Coesione – Capitolo 13

«Ne sei davvero sicuro?» 
«Sì, cazzo, ti ho detto di sì.» 
       «Ehi, non serve dire parolacce.» La voce di Doriana mimò alla perfezione quella di una qualunque “gallina da passeggio.” Yan trattenne un risolino mordendosi un labbro.
       «Il cazzo non è una parolaccia.» 
       «Mm, in effetti mi sa che hai ragione.» Dori stava ridacchiando all’altro capo del telefono, mentre faceva chissà che cosa producendo un fastidioso rumore metallico. Forse cucinava, pensò Yan sentendo lo stomaco brontolare. Era dalla sera prima che non mangiava, dopo che la bilancia aveva segnato quasi duecento grammi in più rispetto al giorno prima. 
       «Ehi Dori, ci sentiamo domani okay?» Parcheggiò davanti a casa, lasciando che fosse chi di dovere a portarla in garage.
       «Sì, va bene, ma domani è sabato. Lo sai vero che è domenica la mostra di Nobili?» 
       «Certo che lo so, te l’ho scritto sul messaggio prima.» 
       «Sì, ma non avevi bisogno di dirlo a me. L’importante è che te ne rendi conto tu.» 
       Yan sospirò, cominciando a sentirsi innervosito. Con la sua perenne super energia, Doriana era in grado di sfinire un esercito. «Qual è il problema? Domenica ci troviamo e mi porti da questo cazzo di Nobili.» 
       «Ecco, vedi? È qui che ti sbagli. Noi non abbiamo un invito ufficiale, tesoro mio. Io sì, in realtà, perché ho chiesto un favore a Cascini ma tu? Hai l’invito?» 
       Yan si sentì congelare. Non aveva pensato a un possibile biglietto da dover pagare o qualcosa di simile. «Credevo me l’avresti procurato tu.» 
       «Non posso, non ora.» Sentì Dori sbuffare e forse imprecare. «Dovresti chiederlo a Cascini.» 
       «Col cazzo.» 
       «Yan.» 
       «No, non lo chiedo a quello stronzo di Cascini. Manco morto.» Non si era più fatto sentire per un possibile set fotografico; forse non era più interessato a lui da quando aveva cominciato a scoparsi o farsi scopare da Leonardo. “Merda.” «Ma cazzo, perché mi avevi detto che potevi farmi conoscere Nobili se non era un cazzo vero?» 
       «E cazzo, cazzo, cazzo» lo beffeggiò Doriana. «Se tu ti fossi deciso un po’ prima magari avrei potuto trovartelo un biglietto, oppure avrei parlato a Cascini per farti avere un invito speciale come il mio.»
       «E non puoi chiederglielo adesso?» Yan, abbandonata l’auto e lanciate le chiavi al paziente Alberto perché la parcheggiasse, stava entrando in casa. Voleva interrompere la conversazione al più presto, per evitare che suo zio, o qualcun altro, potesse sentire.
       «È un po’ tardi, non credi? E poi cazzo, non ti vergogni se lo faccio io al posto tuo?» 
       «Oh, vaffanculo.» Esasperato, Yan chiuse la telefonata. Fece in tempo a sentire il tono acuto della risposta contrariata di Doriana. Poi un’improvvisa collisione gli fece quasi scivolare di mano il cellulare. “Cazzo.” Se lo ficcò nella tasca dei pantaloni, per evitare altri inconvenienti, non badando subito a chi fosse andato addosso. 
       «Yan.» 
Quella voce… Sollevò lo sguardo, che aveva rivolto verso il basso salvando quello stupido cellulare. Com’era possibile che ogni volta dovesse scontrarsi proprio con lei? C’erano la domestica, la cuoca, sua zia. No, Arianna, proprio lei. Davanti a lui lo guardava con occhi tristi, il volto oscurato dai lunghi capelli castani. Dov’era la treccia che portava di solito? 
       «Scusa.» 
La ignorò per poi sorpassarla. Non aveva alcuna intenzione di lasciare che lei sfruttasse la loro colluttazione per parlare della cazzata che avevano fatto. 
       «Yan, scusa.» 
       «Va bene, ora ho da fare» ribatté gelido. La fissò per un istante con occhi che non ammettevano repliche, ma lei non demorse; dopotutto somigliava al padre non solo per gli occhi di ghiaccio. 
       «Ti prego, scusami, non volevo venirti addosso.» 
       «Oh, ma certo, non stai cercando qualunque scusa per parlarmi, no.» Si girò non tanto per guardarla, ma per mostrarle la sua espressione irritata.
       Arianna si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi: «Ma dai, non puoi fare così, non è giusto. Prima o poi dovremo parlarne.» 
       «Anche no.» 
       «Yan.» Provò a richiamarlo, ma lui se ne stava già andando. “Fanculo anche a te, cazzo.” Superò a grandi passi l’entrata di casa, volò su per le scale facendo due gradini alla volta. Non aveva nemmeno riposto il cappotto, perché l’accoglienza quel giorno non esisteva. Ma dove cavolo erano tutti?, si chiese al limite della rabbia, tra l’infastidito e lo stupito.
       In camera spalancò le finestre, lasciando che entrare l’aria fresca del pomeriggio. Forse anche troppo fresca, perché non gli venne nessuna voglia di togliersi il cappotto. Se lo tenne addosso, mentre si rilassava sulla poltrona lasciando che il ricambio d’aria purificasse l’ambiente schiarendo i suoi pensieri.
       Sonnecchiò un po’ e si svegliò con lo squillo del telefono. Doriana. Non rispose, richiudendo subito gli occhi; si sentiva stanco, aveva un gran bisogno di riposare dopo tutte le emozioni della giornata. Una mattinata pesante e deludente, la pace fatta con Alice, quella cazzo di telefonata. Perché, Alice a parte, non gli stava andando bene niente?

