Coesione – Capitolo 2


I cancelli della villa si spalancarono. Il suo autista parcheggiò al termine del lungo viale alberato. Yan si chiuse il cappotto e lasciò che gli aprisse la portiera. Depositò sopra la su mano aperta una cospicua mancia e lasciò che il vento d’inizio ottobre gli scompigliasse solo per un attimo i capelli. 
       Appena aprì la porta di casa fu investito dall’abbaio isterico dei cani di sua zia; lei amava le due chihuahua e il pomerania bianco, Yan li detestava. Spinse via i cani badando che non gli mordessero le scarpe. Nel mentre arrivò sua zia, insieme alla domestica che gli prese il cappotto. «Mia, Rosi, Laika, tesori venite qui dalla mamma» chiamò i cani nel suo modo affettuoso e civettuolo. «Non infastidite lo zio.» 
       Yan scosse la testa. Sua zia trattava quelle bestie come fossero suoi figli. I cani le fecero le feste come non la vedessero da un anno e lei si prese in braccio le due chihuahua. «Yan, tesoro, com’è andata?» 
       «Bene zia.» Sorrise come rafforzo; non doveva sapere quello che era accaduto con lo stagista. Chissà poi perché lo stava proteggendo. Sarebbe potuto finire in guai seri se lo raccontava a sua zia; eppure non voleva farlo. Lei non sapeva nemmeno delle sue relazioni e non sapeva della sua omosessualità. 
       «Sicuro tesoro?» La zia si avvicinò e lo osservò con occhio clinico. Per la sua età era ancora una bella donna, dal fisico non troppo appesantito e ancora tutta la sua chioma, che manteneva bianca e raccolta in una crocchia. Sempre ben vestita, portava in qualunque occasione la sua collana di perle abbinata a volte agli orecchini altre volte a un anello. 
       «Sto bene zia, sono solo stanco.» 
       «Va bene, allora mangi qualcosa? Hai fatto colazione stamattina?» 
       «Sì ho fatto colazione con gli altri, prima del set.» Sua zia annuì, lo sguardo rasserenato. «Ora vorrei stare un po’ in camera mia.» 
       «Pranziamo verso l’una e mezza oggi, perché tuo zio non torna prima dell’una. E ricorda che non tollera ritardi.» 
       «Sì zia.» Yan sbuffò, senza che lei lo notasse.

La sua camera dava sul lato più soleggiato della villa, cosicché potesse trovarla sempre ben illuminata purché fosse giorno. La trovò perfetta, come al solito; la domestica aveva spolverato e rifatto il letto e raccolto ai lati le tende grigie perché la luce entrasse dalle ampie finestre.
       Appoggiò la borsa da uomo a tracolla e si lasciò cadere sulla sua poltrona; cellulare in mano, attivò la funzione massaggiante per rilassarsi. Sentì i muscoli cominciare a distendersi e chiuse gli occhi.
       Sonnecchiò per un’oretta. Guardò il suo i-phone. Erano le undici. Lasciò perdere le notifiche sui social e andò a darsi una rinfrescata. 
       Il suo bagno in camera era piccolo per i suoi gusti, ma ben arredato; sanitari modernissimi dalle linee decise, vasca idromassaggio e un’enorme doccia che chiudeva un po’ la stanza ma donava anche un aspetto molto moderno. 
       Si spogliò e si rimirò allo specchio. La pelle era un po’ secca, ma le forme asciutte e snelle del suo corpo erano perfette. Eppure, non era soddisfatto; voleva un sedere più duro, spalle più larghe e un cazzo più grosso; tanto importava se poi non lo usava.

