Coesione – Capitolo 11

Davanti alla porta della casa di Alice, Yan si chiese se stesse facendo una grande cazzata. “Non mi perdonerà mai. Perché dovrebbe farlo?”
       La mano sinistra ficcata nella tasca del cappotto, sentiva il dito gonfio e fasciato pulsare di dolore. Era grazie a quella rottura di scatole se aveva preso un altro pessimo voto, non essendo riuscito a completare il lavoro richiesto. Il disegno dell’abito che aveva tracciato con cura e orgoglio gli era stato stracciato davanti agli occhi. Il professore bastardo non aveva ben visto il suo “piccolo” incidente, ritenendolo superficiale e arrogante. “Io superficiale e arrogante?” Oltre che immeritevole di ripetere il test. Era sicuro ci fosse lo zampino di quello stronzo di suo zio, perché se così non fosse gli avrebbero sicuramente dato una seconda possibilità come era consuetudine. Dopotutto era stato un incidente di percorso, mica una colpa.
       La mattinata comunque era trascorsa con estrema lentezza. Yan aveva sopportato la sofferenza provocata dai punti al dito, mentre la sua mente vagava alla ricerca di qualcosa che lo aiutasse a estraniarsi dalla noia delle lezioni. Sognava abiti scintillanti, modelli dai corpi marmorei cosparsi di glitter e il suo nome su tutte le riviste; il miglior stilista di tutti i tempi. Se solo a scuola fosse stato diverso, se almeno avesse la possibilità di dimostrare davvero quanto valeva…
       Un rumore secco, improvviso, lo riportò bruscamente alla realtà. “Cazzo.” Sulla soglia comparve Alice, in pigiama, con gli occhi arrossati e i capelli stropicciati dal cuscino. Che fosse malata? Si chiese Yan. Non ci credeva, era certo che fosse a causa del loro litigio. Anche quel mattino infatti la ragazza non si era presentata a scuola e lui aveva deciso che non poteva continuare così; aveva bisogno di lei, non le avrebbe permesso di evitarlo.
       «Yan?» Aveva la voce impastata dal sonno, eppure erano le tre del pomeriggio. Come poteva essersi appena svegliata?
       «Ciao.»
       «Che cazzo ci fai qui?» Alice gli rivolse un’occhiata perplessa.
       «E tu perché non vieni a scuola? Mi stai evitando?»
       «Arrivi subito al punto, eh?»
Yan, a testa alta e spalle dritte, levò gli occhi al cielo. «Perché mi eviti?»
       «Bella domanda. Davvero non lo sai?»
       «Quindi è davvero per questo che non vieni a scuola.»
Lei scosse la testa, la fronte aggrottata: «Ma scherzi? Ti sembro tipa da saltare la scuola per una cosa del genere?»
       Yan si sentì smontare, ma mantenne un atteggiamento sicuro. Pensandoci si rese conto però che quella stronzetta nerd non avrebbe mai potuto saltare le lezioni se non per un valido motivo. Eppure aveva creduto che un ragazzo bellissimo che l’aveva trattata di merda potesse essere abbastanza per non voler andare in giro. Ma perché ci stava pensando come se Alice gli interessasse? Sospirò, tentando di dissipare la confusione che gli frullava in testa: «Non lo so okay? Pensavo mi stessi evitando perché abbiamo litigato.»
       Alice alzò gli occhi al cielo emettendo una breve, triste, risata: «Ci sei sempre tu al centro del mondo, non è così Yan? Credi davvero che tutto debba girare attorno a te?»
       «No, cioè… sì, ma volevo solo…» Per un attimo Yan si sentì bloccato. Non sapeva cosa dire, le parole che solitamente non gli mancavano saltavano fuori dalla sua bocca mute come note spezzate. Quando avevano litigato si erano detti cose orribili e aveva creduto davvero, per più di qualche fugace attimo, che non gli importasse nulla di Alice, della sua intelligenza, dei suoi bei voti, dei suoi test di prova in cui falliva sempre miseramente. Aveva pensato di sfruttarla per migliorare a scuola e dimostrare a suo zio quanto valeva, ma ripensandoci si rese conto che non sarebbe servito a nulla. A suo zio non importava di lui, lo odiava; aveva odiato suo padre e odiava lui. Anche con i voti migliori non l’avrebbe mai reso orgoglioso, non avrebbe mai conquistato il suo amore com’era riuscito con la zia, che sin da quand’era bambino l’aveva apprezzato e amato. Alice non poteva aiutarlo, non poteva fare nulla contro quell’uomo tanto stronzo. E lui le aveva parlato male e aveva lasciato che una stupida discussione degenerasse per un motivo tanto futile.
