L’undicesimo re – Capitolo 26

 

Non aveva potuto fare a meno di origliare per un po’, anche se non era da lei. La curiosità l’aveva spinta a rimanere in anticamera e poggiare l’orecchio sulla porta, le mani a conchiglia per isolare gli altri rumori.

     Sentire suo fratello piangere l’aveva riscossa e se n’era andata, con un forte dolore al petto e cercando di ricacciare indietro l’impulso di tornare da lui e abbracciarlo forte.

     Rivedeva di tanto in tanto ciò che era accaduto quel giorno, Aaron crollare a terra ferito e Magett in ginocchio, pallido come un morto, tremante come un bambino.  Non avrebbe mai dovuto vedere il fratello in quello stato, non sarebbe mai dovuto accadere. Era chiaro che lui si sentiva in colpa e questo lo stava facendo soffrire troppo.

     Più tardi aveva saputo da Will che Magett era a letto e dormiva; ce l’aveva portato lui, in braccio, dopo che era svenuto per la stanchezza e la violenza dei suoi singhiozzi. Stava meglio, ma di certo non dormiva sereno, e a Mey non era permesso di vederlo. Era stato carino Will a informarla. Ora che non poteva Aaron, lo faceva lui.

     Anche in quel momento Mey era davanti alla porta delle stanze del re, in mezzo a due guardie che compivano il loro lavoro silenzioso; quanto avrebbe voluto poter entrare per accertarsi con i suoi occhi sulle condizioni del fratello … non era giusto che il suo essere donna la estromettesse da tutto. Era suo fratello, e non poteva stargli accanto. Lord Silver le aveva permesso di rimanere al capezzale di Aaron solo perché poteva essere utile una mano in più, dato che non era ancora certo se potesse sopravvivere, ma per fare visita al re bisognava essere un uomo, una serva o sua moglie, e persino in questo caso sarebbe stato difficile.

     Se almeno lui avesse saputo che era rimasta per molto tempo davanti a quella porta, forse una volta ripresosi l’avrebbe ammessa al suo cospetto per passare del tempo insieme. Si era ritrovati da poco e avevano parlato solo qualche volta e mai una conversazione vera e propria da fratello e sorella; Mey non sapeva neppure cosa potesse significare.

     «Mia signora.» Mey si volse, irritata e si trovò davanti Teny; portava in mano due catini uno sopra l’altra, una brocca, e aveva le braccia piene di teli candidi da bagno.

     «Che cosa ci fai qui?»

     «Mi è stato ordinato di aiutare la servitù del re per fargli un bagno.» L’ancella arrossì e Mey si irritò ancora di più. A una serva era permesso di vederlo, mentre lei, che era sua sorella, se ne doveva stare in disparte nell’attesa di una notizia. Ignorando il fatto di aver messo in imbarazzo la sua ancella con quella domanda, Mey tese le mani: «Dammi un telo, allora. Verrò con te.»

     Teny parve non capire, la guardò con occhi confusi e la bocca semiaperta. «Ma mia signora… non mi hanno detto nulla riguardo voi.»

     «Perché mai dovrebbe essere un problema? Vengo ad aiutare, come fai tu.» Non cercò nemmeno di fingere di non sapere che Teny lo faceva apposta per vederlo, tanto era cosa ovvia. Lei e il re erano amanti, l’aveva capito da un bel po’.

     Prese un telo e la seguì all’interno; le guardie, sbigottite, la lasciarono passare. Nell’anticamera li accolse il ragazzetto rosso che Mey aveva già visto ma che non salutò; in quel momento era presa da una profonda rabbia che non credeva possibile riuscire a contenere.

     Il ragazzetto le accompagnò nella stanza da letto del re, dove Magett giaceva immerso in un mare di coperte e cuscini. Attorno al letto almeno tre guaritori confabulavano tra loro e una decina di servi si affaccendavano chi per preparare l’occorrente per il bagno, chi per riscaldare al meglio la stanza.