Rimase immerso nella vasca almeno un’ora, lasciando che l’acqua lavasse via i residui di quella brutta mattinata.
       Lisciò i capelli, mossi naturali, e sistemò il viso con un velo di trucco; solo una bb cream, un burrocacao e un ombretto neutro appena tamponato. Un tocco quasi impercettibile di illuminante e si sorrise allo specchio.
       Recuperò dalla cabina armadio un pantalone beige e un maglioncino bianco di cachemire a collo alto. Mise la cintura in pelle cognac come le stringate e si concesse due giretti di risvoltino a scoprire le caviglie sottili. Mise però i calzini, bianchi, perché sapeva che alcuni dettagli, ad esempio la caviglia scoperta, davano fastidio a suo zio.  Nascose le borchiette e i brillanti ai lobi con qualche ciuffo di capelli portato in avanti.

In sala da pranzo erano già tutti seduti, compreso suo zio che si alzò fulminandolo con i freddi occhi grigi.
       «Non sono in ritardo. È l’una e mezza.» 
       «Sei in ritardo perché siamo già tutti seduti.» 
       «Mi dispiace.»
       «Ti stavi impomatando come una femminuccia? Sento il tuo profumo fino a qui. Cos’è? Lavanda? Rosa?» 
       Yan si trattenne. Avrebbe voluto rispondere di non aver messo profumo; erano il detergente e la sua crema corpo di Jo Malone e sapevano di fiori d’arancio e lillà; unisex, non da femminuccia. Ma rimase zitto, perché sapeva che avrebbe solo peggiorato la situazione e non aveva voglia di litigare. 
       Intervenne sua zia, che si alzò e andò a poggiare una mano sulla spalla del marito. «Caro, non è colpa sua. Gli ho detto io che si pranzava per l’una e mezza.» 
       «Doveva comunque scendere prima.» Il suo tono era aspro e deciso.
       «Non è mai giusto quello che faccio.» “Nemmeno con cosa mi lavo.”
Non aveva fame nemmeno prima, ma gli era passata anche la voglia di provarci a mangiare. Si volse per andarsene, ma la zia lo fermò. 
       «Yan, siediti e mangiamo. Lascia perdere quello che dice tuo zio.» 
Si sedette a tavola solo per rispetto verso di lei, ma non degnò suo zio di un solo sguardo; e meno ancora sua cugina, che in verità non guardava nemmeno per sbaglio da un po’ di tempo.
       La cameriera servì il pranzo e Yan si sforzò di mangiare tutto, ma non riuscì a terminare il secondo, perché la carne gli metteva ansia. Troppo pesante dopo il risotto con la pancetta. Fosse stato per lui avrebbe cambiato cuoco.
       Notò sbirciando che suo zio lo guardava male, così tenne lo sguardo ancora più basso e tentò almeno un’altra forchettata di insalata.
Attese con pazienza che la cameriera sparecchiasse e servisse poi caffè e frutta. Non toccò la frutta ma prese il suo solito caffè amaro.
       Quando tutti si furono alzati da tavola, si alzò anche lui. Mentre usciva dalla sala qualcuno lo afferrò per un braccio costringendolo a fermarsi. Arianna. Sua cugina. 
       «Che vuoi?» Aveva aspettato che gli zii se ne andassero, ma non aveva intenzione di parlare con lei.
       «Puoi darmi un minuto?» 
       «No.» Vide dolore nei suoi occhi grigi, così simili a quelli del padre ma molto più dolci.
       «Un secondo allora. Ti prego Yan.» La sua voce implorante lo faceva sentire in colpa. Per un attimo fu tentato… Solo per un attimo. «Ho detto no.» Strattonò il braccio e lei lo lasciò andare. 
       Corse in camera, recuperò cellulare e borsa, poi ridiscese le scale e andò all’ingresso; dentro un armadio a muro tenevano giubbotti e cappotti. Prese il suo e se lo infilò. Uscì. Aveva bisogno di non pensarci, di non pensare a lei.

8 pensieri su “Coesione – Capitolo 2

        1. Hai ragione, qui si sta bene ^_^
          iscritta come lettrice ci sono e come autrice che non ho capito dove devo andare… vorrei pubblicare qualcosa e vedere se ho riscontro 🙂

          "Mi piace"

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