       Il dito pulsava forte, riportandolo a tratti nel presente. Continuava a ragionare, mentre notava la ragazza, ancora in piedi sull’uscio di casa, che lo fissava con un velato disprezzo. O forse era pena?
       «Ascolta Yan, se sei qui per scusarti sappi che non m’importa. Non voglio le tue scuse. Non me ne faccio niente.» Si schiarì la voce ed ebbe un colpo di tosse. «Sono a casa perché ho l’influenza, perciò ora va via se non vuoi beccartela.» Fece il gesto di chiudere la porta, ma Yan la bloccò con il piede. I loro occhi si incontrarono e immaginò come fossero così accostati un marrone tenebra e un caldo e dolce nocciola ambrato. «Aspetta, non m’interessa di prendermi l’influenza. Devo parlarti.» Si rendeva conto delle sue stesse difficoltà nell’ammettere anche a se stesso di sentirsi in colpa; sì, si sentiva in colpa per averla trattata a quel modo, per aver rovinato quella che poteva essere un’amicizia nascente. «Ti prego, dammi una possibilità.»
       «Ok, parliamo.» Un altro colpetto di tosse, poi Alice lo lasciò entrare.
Preso com’era dai suoi pensieri e dal suo orgoglio che tentava di scavalcare con una qualità che forse non possedeva, Yan fece poco caso alla quantità di disordine nell’appartamento. In camera di Alice si sedette direttamente sul letto, accanto a lei.
       «Su, parla.» Lo fissava con quei grandi occhi a palla, che un po’ gli mettevano ansia. Non era abituato a scusarsi e meno ancora a sentirsi colpevole. Aveva sempre celato quei sentimenti sotto una spessa corazza fatta di superbia e solitudine. «Il nostro litigio… ecco…»
       «Sì?»
       «È stata una cazzata.»
       «Mia o tua?»
       «Mia.» Yan sollevò di più la testa, per non sentirsi schiacciato dalla sua stessa affermazione. “Nostra”, pensò. 
       Alice annuì, un lieve sorriso ad arricchire di rughette d’espressione il suo viso che in quel momento gli apparve carino. Se non fosse che era gay, Yan avrebbe quasi creduto di stare innamorandosi di quella ragazza. Forse, si disse, la vedeva così perché quel delicato sorriso, quegli occhi dolci, quei capelli in perenne disordine e gli occhiali che a volte c’erano e a volte no erano dettagli che aveva sempre notato, ma a cui non aveva mai dato la giusta importanza. Almeno fino a quel momento. Sì, Alice era carina; era carina perché forse, dopotutto, poteva diventare sua amica.
       Il suo cuore cominciò a battere forte, sentì il volto imporporarsi. «Anche se tu ti sei incazzata un po’ troppo facilmente.»
       «Vero, lo ammetto.» Il sorriso di Alice si espanse. Sembrava rasserenata, anche se dietro quello sguardo Yan riuscì a vedere, faticando a credere alla sua stessa empatia, un alone di tristezza attorno all’ambra del suo nocciola. «Abbiamo litigato come due bambini stupidi. Io perché ero frustrata dal non riuscire a insegnarti un cazzo e tu perché sei un coglione.»
       «Ah, io sono il coglione.» Yan sorrise, decidendo in quel momento che avrebbe messo una pietra sopra a quella grande cazzata che aveva fatto. Forse Alice non era solo la compagna di scuola nerd da poter sfruttare; forse era qualcosa di più.
       «Sì che lo sei.» Alice tirò fuori la lingua in uno dei più comuni sberleffi che amavano dedicarsi i bambini. «Sei un egocentrico coglione che si beccherà un’influenza per essere venuto a trovare la sua nerd rompiscatole, alias “ti faccio io il compito”.»
