L’undicesimo Re – Capitolo 27

Buon pomeriggio a tutti lettori! 🙂 come avete passato le prime settimane del 2018?
A me sta andando molto bene. Ho trovato lavoro, per questo non ho più pubblicato, ma presto ricomincerò ad aggiornare con la normale frequenza di circa tre post a settimana. Oggi intanto vi lascio un capitolo del mio romanzo.

 

I giorni passavano nell’angoscia.
Aaron migliorava lentamente, i guaritori ancora non sapevano con certezza se sarebbe guarito del tutto. Magett, dal canto suo, si sentiva ancora male dal giorno in cui era partito Nolan Bastian. Erano trascorse quasi due settimane. Le piaghe formatesi sulle sue braccia non erano guarite e facevano ancora male, ma le frequenti visite della sorella gli davano la forza di rimettersi comunque, per lei. Era bella chiacchierare serenamente insieme, come se tutto fosse apposto e non vi fossero motivi di preoccupazione.
Mey però non era l’unica a stargli accanto. Teni negli ultimi giorni gli scaldava il letto sempre più spesso e stava per ore a sussurrargli parole dolci e confortanti, mentre gli carezzava i capelli o lo faceva godere sfiorandolo con dolcezza. Anche quella sera giaceva con lui sotto le grosse coperte di lana, stretta al suo petto. Nemmeno in due riuscivano a offrirsi a vicenda un poco di calore in quella notte gelida. Eppure si stava avvicinando l’estate.
«Forse con un’altra coperta potrebbe far meno freddo, mio signore.»
«Ne dubito Teni. Ne abbiamo già quattro.» Magett rabbrividì, vergognandosi per la sua debolezza; un re doveva essere molto più forte. Suo padre sarebbe stato in grado di scaldare se stesso e anche la sua amante. La abbracciò. «Almeno siamo in due. Potremmo…»
«No, scherzate?» L’ancella si tirò su di scatto per sfuggire al suo abbraccio. «Mio signore, siete ancora malato. Dovreste riposare.»
«Teni, non posso dormire sempre. È da due settimane che sono a letto.»
Gli occhi di lei brillarono: «Mi desiderate?»
«Se volessi un’altra, non saresti qui.» Magett la attirò a sé e la baciò. Non lo faceva spesso; l’atto di baciare era una dimostrazione d’amore e non voleva illudere Teni di essere innamorato di lei.
Teni si staccò dalle sue labbra: «Mi desiderate, quindi? Dovete dirmelo, altrimenti non mi concederò.»
«Comandare a un re non è certo il metodo migliore per sfuggirgli, non credi?»
Lei si imbronciò. I suoi occhi erano lucidi, i capelli cadevano come una cascata tutt’attorno alla sua esile figura. Magett la contemplò per un attimo, ammaliato da tanta bellezza, poi insistette: «Suvvia, Tania, l’abbiamo già fatto molte volte.»
«Sì, ma non in questo contesto» ribatté l’ancella apparendo persino turbata. «Se voi doveste affaticarvi troppo, mi prenderei io la colpa.»
«E per questo vuoi una dimostrazione?»
«No, non solo per questo.» Sembrava offesa, come se lui avesse detto qualcosa che non doveva.
«Cosa c’è allora?»
Teni lo guardò dritto in volto e lui glielo concesse. Un’ancella che fissava negli occhi, senza alcun riguardo, il suo sovrano.
Per qualche attimo non vi fu alcun rumore nella stanza se non il timido movimento della fiammella di una candela e il turbinare leggero del vento che sbattendo contro le imposte portava all’interno gelidi spifferi.
Poi la ragazza ruppe il silenzio: «Io vi amo» disse; e allora Magett si sentì piombare nell’oscurità. L’aveva capito da molto tempo, ma che lei lo confessasse era la prova concreta di qualcosa che non doveva, non poteva essere.
«Teni…»
Lei abbassò il capo: «So che per voi non è lo stesso, ma io provo sentimenti veri e forti per voi, lo giuro mio signore.»
Magett le sollevò il viso sfiorandole il mento lievemente rotondo. Carezzò la lieve fossetta nel mezzo; poi la baciò di nuovo, con dolcezza, soffermandosi sul calore di quel bacio. La sentì sciogliersi e capì che avrebbe ottenuto ciò che voleva. Si giudicò meschino, ma in fondo anche lei lo desiderava. I loro erano solo desideri diversi, eppure coincidevano in quei momenti. Anche lei, dopotutto, otteneva qualcosa.