Il suono dell’arrivo di un messaggio lo destò. “Cazzo.” Non aveva disattivato il suono dei messaggi? Prese il cellulare, infastidito da quella stupida giornata. 
      Era sempre Doriana. “Dai, su, non ti arrabbiare Canova! Un modo lo troviamo.”
Lei e la sua dannata passione per quelle stupide statue. “Non era Bartolini?” Yan rise tra sé, portandosi una mano ai capelli. Erano secchi. 
       Si convinse ad alzarsi, abbandonando il confortevole abbraccio della poltrona, a chiudere le finestre e a trovare un buon posto per il cappotto senza dover tornare al piano di sotto. Alla fine lo appese accanto alla sua pelliccia leopardata, pensando che fosse un accostamento sensato. 
       Cominciò a togliersi i vestiti prima ancora di entrare in bagno, lasciandoli sparsi sul pavimento, sentendo l’esigenza di liberarsi da qualcosa che gli gravava nel petto. In quel momento i vestiti erano l’unica cosa di cui poteva disfarsi, ma non l’aiutò a sentirsi più libero.
       Nemmeno sotto il getto del doccione riuscì a scacciare quel malessere. Pensava a Doriana, a Cascini, al suo lavoro, a Nobili, alla scuola; e non riusciva a sentirsi meglio nemmeno con l’acqua calda che gli accarezzava la pelle nuda. Ci mancava solo Arianna a scombussolare la sua mente e il suo corpo, come quella vibrazione intensa, quel pulsare doloroso in mezzo alle gambe che provava quelle rare volte in cui aveva un orgasmo. Si sfiorò lì sotto senza pensarci e stupito contemplò poi la sua erezione. Come poteva essere? Come poteva accadere una cosa del genere?
       L’acqua calda e il vapore lo soffocavano, battiti feroci gli rimbombavano nel petto e nella testa. Aveva bisogno di vestirsi e andare da qualche parte, a fare un giro, per distrarsi un po’ da quella sensazione che si era aggrappata tenace al suo cuore. 
       Avvolto nell’accappatoio, con i capelli ancora umidi, uscì dal bagno alla ricerca d’aria. E per poco non prese un colpo ritrovandosi quasi davanti Arianna, un’espressione decisa in volto smentita dalla posa timida del suo corpo esile.
       «Che cazzo ci fai qui? Questa è camera mia.» 
       «Infatti. Ho bisogno di parlare con te, non con qualcun altro.» 
       «Ma non puoi entrare qui senza bussare.» 
       «Io ho bussato. Sei tu che non hai risposto.» 
       Lei era arrossita, forse immaginando che sotto l’accappatorio fosse nudo. Yan se lo allacciò più stretto addosso, sentendosi a sua volta in forte imbarazzo. «Che vuoi?» 
       Pensò che se le avesse dato retta almeno per un attimo, lei avrebbe detto ciò che doveva e poi l’avrebbe lasciato in pace. Ma non si sedette, non si avvicinò, né la guardò in faccia. Puntò gli occhi sulla finestra, che mostrava la luce rossastra del tramonto filtrata dalle tende. 
       Arianna si mordicchiava l’interno delle guance, lo sapeva anche se non la stava guardando. Quando non sapeva cosa dire o come iniziare un argomento, lei faceva sempre così. «Parla e basta, okay? Facciamola finita.» 
      «Non capisci, non è di noi che voglio parlare. Non ora comunque. C’è una cosa più importante.» 
       «Davvero?» Sorpreso, riportò lo sguardo su di lei. Solo allora notò che tra disagio e timore I suoi occhi era velati anche da un alone di tristezza, o forse preoccupazione. 
       «Che è successo?» 
       «La mamma, Yan.» 
Un brivido gli percorse la schiena, crudele e inaspettato, come la consapevolezza che fosse accaduto qualcosa di grave. «Non capisco, che c’entra la zia?» 
       Arianna abbassò gli occhi; si notava che non aveva il coraggio di guardarlo, come se avesse davvero timore di lui o della sua reazione. Prima ancora che lei parlasse di nuovo, già sentiva un dolore sordo allargarsi dentro di lui. 
       «Mamma sta male, Yan, è in ospedale.» 





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