       «Un egocentrico coglione.» Si lasciò sfuggire una breve risata. In effetti forse lo era, ma forse si piaceva così. E magari anche a lei, nonostante quello che le aveva detto. “Una nerd masochista.” «Quindi non ce l’hai con me. Non sei incazzata.»
       «Non più.» Alice sorrise, annuendo convinta.
       «Meglio così, perché ho bisogno di te.» Gli fu difficile ammetterlo, ma era la pura verità e prima o poi bisognava dirla.
       «Che è successo?»
Yan tirò fuori il dito dalla tasca del cappotto e rendendosi conto che lì dentro faceva caldo si sfilò l’indumento poggiandolo sul letto accanto a sé.
       «Che hai fatto al dito? Cazzo, Yan, sembri ET.»
       «Amano chiamarlo taglietto, sai.»
       «Okay, ma…»
       «Un incidente con una forbice. Mentre tagliavo della stoffa.»
       «Ah.» Lei annuì, in quel suo modo ritmico e curioso da bambina: «Hai fallito un altro test.»
       «In pieno. Non ho potuto finire niente, il dito mi fa un male cane.»
       «Povero Minnie.»
       «Fanculo, non chiamarmi così.» Yan sbuffò, ma riprese subito la parola tentando un tono più gentile. «Ti prego, Ali, ho bisogno del tuo aiuto. Se I miei voti non migliorano mi toccherà lasciare la scuola e non voglio. Ho già problemi di soldi se non mi offrono un lavoro e con questi voti…» 
Il peso di quelle parole gravava nel suo petto. Parole senza senso. Sapeva che ormai non poteva più sperare che con voti migliori suo zio cambiasse idea e continuasse a pagargli i costosi studi; non dopo il suo atteggiamento del giorno prima. Lo credeva un debole, un fallito, come suo padre.
       «Ehi.» Alice gli posò una mano su un braccio, con tenerezza. «Ascolta, ti vedo triste. Che è successo?»
       Yan sollevò gli occhi di nuovo su di lei. «Mio zio è un pezzo di merda. Non intende più aiutarmi a pagare la scuola a causa dei miei voti e del fatto che mi odia e mi odierebbe comunque.» “Solo perché sono figlio di mio padre.”
       «Ma tu non lavori come modello? Non ti pagano?»
       «Sì, ma non è un lavoro vero o proprio. È precario… Non ho una paga fissa.» Ripensò a Doriana, che aveva cercato di convincerlo a cercare lavoro da Lorenzo Nobili. Pensaci… lavorare per lui, un tipo così influente, può darti la spinta per diventare davvero qualcuno. «Questa settimana ad esempio non ho lavorato. Il fotografo hanno annullato il set e io sono a secco.»
       Alice lo fissava come se tentasse di scavargli dentro. «Ma non ci sono altri fotografi per cui puoi lavorare?»
       «Ho fatto alcune chiamate, ma a quanto pare vanno più di moda le donne.» No, Yan non ci aveva provato nemmeno. Cascini era stato un colpo di fortuna, da un paio di anni a quella parte. Di fotografi ce n’erano tanti, anche disposti a fotografarti, ma a pagarti… i soldi nessuno li voleva sganciare. Anche se Nobili, pensò, paga bene o almeno così aveva affermato Cascini. Dopotutto erano amici. «In effetti ci sarebbe una persona. Un certo Lorenzo Nobili.» Sentiva il bisogno di parlarne con qualcuno, sperando che lei gli dicesse di lasciar perdere, e allo stesso tempo lo convincesse ad accettare.
       «E perché non chiedi a lui?» Alice sorrise, facendo spallucce in un gesto quasi ingenuo.
       «Perché cerca modelli per un book di nudo, o semi-nudo non so bene.»
       «Oh.» Alice arrossì, distolse lo sguardo da lui. Per un attimo entrambi girovagarono con gli occhi per tutti gli angoli della stanza, cercandone altri, senza però trovarne. Niente scappatoie all’argomento, perciò Yan prese la parola. «Non ho mai posato nudo. Nemmeno a torso nudo.»
       «E… non ti va di provare?»
       «No.»
