli prese il cappotto e lo ripose al suo posto senza una sola parola, come lo conoscesse. Gli indicò le scale, come se lui non sapesse dove si trovava la sua stanza.

Stranito vi si fiondò, non volendo azzardare a porre una sola domanda. Trovò la sua stanza pulita e ordinata come sempre, ma nell’aria il profumo di Jo Malone che era solito spruzzare mancava. “Niente fiori d’arancio”, pensò. “Pazienza.” Si era aspettato problemi maggiori.

In quel momento però, un passo in avanti, gettò lo sguardo in un angolo della stanza, dove stavano le sue valigie. Si avvicinò, non capendoci nulla. Aprì la cerniera e la manica di una camicia uscì da un involucro di plastica. “Cazzo.” Gli avevano fatto le valigie.

Era stato lui, pensò. Suo zio aveva fatto preparare le valigie alla domestica e l’aveva istruita su come comportarsi. Forse, nonostante l’auto, non era nemmeno in casa in quel momento. Poteva aver usato l’autista con l’altra auto per spostarsi insieme ad Arianna e andare in ospedale da… “No.”

Le valigie. Continuava a fissarle, non riuscendo a connettere da quanto si sentiva smarrito. Cosa significavano quelle fottute valigie? Pensò urlando dentro di sè. Davvero quel bastardo di suo zio l’aveva buttato fuori di casa?

Preso da un moto di collera ne presa una e la scagliò addosso alla vetrata, senza nemmeno scalfirla. Allora si arrabbiò ancora di più e buttò a terra la sua lampada. Un calcio al comodino, le lenzuole per aria. Ruppe la fodera del cuscino per il nervoso, urlò la sua rabbia in quei gesti fin troppo silenziosi. E infine corse in bagno, il suo bagno e vide i suoi prodotti cosmetici spariti. Frugò nella valigia finché non trovò quello che stava cercando.

Yan se ne andò da quella casa lasciandosi dietro una scia di fiori d’arancio. 

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