     In tutto questo Magett pareva quasi assopito, avvolto dal dolore, con gli occhi spenti e lo sguardo distante. Mey si avvicinò, mentre Teny portava catini e brocca per l’acqua dai servi che stavano preparando la tinozza. Avvicinandosi riuscì a capire alcune parole dei guaritori; pareva stessero discutendo se fosse davvero necessario che il re facesse un bagno e alcuni erano convinti fosse più adeguata l’acqua fredda, per evitare che il troppo vapore penetrasse nelle piaghe, altri sostenevano che l’acqua addirittura avrebbe peggiorato le sue condizioni. Mey rimase alla parola ”piaghe”, si irrigidì come marmo e cominciò a pensare ad alcuni momenti in cui aveva potuto vedere che qualcosa non andava: le bende scorte una volta al braccio di suo fratello, la pelle arrossata su una mano, un braccio legato al collo come fosse ferito. Credeva fosse a causa della ferita ricevuta a Elber, ma se non fosse così?

     Proprio in quel momento, mentre lei se ne stava immobile a pensare, Magett la vide e lei se ne accorse tardi. «Mey… cosa… come sei entrata?»

     Tutti si girarono verso di lei; i guaritori smisero di parlare tra loro, i servi le posarono uno sguardo scioccato, persino lo scudiero del re la fissò male. Mey si sentì morire. Sarebbe voluta sprofondare in quel pavimento di pietra, non le importava più di nient’altro.

     «Mey…» Suo fratello si tirò su a sedere, con una smorfia; subito Alyn accorse da lui, seguito a ruota da un giovanissimo guaritore. Il re sollevò una mano. «Sto bene, non preoccupatevi.»

     «Volete che la accompagni fuori, mio signore?» chiese Alyn con voce imbarazzata. «Non l’aveva veduta entrare…»

«No, Alyn, mia sorella può restare. Almeno per qualche momento.»

A quelle parole Mey si ricordò perché era lì e si avvicinò accogliendo un cenno di suo fratello che la invitava ad andare al suo capezzale.

     Gli mostrò il telo che teneva con un braccio. «Volevo solo aiutare. Io… non volevo disturbare.»

     «Non disturbi.» Magett le tese una mano e lei si chinò e la baciò. La pelle era arrossata e secca al tatto, ma non diede a vedere il suo timore.

     Come se le avesse letto nel pensiero lui sorrise ritirando la mano: «Non preoccuparti, è solo un arrossamento dovuto al freddo.»

     Mey si guardò intorno, rincuorata. Tutti avevano ripreso le loro faccende; era il momento giusto per parlargli. «Volevo sapere come state. Volevo solo vedervi, mio signore. Avevo capito che non state bene.»

    «Sì, è vero, non sto bene. Ma non è nulla di cui tu ti debba preoccupare. Se vuoi renderti utile, sorella, torna da Aaron. Io non merito tante attenzioni.» Si guardò attorno con occhi tristi.

     Lei si fece coraggio e gli prese una mano. Ed era quella sbagliata, si accorse con orrore. Era avvolta dalle bende e macchie di sangue la spiccavano tra il bianco-giallognolo della stoffa. Le punte delle erano scure, il polso violaceo come avesse preso una forte botta. Lui ansimò, Mey fece allontanarsi ma suo fratello sollevò l’altra mano e gliela posò su un braccio. «Non andartene, Mey. Parliamo ancora un po’.  Mi dispiace di essere stato così freddo con te.»

     Le parlò fissandolo dritto negli occhi, facendole tremare le gambe. Le stringeva il braccio con debolezza, ma quella stretta per Mey era tutto. «Dovevate fare un bagno, ha detto Teny.»

     «Il bagno posso farlo più tardi.» Magett richiamò Alyn e gli ordinò che facesse uscire tutti tranne lei. «Tu, Angus, resta nei paraggi. E te, cara sorella, siedi accanto a me.»

     Tutti se ne andarono, eccetto Mey. Anche Teny se ne andò, con sua grande soddisfazione, con lo sguardo basso e la sua inutile brocca d’acqua.

 

 

Mey e il re parlarono a lungo quel giorno, fino al tramonto, quando lei lo lasciò per presenziare al pasto serale.

     Parlarono di Elber, di come il piccolo Elian stesse guarendo bene; chiacchierarono di alcuni ricordi della loro infanzia, Magett raccontò aneddoti divertenti di quando era ragazzino; Mey fu così felice di trascorrere del tempo con lui che all’inizio non si accorse di quant’era sofferente. Dopo un po’ che parlavano chiese che l’aiutasse a mettersi disteso, con due cuscini sotto la testa, poi la sua voce cominciò a calare e parlò sempre più debolmente ma la chiacchierata non si arrestò; e allora parlarono dei problemi della corte, della vicina festa di primavera che si sarebbe tenuta di lì a un paio di settimane, dei possibili candidati per Mey. Magett espresse il suo desiderio di darla in sposa entro l’anno e a questo lei sussultò, ma evitò di fare troppe domande per non infastidirlo.