 

* * *

 

Facendo l’amore si erano scaldati e Teni gli dormiva accanto serena, le coperte tirate fino alle spalle scoperte.
Con un dito Magett percorse leggero come una piuma il profilo in rilievo delle sue clavicole, che formavano ali di corvo nelle sue spalle color pesca. La pelle era liscia e bollente, così come lo erano il collo e il petto. Giocò con i suoi capelli, su cui la luce ambrata delle candele creava strani riflessi e passi di danza.
Poi continuò da un braccio e seguì la linea del suo corpo scendendo fino al ventre piatto, dove si fermò temendo di svegliarla. Almeno lei riusciva a dormire. Magett, nonostante si sentisse rilassato, non poteva chiudere occhio senza rivedere ogni istante del momento in cui aveva ferito Aaron. Maledizione, aveva quasi uccido il suo miglior amico, nonché un suo consigliere e un abile guerriero; e soprattutto, un Kart.
“Maledizione, che cosa ho fatto.” Se Aaron non fosse guarito per lui sarebbero stati guai seri, oltre al dolore che gli avrebbe provocato.
Si rigirò nel letto, gemendo per le fitte che quel movimento gli procurò alle braccia; la pelle doleva nei punti in cui sfregava contro le coperte. Anche la sua malattia gli stava davvero cominciando a rendere la vita difficile. Troppi problemi, troppi, si disse tormentato. Si girò di nuovo sull’altro fianco, poiché stare fermo aumentava la sua angoscia.
«Mio signore, vi sentite male?»
«Teni, ti ho svegliata?»
Si rigirò e si guardarono negli occhi. Lei appariva assonnata, ma non infastidita. «Non importa, ma voi… state male? devo chiamare il vostro guaritore?»
«No, Teni, non serve, è tutto apposto.»
Lei allungò una mano e gli carezzò la fronte: «Però scottate.»
«Di notte ho spesso la febbre, ma non è grave. Tranquilla.»
Teni lo carezzò di nuovo, con molta dolcezza e gli stampò baci delicati agli angoli della bocca. Magett sorrise; era bello sentirsi amato, anche se in un certo senso aumentava le sue debolezze.
«Posso farvi una domanda?»
«Una domanda?» Preso alla sprovvista, annuì.
«Se io fossi una lady o una principessa, mi sposereste?»
«Oh, beh, dipenderebbe dalla vostra famiglia. Se aveste una dote consistente, un padre con un buon esercito, o qualcosa del genere…»
«Ma mi amereste?» incalzò l’ancella.
«Teni, l’amore non si misura in questo modo. Un re può amare anche una donna di umili origini, ma certo non potrebbe sposarla.» Magett non sapeva più cosa dire, quella conversazione l’aveva colto del tutto impreparato. Non si aspettava di doverne parlare con lei, specialmente in quel periodo in cui aveva ben altre preoccupazioni.
Lei sembrò delusa dalla risposta, ma non insistette. L’atmosfera però era cambiata, si era freddata come una zuppa lasciata troppo tempo sulla ciotola a fumare da sola.
«Teni… non è il caso di parlarne.»
«Va bene, l’avevo capito.» Lei si alzò, buttando all’aria le coperte. Infilò la sua vestaglia e mise sulle spalle una spessa mantella di lana. Aveva ancora i capelli sciolti, che si confondevano con il colore marrone caldo della mantella.
«Dove vai?» Anche Magett si alzò; indossava solo la camicia, quindi infilò in fretta pantaloni e tunica, calzò le sue pantofole; aveva ancora freddo ma non se ne avvide. Teni era già vicina alla porta quando la raggiunse. «Non andartene, ti prego, ne parleremo.»

     «Non voglio più, parlarne.» Gli dava le spalle, la testa bassa a fissare il pavimento. «Non voglio più avere a che fare con voi.»

Con dolore Magett si accorse che stava piangendo. «Teni…»

     «Me ne vado, lasciatemi.»

Le aveva afferrato un braccio, ma lo mollò; si sentiva troppo debole per insistere. «Mi lascerai solo davvero? ti prego Teni, sto male, non ho voglia di discutere.»

     «Bene, allora me ne vado così starete tranquillo» sbottò lei di rimando; e così fece. Aprì il portone, corse fuori senza aggiungere altro. Magett attraversò l’anticamera, ma lei se n’era già andata. Le guardie, fuori nel corridoio, avevano un cipiglio divertito. Lui lanciò a entrambi un’occhiata gelida e rientrò, stizzito.