Perplessa, lei era perplessa si rese conto Yan. Credeva forse che il suo lavoro come modello fosse di solito posare nudo? O stava a come un ragazzo tanto vanitoso e sicuro di sé potesse temere foto di nudo? «Non è che io non creda di essere all’altezza.»
       «Sì, questo lo immaginavo.»
       «È che non si adatta al mio stile. La nudità non comprende vestiti, perciò non fa per me.»
       «Ma se ti pagasse bene…»
Yan scosse la testa. Non voleva crederci, non voleva nemmeno pensarci. Eppure ci stava pensando. Era dura rendersi conto che una parte di lui stava facendo di tutto per evitare quella proposta, mentre l’altra parte si ammazzava per attirare l’attenzione di qualcuno che lo spingesse a scegliere verso un sì e accettare quella che poteva essere l’ennesima grande cazzata. «Quindi secondo te dovrei…»
       «Be’, Min, non hai scelta. Insomma, quando il problema sono i soldi non si può rifiutare una proposta di lavoro.»
       “Okay.” «Tu accetteresti?»
       Le guance di Alice si accesero di un vivo tono di corallo . «Io sono un’altra cosa Yan. Tu… sei figo. Insomma, se fossi te accetterei.»
       “Accettare, dovrei chiamare Doriana.” Si rese conto di stare davvero considerando un cambio d’idea. Quella ragazza che fino a poco prima pensava non l’avrebbe nemmeno più guardato in faccia, figurarsi perdonato, lo stava spingendo verso quella che poteva rivelarsi una svolta nella sua carriera. Oppure una grande, immensa, rovinosa, caduta. Ma non era a questo, in fondo, che servivano gli amici? «Grazie Ali.»
       «Quindi?» Lei si passò le mani fra i capelli, mezzi mollati in una coda.
       «Credo ci penserò.»
       «Okay, sono felice per te, ma eri venuto qui per il mio aiuto.»
       «Sì, è vero.» Si alzò, prese il cappotto. Gli sembrava assurdo, eppure si era appena accorto di sentirsi meglio; quel peso che gli schiacciava il petto dal giorno prima e da molti altri giorni prima, sembrava alleggerito tutto ad un tratto. Forse, si disse, non era della “nerd genio dei test” che aveva bisogno; forse il motivo per cui aveva sentito l’esigenza di riappacificarsi con lei era un altro. «Tu… mi ha già aiutato. Davvero.» Si infilò il cappotto.
       Alice era perplessa, il capo scosso dai movimenti di chi non sta capendo nulla di quel che succede attorno a sé. «Ma se vuoi un aiuto per i tuoi voti…»
       «No, no, davvero.» Forse lo doveva anche a lei, liberarla da quel compito che tutti sempre le affibbiavano, quello di aiutare chi non aveva voglia di fare un cazzo. «Tu mi hai aiutato. Dico sul serio.» Rimise la mano in tasca, per nascondere quello stupido dito bendato da mummia egiziana. «Io…devo andare. Tu vieni a scuola domani? Ah, no, giusto, l’influenza. Be’, ci sentiamo allora.»
       «O-okay.» Sorrideva. Alice sorrideva. Nonostante si notasse un che di delusione nel suo sguardo, Yan capì che era contenta di essersi tolta dalle spalle quel dovere e essere forse per la prima volta una faccia diversa per un suo compagno; quello dell’amica, non della secchiona.
       

Sceso dalle scale, questa volta molto più serenamente, Yan tirò fuori il cellulare. Spinse la porta per uscire mentre cercava Doriana tra i suoi contatti di whatsapp. Foto profilo tutt’altro che anonima, con una statua marmorea raffigurante un’Adone coperto con un mantello in tutto il corpo fuorché dove serviva. Sorrise, era proprio da lei.
       Dirigendosi alla sua auto scrisse un messaggio: Sei ancora disponibile per quella cosa di domenica? Lei era online. Rispose subito: La mostra di Nobili? Perché? Hai cambiato idea?
Chiavi in mano, Yan sollevò lo sguardo dallo schermo del cellulare. Aprì l’auto, sentendo il cuore pompare quasi dolorosamente nel petto. Aveva davvero cambiato idea?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...