     Fu un bel momento poter parlare con lui; ogni tanto Mey gli bagnava la fronte soffermandosi per qualche carezza. Le dispiacque andarsene, ma lui era troppo stanco e lei doveva andare a cena.

     Lo salutò con un nodo in gola, baciandogli entrambe le guance e la mano destra, quella non bendata. «Potrò venire ancora a farvi visita?»

     «Certo sorella mia.» Lui, esausto, alzò una mano e le fece una carezza per poi lasciare ricadere pesantemente il braccio sul letto. «Mi sei mancata.» Chiuse gli occhi e Mey lo lasciò così, mezzo addormentato e con il braccio penzoloni, temendo di fargli male.

     Si strinse la mantellina al petto, posò su un tavolino il telo che aveva tenuto in grembo per tutto il tempo e se ne andò in fretta ignorando del tutto il povero valletto dai capelli rossi, che era rimasto in piedi nell’anticamera fino a quel momento solo per aprirle la porta.

 

 

Nella sala dei banchetti lord Silver la accolse alla porta e la accompagnò al tavolo. «Principessa, so che siete stata ricevuta dal re.»

     «Se così si può dire, milord.»

     «Come sta?»

     «Vorrei dire che sta bene, ma non ne sono così sicura. Era piuttosto provato, anche se non so bene da cosa. Forse anche a causa degli ultimi avvenimenti.»

     Si sedettero, Silver al posto del re per camuffare la sua assenza come reggente momentaneo, Mey accanto a lui. «Voi sapete qualcosa della sua malattia?» chiese sfruttando l’occasione. Era certa che il lord sapesse tutto; era il consigliere personale di suo fratello e parevano avere una buona intesa.

     «Mi dispiace principessa,» Silver la guardò con occhi gentili ma impenetrabili. «Il re soffre di una seria malattia, come penso abbiate capito, ma mi è stato chiesto di non parlarne.»

     «Io sono sua sorella e sono preoccupata. Ditemi almeno se guarirà.»

Lord Silver la guardò con espressione grave, poi batté le mani dando la fine alla sua insistenza. La servitù cominciò subito a servire il pasto e tra tutti i commensali cominciarono chiacchiere e baccano; e così Mey non ebbe la sua risposta.

 

 

Angus aveva mani molto delicate ma il dolore era comunque terribile.

     «Fa piano.»

     «Sto facendo piano, ma voi non avete idea di quanto male siate messo.»

     Magett fece una smorfia ma evitò di ribattere; si concentrò invece per sopportare il dolore. Aveva un braccio gonfio, lo stesso braccio rimasto ferito a Elber, viola di venuzze rotte e sangue fermo. Angus lo stava esaminando e cercava di capire come curarlo.

     «Questo braccio è stato ferito non molto tempo fa, o sbaglio?»

     «Chi te l’ha detto?» Si sentiva molto stanco, non aveva voglia di discutere, ma quella doveva essere un informazione personale.

     «Lo deduco dal suo aspetto» rispose Angus, prendendo una pezzuola imbevuta d’aceto e cominciando a tamponare tutto l’ematoma. «Non è stato ben curato, questo braccio,  e perciò risente di più della vostra malattia.»

     Magett scosse la testa: «La mia malattia… non sapevo che la polmonite rossa facesse questo.»

     «Infatti, non lo fa.»

     «E allora perché…»

Angus lo guardò dritto negli occhi, facendo sgorgare l’aceto dentro una piaga: «Perché non lo è, mio signore.»

     Magett urlò, mentre una paura folle lo attanagliava. «Come… cosa, cosa intendi?» Si strinse il braccio al petto, ansimando.

     «Non lo so» confessò l’apprendista guaritore, «non ancora, ma lo scoprirò, potete starne certo.»

 

Cari lettori, questo era il nuovo capitolo del romanzo “L’undicesimo re”, disponibile anche su wattpad.  Se vi è piaciuto, spargete like sui vari social (wattpad, facebook, twitter) e magari un voto su net-parade. Grazie e buona continuazione della settimana a tutti!

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