     Chiusa la porta si lasciò andare contro di essa. Accartocciato come pergamena ammuffita, con le gambe strette al petto, pianse di rabbia, dolore e frustrazione. Le sue braccia intanto andavano lentamente a fuoco e sangue nuovo colava fra la stoffa della camicia.

* * *

Quando Mey si recò alle stanze del re, quel giorno, non trovò nessun valletto dai capelli rossi, ma solo una guardia a dirle che il re quel giorno non riceveva nessuno.

     Fece per andarsene, sentendosi umiliata e respinta dopo che era stato lui a chiederle di farle visita ogni giorno. Poi però ci ripensò  e si rivolse all’armigero: «Ser, ditemi almeno il motivo per cui Sua Maestà non mi riceve.»

     «Il re ha solo detto che desidera stare solo. Non so altro principessa, chiedo venia.»

     «Esigo che gli facciate comunque sapere che sono qui.»

     L’armigero annuì e bussò alla porta. Entrò subito e parlò con qualcuno, forse lo scudiero, o un guaritore, o forse il valletto coi capelli rossi. Poi tornò da lei: «Mia signora, lo scudiero del re mi ha ripetuto che Sua Maestà desidera la solitudine.»

     «Certo, Alyn Vein rimane con lui però» ribatté Mey indispettita. «Ditegli che insisto e che non amo farlo, e che la mia pazienza ha un limite.» Si sentì orgogliosa di se stessa per avere il coraggio di comportarsi con tanta autorità.

     «Mia signora…» L’armigero era in evidente difficoltà.

     «Ser, è un ordine.»

Lui allora tornò dentro e lo sentì discutere con Alyn. Poi silenzio per qualche momento. Alyn probabilmente era andato a parlare con suo fratello.

     Fu lo scudiero a parlarle quando lui e l’armigero uscirono. «Mia signora» disse il ragazzino, «il re vi riceverà adesso, ma preferirebbe che nessuno lo sapesse.» Guardò il cavaliere ed egli si mise in parte, al suo posto, lo sguardo basso.

     «Va bene, scudiero, accompagnatemi.»

Entrarono negli appartamenti del re, attraversarono l’anticamera e Alyn si chiuse la porta alle spalle.

     Mey  non era certo preparata alla scena che le si parò di fronte: c’erano tracce di sangue fresco sul pavimento accanto alla porta della stanza e ai piedi del letto; suo fratello era steso sopra le coperte, la braccia spalancate sanguinavano e la camicia era sporca di rosso rubino. Aveva la fronte imperlata di sudore e tutt’attorno a lui servi e valletti si affaccendavano per pulire le macchie sul pavimento, riempire brocche di acqua, vino e aceto; alcuni facevano bollire l’acqua sopra un braciere per lavare le pezzuole con cui l’allievo guaritore, Angus, puliva il sangue dalle ferite del re.

     Mey si avvicinò, la gola stretta da una morsa di ferro, la voce paralizzata. Il guaritore le rivolse uno sguardo impassibile: «Mia signora, immagino non sia uno spettacolo affascinante… »

     «Non era ciò che mi aspettavo, infatti, ma nemmeno potevo immaginare che mio fratello stesse tanto male…»

     «Mey.» La voce del re era un sussurro roco. Mey gli andò accanto, poté notare le bolle purulente che devastavano le braccia attorno alle profonde abrasioni e la pelle gonfia e arrossata fino ai polsi; anche le mani non erano messe bene, erano rosse e dall’aspetto irritato e disidratato. Dagli occhi di suo fratello, semiaperti e stanchi, comprese che stava davvero soffrendo molto. Per questo non voleva che nessuno, a parte servi e guaritori, lo vedesse.

     «Fratello mio, perché ti accade questo?» Lo baciò sulle guance e gli carezzò la fronte bollente. «Guaritore, vi prego ditemi che cosa ha.»

     Il ragazzo la guardò cupamente e scosse la testa: «Non lo so, mia signora, ma di certo non è consunzione. Ormai credo vi sia chiaro.»

     «Non avete qualche ipotesi?»

    «Preferirei avere certezze prima di azzardare nomi di malattie a caso, che magari neppure conoscete. Mi dispiace, mia signora, ma vi chiedo un po’ di pazienza.»

     Mey trattenne le lacrime: «Certo, ma vi prego… non tenetemi nascosta la malattia di mio fratello quando ne scoprirete il nome.»

