Coesione – Capitolo 3


«Ora stai meglio?» 
Alessandro gli accarezzò i capelli con dolcezza, come fosse un bambino; con l’altra mano invece sfiorò la pelle nuda della schiena, facendogli venire i brividi.
       «Nemmeno tu riesci a farmi godere davvero.» Lo disse più a se stesso che a lui. Aveva vagato tutto il giorno senza una meta e senza riuscire a togliersi sua cugina dalla testa. Avrebbe voluto che Arianna smettesse di dargli tormento, ma perfino quando non c’era non riusciva a dimenticarla. 
       Aveva chiamato Alessandro e gli aveva dato appuntamento in quell’hotel; lui non lavorava di giorno, perciò la paga era doppia; non ce l’avrebbe fatta ad attendere la sera.
       «Sul serio, gioia, non ti faccio godere?» Non lo stava guardando ma immaginava bene l’espressione sbigottita del suo amante. «Non è che ti aspetti troppo, gioia? Non per sminuirmi, ma non ho un telecomando degli orgasmi con il bottone “amplificatore.”» 
       Yan scosse a testa. «Mi aspetto quello che merito. Il meglio.» 
Alessandro ridacchiò. Erano stesi a letto e lui gli stava dietro; voltandosi appena vide che stava poggiato con un gomito sul cuscino per continuare a dargli qualche umido bacetto o una carezza sulla schiena; e soprattutto continuare a strapazzargli i capelli, la sua passione dopo ogni volta. «Sono così morbidi. Cosa usi?»
       «Smettila.»
       «Ti dà fastidio?»
       «Sì.» Ma il complimento lo compiacque. «Comunque è olio di argan. O a volte moroccanoil.» 
       «Mmh…» Tolse la mano dai suoi capelli per portarla al suo fondoschiena. Lo accarezzò, poi gli diede una schiaffetta. 
       «Dai smettila.» Portò una mano indietro per respingerlo.
       «Va bene, come vuoi.» Lasciò stare anche il suo sedere, ma lo avvolse in un abbraccio. Era assurdo come gli piacessero le coccole post coito. Yan sospirò. Era così mieloso da mettergli tristezza, ma non gli restava che lui dopo la rottura con Leonardo.
       «Da quant’è che ci vediamo tesoro?» 
       «Quasi un anno.» 
       «Oh sì, è vero. Allora non pensi che di sesso me ne intenda un pochino più di te? Eh? Impossibile che in un anno tu mi dica che non ti ho mai fatto godere.» 
       Yan sbuffò: «Non abbastanza. Io non mi accontento di così poco.» 
       «E allora perché vieni ancora da me?» 
Yan respinse il suo abbraccio. Si tirò su a sedere, le gambe giù dal letto. Cominciò a rivestirsi. Mise il maglioncino e infilò i boxer neri di calvin klein. 
       «Dai, su, non prendertela bellezza. Resta ancora un po’.» 
       «E perché dovrei?» “Sono il tuo cliente preferito? Dai, dillo.” Yan sostenne il suo sguardo, ma Alessandro era un tipo cocciuto. «Perché ne hai bisogno, ecco perché. Hai bisogno di me. Sei solo, tesoro, pensi non l’abbia capito?» 
       Yan lo fulminò, serrando la mascella. Era troppo. Nessuno aveva mai osato parlargli così; eppure era proprio quel modo di fare a renderlo sexy, persino con quei lunghi capelli neri.
       «E non guardarmi così, gioia. Me lo fai venire duro.» 
       «Se fossi abile con il cazzo come con le parole allora sì che mi farei prendere di nuovo.» 
       «Sfacciatello che non sei altro. Vieni qui.» Lo ghermì di nuovo con le braccia. Gli baciò il collo, gli mordicchiò il lobo di un orecchio, ma Yan lo respinse. Lo pagava già abbastanza per un amplesso, non aveva voglia di sprecare altro denaro per lui. 
       «Ehi, perché fai così? È la prima volta che ci vediamo in un giorno che non sia sabato. E ora non ho clienti. Ho tempo. Divertiamoci un po’.» 
       «No, abbiamo già fatto troppo.» 
       «Ma perché? Che è successo? Perché oggi mi hai richiesto se non mi vuoi?» 
       «Niente. E non ti riguarda.» Yan aveva messo anche i pantaloni. Si alzò, respingendo l’ennesimo tentativo di Alessandro, per poi allacciarsi la cintura. Prese il cappotto e la borsa.     
       «Ehi Yan, tu hai solo bisogno di trovare quello giusto. Poi sono certo che proverai il vero piacere.» 
       «Ti ho detto che non sono affari tuoi.» 
       L’altro non si alzò per fermarlo, ma i suoi occhi ardevano di desiderio. «Non è il sesso che cerchi, per questo non ti soddisfo.» 
       Yan si bloccò un attimo, la mano quasi sulla maniglia della porta. Sentì il sangue ribollirgli nelle vene; la rabbia lo stava invadendo. Gli salì un improvviso e fastidioso calore al volto. Aprì la porta. «I tuoi soldi sono sul tavolino sotto al bicchiere» disse aspro.
       «Lo so gioia.» Alessandro stava giocherellando con una ciocca di capelli, mentre muoveva le anche in segno di sfida. Tanto sapeva che con lui non funzionava; non era come lui. Non gli veniva duro così. 
       «Domani è sabato» buttò lì, impedendogli di nuovo di uscire. 
       «Allora ci vediamo domani.» Yan imboccò la porta.