     Il guaritore annuì, mentre passava sopra le braccia del re una pezzuola imbevuta di quello che dall’odore sembrava aceto. Lui urlò, i suoi arti si irrigidirono, le mani si strinsero a pugni finché le nocche sbiancarono, le unghie conficcate nella carne; infine tentò di ritirare il braccio. «Angus, fa male, ti prego…»

     «Mio signore, solo un attimo. Devo pulire le ferite.» Angus arrotolò un pezzo di stoffa e glielo mise tra i denti, poi fece lo stesso con le mani, così non si sarebbe ferito ancora con le unghie. «Farò in fretta.»

     Mey carezzò i capelli di Magett, che le rivolse un’espressione addolcita dalle lacrime. Quando l’altro continuò a tamponare sulle ferite, gli occhi blu del re si strinsero fino a scomparire e rimasero solo le occhiaie nerastre violacee che li contornavano.

     Angus, come promesso, non ci mise molto, ma poi prese un ago, che era stato immerso nell’acqua bollente, e Mey si rese conto che pulire le ferite era stata la tortura minore.

Rimase accanto al fratello per tutto il tempo, quando il guaritore scoppiò una ad una tutte le bolle attorno alle ferite, ripulì di nuovo stavolta con il vino e infine bendò le braccia dopo aver spalmato un unguento giallastro su tutta la pelle. Avvolse con le bende anche le mani, lasciando scoperte solo le punte delle dita, cosicché Mey poté prendere delicatamente una mano di suo fratello per tenerla tra le sue. La baciò più volte, in segno di affetto, e se la porto al petto cercando di sedersi in una posizione che fosse comoda per il braccio di lui.

     Quando Angus ebbe finito, Magett sussurrò qualcosa, poi si addormentò esausto per il dolore. Mey lasciò la stanza con un nodo in gola che minacciava di soffocarla; si sentiva come racchiusa in una bolla di ovatta e così, stordita, camminò fino alle stanze private di lord Garen Silver e ordinò alle guardie che lo avvertissero della sua presenza.

     Si accorse solo dopo di avere le mani e il vestito macchiati di sangue per aver toccato Magett.

     Un servo la accompagnò dentro le stanze del consigliere, fino a una saletta accogliente dove Silver sedeva dietro uno scrittoio di legno brunito ingombro di scartoffie. Nei bracieri sparsi per la stanze ardevano piccolo fuocherelli, ma non vi era altro arredamento.

     Silver distolse subito lo sguardo dalle sue carte, posò la penna d’oca e le rivolse uno sguardo indagatore ma gentile. «Mia signora, come posso esservi utile?» Guardò le sue vesti, aguzzò la vista ma non disse nulla in proposito.

     «Desidero parlarvi, in privato, lord Silver.»

     «Và, e chiudi la porta» ordinò il lord al servitore. Il ragazzo obbedì e subito dopo la porta si chiuse alla spalle di Mey, che non aspettò domande ma prese subito la parola. «Lord Silver, sono qui perché voglio la verità da voi. Cosa mi state tenendo nascosto su mio fratello?»

     Silver si rabbuiò. «Mia signora, avrete parlato con i suoi guaritori immagino. Ecco, io non posso sapere meglio di loro quale malattia affligge il nostro re.»

     «Sì, invece. Voi lo sapete, lo vedo nei vostri occhi che mi state mentendo.»

     Lui scosse la testa, ma i suoi occhi erano nervosi: «Principessa, vi sembro forse un guaritore?»

     «Vi prego lord Silver» lo implorò Mey quasi in lacrime, «se volete bene a mio fratello, parlate. Non ricaverete nulla dal silenzio.»

      «Mi dispiace, mia signora. Vorrei potervi aiutare, ma…»

Si fermò, le mani intrecciate nel petto. «Credetemi, non sono contro di voi, ma per il vostro bene sarebbe meglio che non insistiate a voler sapere le cose prima che sia il momento giusto.»

     Quelle parole la colpirono come una pugnalata. «Siete ingiusto, lord Silver. Siete tutti ingiusti nei miei confronti. Io sono la principessa, la sorella del vostro re, eppure tutti mi tenete nascosto ciò che è più importante. E solo perché sono una donna.»

     «Mia signora, questo non centra.»

 «Sì invece» ribatté Mey. Non capiva cosa le stava prendendo per comportarsi a quel modo, ma la rabbia era tanta e le ribolliva dentro da tempo; in qualche modo doveva pur sfogarla. «Verrò a sapere forse che anche mio fratello mi sta mentendo? Il suo guaritore ha parlato di consunzione, è certo che non si tratti di questa malattia, ma da come l’ha detto ne deduco che pensavate soffrisse di quella malattia. Negate, Silver?»