In auto, mentre guidava in mezzo al traffico, continuò a pensare ad Alessandro.  “Perché hai bisogno di me. Sei solo… Non è il sesso che cerchi.” Nessuno aveva mai osato tanto. Nessuno aveva mai osato proprio. Non capiva perché l’avesse detto; più ci pensava e più la rabbia gli infuocava il viso e il petto.

A casa la domestica gli disse, togliendogli il cappotto, che il “signore” voleva parlargli.
Trovò suo zio ad aspettarlo nello studio. La zia non c’era. Lui sedeva sulla sua poltrona, le mani a sorreggere il mento, lo sguardo pensieroso.
       Quando puntò gli occhi su di lui vide anche una sfumatura di collera che tentava di mantenere sotto il suo ferreo controllo.
       «Dimmi zio.»
Gli sbatté davanti un foglio, lasciandolo sul tavolino. 
       «Che cos’è?»
       «I tuoi voti.»
Yan si sentì congelare sul posto. Un brivido gli percorse la schiena e se non fosse perfettamente depilato gli si sarebbero rizzati i peli sulle braccia. «Cosa? Finse di non aver capito.» 
       «Ho chiamato l’accademia per frocetti e ho chiesto di avere i tuoi voti. Me li hanno mandati via fax.» Puntò su di lui, ancora di più, i suoi gelidi occhi grigi. Il suo sguardo era talmente duro che Yan sentì un macigno gravargli nel petto. Deglutì, cercando di mantenere un certo contegno per non apparire un fifone o un bugiardo. 
       «Allora? Che spiegazione mi dai? Cos’è questa merda?» 
       «Ho solo bisogno di più tempo zio. Alle lezione vado bene, devo solo…» 
       «Un cazzo!» Suo zio sbatté di nuovo la carta sul tavolo, con violenza. 
Yan trasalì. Tacque. Lui ripeté il gesto un’altra volta. «Ti pago gli studi da quando sei piccolo. Ti avevo mandato al liceo classico dopo la tua cazzata dell’artistico. Potevi diventare un avvocato, un notaio, un giudice. Ti avrei pagato con piacere l’università se almeno volessi diventare qualcuno; invece sei solo un dannato, schifoso, frocio che ama abiti e perline come una ragazzina!» 
       Yan sostenne il suo sguardo. Si aspettava un tale scoppio d’ira e proprio per questo non si sarebbe lasciato intimorire. «A me piace la moda. E diventerò stilista.» 
       «Ah sì?» Suo zio si alzò, gli occhi scuriti dalla rabbia. Prese il foglio con i voti e lo accartocciò, poi glielo lanciò addosso. «E come farai senza soldi? Credi che quel fallito di tuo padre ti abbia lasciato qualcosa?» 
       Yan serrò i denti e strinse i pugni lungo i fianchi; quello era un colpo basso. «Tu non puoi farlo.» 
       «Davvero?» 
       «Tu devi…» 
       «Io non devo niente, ragazzino.» Gli si avvicinò con aria minacciosa. Era più alto di lui e nonostante la sua età aveva ancora un fisico all’apparenza forte e robusto. Come un leone; un freddo e grigio leone di pietra.
       «Se non fosse per tua zia io non ti avrei dato proprio niente, caro Yan. Non avresti la tua bella macchina, la tua stanza nuova, il cellulare, nemmeno il tuo stupido lavoretto e i tuoi vestiti da frocio.» 
       «Non sono “frocio”. La smetti di chiamarmi così? Sono omosessuale, cazzo.» Yan non riusciva a trattenersi dal sostenere il suo sguardo. «La zia non ti permetterà di farmi questo.» 
       «Tua zia non ci metterà bocca questa volta.» 
       «Sei uno stronzo.» Ormai si stavano fronteggiando, ma Yan sentiva le lacrime cercare di farsi strada. Odiava la sua sensibilità, odiava sentirsi debole. Avrebbe voluto dargli un pugno, far tacere quella bocca che l’aveva sempre umiliato, accecare quegli occhi che l’avevano sempre e solo guardato male.
       «Io sarò uno stronzo, Yan, ma è meglio che essere una nullità come tuo padre. E tu, stupido imbecille impomatato, sei sulla buona strada.» Lo spinse via con una mano. «Vattene. E sappi che se non ti cerchi un vero lavoro giuro che qui, tu, non ci entri più.» 
       Yan si toccò istintivamente la spalla, dove quella spinta simbolica faceva male. Perché? Perché lo odiava tanto? Perché non poteva dargli più tempo? Perché non capiva quanto era bravo? “Tutta colpa di quegli stupidi voti. Tutto falso. Falso! 
       Raccolse il foglio e andò alla porta voltandogli le spalle. Non lo aveva mai creduto stronzo fino a quel punto.
Sulla porta dello studio c’era sua zia; aveva gli occhi rossi, le mani alla bocca e per la prima volta da quando la conosceva la sua crocchia sulla nuca era in disordine e qualche ciuffo le ricadeva sul volto. 
       «Yan, tesoro.» Da quanto li stava ascoltando? Aveva sentito tutto?
Gli afferrò una spalla, ma Yan se la scrollò di dosso, gentilmente. «Scusami zia.» 
Se ne andò, facendo in tempo a sentirla cominciare a piangere.
       Si chiuse nel bagno di camera sua. La schiena contro la porta, le mani sui capelli e il foglio accartocciato a terra, concentrò tutte le sue forze per non crollare come lei.

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