     «Mia signora, non nego, ma…»

     «Mio fratello sta soffrendo e voi quando pensavate di dirmelo? Siete il suo primo consigliere, dannazione! Magett è malato di qualcosa di grave e io fino a qualche giorno fa non sapevo niente. Perché?»

     Silver si alzò e le si avvicinò; i suoi occhi si erano addolciti, ma rimanevano poco sinceri. «Mia principessa, il re vuole solo proteggerti. Ed io anche. Inoltre gli ultimi sviluppi della sua malattia sono del tutto inaspettati anche per noi.»

     Mey scosse la testa. Ormai era in lacrime. «Non vi credo, lord Silver. Voi siete un bugiardo.» Si volse e imboccò la porta, cercando di non singhiozzare. Si sentiva ferita da tutte quelle menzogne – dal fatto che tutti volevano sempre escluderla dalle faccende più importanti – e dalla falsità di chi avrebbe invece dovuto essere d’aiuto.

     Corse fuori in corridoio, ignorando lord Silver che le urlava di tornare indietro così ne avrebbero parlato; era tardi, ormai le lacrime avevano trovato la loro strada e stavano sgorgando a fiumi sulle sue guance; non poteva più farsi vedere da un lord.

     Mentre correva verso le sue stanze, però, passò accanto a quella di Aaron, che sapeva stare meglio ma a cui non faceva visita da un paio di giorni. Le guardie la lasciarono entrare vedendola in quello stato, i servitori la evitarono e lei poté raggiungere il letto di Aaron indisturbata. Ancora piangeva, ma silenziosamente, le mani strette al petto per essere pronta a evitare i singhiozzi tappandosi la bocca al momento del bisogno.

     Aaron era seduto a letto e stava bevendo da un calice di vino. Non aveva un brutto aspetto, sembrava stare molto meglio.

     «Principessa…» Fu sorpreso di vederla, soprattutto dato che stava piangendo e aveva le vesti macchiate di sangue.  «Cosa vi è accaduto? Vi siete fatta male?»

     Mey scosse la testa: «Magett, sta male, e nessuno vuole dirmi che cos’ha. I-io sono stanca di menzogne e sotterfugi, voglio sapere.»

     «Magett sta male? Nessuno me lo ha detto.»

     «Quindi tu non sai niente della sua malattia?»

     Aaron tacque d’improvviso. Anche lui sapeva qualcosa. Mey smise di piangere, anche se alcune lacrime cadeva ancora solitarie. «Voi sapete…»

     «Voi no, vero?» Sembrò combattuto, ma poi parlò. «Credevamo tutti che il re soffrisse di polmonite rossa, la chiamano anche consunzione, da quando è salito al trono ha cominciato a stare male. Ha dichiarato ufficialmente di esserne malato poco prima del vostro arrivo.»

      Mey rimase  impalata. Quindi tutti sapevano e lei no? «Il guaritore che si sta prendendo cura di mio fratello dice che non si tratta di certo di polmonite rossa. Me lo ha detto poco fa.»

     Aaron sgranò gli occhi: «Magett sta davvero così male?»

     Lei annuì: «Non potete immaginare quanto.» Di nuovo le lacrime ripresero a scorrere. Tentò di bloccare i singhiozzi, ma il nodo che aveva in gola doveva essere sciolto in qualche modo e lei non trovava altra soluzione. Si mise le mani sul volto, per coprire la sua vergogna.

     «Principessa…»

     «Chiedo venia ser Aaron. È che io…io non voglio perderlo…» singhiozzò Mey cercando di asciugarsi gli occhi, ma non riuscendo a darsi un contegno e a smettere di piangere. Rivedeva il fratello urlare dal dolore, le bolle e le ferite che ricoprivano le sue braccia, le mani che sbiancavano a forza di stringersi a pugno, gli occhi serrati con forza e quell’orribile odore di aceto misto a vino che impregnava l’aria della stanza da letto del re quando se n’era andata.

     Si avvicinò al capezzale di Aaron. D’improvviso sentì che lui era l’unico in quel momento di cui poteva fidarsi e che avrebbe voluto accanto.

     «Non dovete scusarvi, mia signora. Sedete.» La voce di Aaron era dolce e gentile, le sue braccia erano calde e forti quando la abbracciarono. Un contatto tanto intimo non sarebbe dovuto esserci tra loro, ma Mey si lasciò andare al calore confortante del cavaliere, tralasciando le sottigliezze del buon costume.

     Le lacrime bruciavano come ghiaccio sulla pelle, ma il calore delle braccia di Aaron le scioglievano come tanti, piccoli, lumi di candela. Forse, nonostante le sembrasse assurdo, la principessa aveva trovato un amico.

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