L’undicesimo re – Capitolo 25

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♦INDICE E INFORMAZIONI

 

L’aria era stranamente calma quel mattino, in contrasto con il suo animo agitato.

Magett notò che le nuvole cominciavano ad addensarsi a ovest. Non sarebbe stato una luminosa giornata e questo, per ironia della sorte, migliorò il suo umore. A Nolan non sarebbe andata così bene…

Il vigliacco stava in quel momento passando accanto a lui, scortato da due guardie. Altre due stavano giungendo dalle scuderie con i cavalli. Anche Nolan avrebbe avuto il suo e questo a Magett non andava per niente bene, ma Silver aveva insistito. «Se lord Bastian vedesse arrivare suo figlio trascinato a piedi o anche a cavallo insieme a una semplice guardia, come credi potrebbe reagire? Sarà pure vigliacco e senza onore ma Nolan è pur sempre di alto lignaggio, non puoi trattarlo come un villano qualunque.»

Magett storse la bocca ripensandoci. Avevano discusso un bel po’ e in tono parecchio acceso prima che Silver riuscisse a convincerlo, ma in cuor suo aveva saputo sin da subito che era la cosa giusta. Doveva mantenere l’alleanza con la casata dei Bastian, era troppo importante per il regno e per la sua famiglia.

Anche Mey lo sapeva e nonostante si leggesse chiaramente la rabbia nei suoi occhi, in fondo vi era anche un forte sentimento di dovere che esprimeva con la testa alta e le spalle bene aperte anche sotto strati di lana. Magett le sorrise, orgoglioso; sua sorella si stava comportando molto bene. Una Krown degna del suo nome.

«Siamo pronti mio signore» annunciò il cavaliere al comando della scorta di Bastian. «Con il vostro permesso…»

«Un momento ancora, ser Clement.» Si avvicinò a Nolan, già montato a cavallo. Il Bastian gli rivolse uno sguardo compiaciuto sotto la barba che si era lasciato crescere.

«Ser Nolan, mi auguro che facciate buon viaggio.»

«Oh, sicuramente, maestà, sarà un viaggio splendido.»

Magett strinse i denti; doveva stare attento alle parole che diceva. «Prenderete la strada di Ruddark, molto più sicura di quella che attraversa la foresta. Eppure fate attenzione; la vita riserva molte sorprese.»

A quella minaccia velata Bastian rise: «State tranquillo, non mi accadrà nulla.»

«Andate» ordinò Magett a ser Clement. Il cavaliere diede il segnale di partenza e Nolan spronò il destriero dietro di lui. Il suo mantello scuro danzava al vento sopra il cavallo nero come pece. “Come un demone in terra” fu il pensiero del re.

Si allontanò in fretta, desideroso di mettere subito quanti più passi poteva tra lui e Nolan Bastian.

Sua sorella, inaspettatamente, lo seguì. «Mio signore.»

«Che cosa vuoi sorella?»

«Parlarvi.»

«E’ urgente?» Non aveva voglia di essere trattenuto. Desiderava solo tornare nelle sue stanze.

Capì di averla spiazzata parecchio con quella domanda.

«No.»

«E allora dovrai aspettare.»

«Ma…»

«Dovrai aspettare» ripeté, con un tono che non ammetteva repliche.

La vide abbassare lo sguardo, mortificata, ma era troppo stanco per darci peso.

Tornò in fretta verso le sue stanze, percorrendo i corridoi quasi di corsa. Il suo cuore batteva forte nel petto dolorante, avvertiva il peso fastidioso dei tessuti spessi che gli ricoprivano le braccia. Cominciò a spogliarsi prima ancora di entrare nella camera. Tolse in fretta cappa, giubba, tunica e camicia, restando a torso nudo. Sentiva il petto in fiamme; si sedette sul letto, tentando di calmarsi. Che cosa gli stava succedendo?

In quel momento entrò Alyn, che reggeva in mano una brocca e il suo calice. «Mio signore, vi ho visto passare in tutta fretta, credeva aveste bisogno di me…»

«No, Alyn, puoi andare se vuoi.» Ansimava, ma cercò di non darlo a vedere. Gli faceva male il braccio offeso dalla ferita a Elber, e sentiva l’addome teso, i muscoli rigonfi sotto le sue mani.

«Siete sicuro di stare bene?»

«Sì.»

«Va bene, io… vi lascio un po’ di vino sopra al tavolo.» Alyn appoggiò la brocca e il calice e uscì quasi di corsa; aveva capito che qualcosa non andava e immaginò che stesse correndo ad avvertire un guaritore.

Magett si alzò e corse alla latrina. Nella foga gli cadde dalla testa la corona, che rotolò via con un rumore metallico. Si richiuse la porta alle spalle, si chinò e rigettò quantità di cibo che non pensava di poter avere in corpo. Sentiva il sudore colargli lungo le guance e scendere sul collo, aveva i polmoni in fiamme; dopo aver vomitato, fece una gran fatica per riprendere fiato, poi si accasciò a terra sfinito.

Non passò molto prima che qualcuno bussasse alla porta. Magett non rispose, si sentiva troppo male per farlo. Rimase lì a boccheggiare nella vana speranza di avere più aria, poi si girò e vomitò di nuovo. Si pulì con il dorso della mano, che ritrovò coperto di sangue scuro. Si lasciò sfuggire un grido, ma non fu capace di alzarsi.

Subito dopo la porta fu aperta da qualcuno, che entrò e disse qualcosa, ma lui era troppo concentrato a sopportare il dolore che torturava il suo corpo per poter afferrare le parole.

Si sentì afferrare per un braccio, con delicatezza, e sollevare a sedere. Vomitò ancora e qualcuno gli sorresse la testa. Che cosa aveva fatto per stare così male?

Percepì delle mani che gli tastavano la pancia con insistenza e si divincolò dal dolore. Poi la sua vista divenne fitta e grigia come nebbia e sentì il suo stesso corpo andare all’indietro, verso il pavimento.

Riaprì gli occhi e subito fu assalito da una forte nausea. Si guardò attorno. Alyn attizzava il fuoco nei focolai, mentre accanto al letto stava seduto un ragazzo dall’aspetto sincero e gentile. «Ben tornato, mio signore.»

«Chi siete? Un guaritore?»

«Non ancora. Sono solo un allievo.»

Magett provò a tirarsi su ma il ragazzo scosse la testa e si alzò di scatto. «No, no, sire, dovete stare a riposo. Non dovete fare nessuno sforzo, almeno per un paio di giorni.»

«Cosa mi è successo?»

«Avete avuto una seria crisi della vostra malattia, che è durata parecchi minuti dopo che sono arrivato io. Ho già avvertito i guaritori e il mio maestro. Hanno detto che dovrete stare a riposo e che posso badare io a voi. Sempre se vi fidate di un allievo.»

«Io non mi fido dei guaritori, quindi perché mai un allievo dovrebbe fare la differenza? Siete tutti uguali per me.»

Il ragazzo tornò a sedersi. Non parlò più, e Magett presto si riaddormentò.

 

Quando si svegliò per la seconda volta, era già trascorsa la giornata. Dalla finestrella entrava la luce della luna; era notte. Eppure l’allievo guaritore era ancora lì, seduto su una sedia, con un libro tra le mani.

«Cosa ci fate ancora qui?»

Il ragazzo sobbalzò e il libro si chiuse di scatto: «Io, mi hanno detto che dovevo stare con voi almeno per questa notte, per controllare le vostre condizioni.»

«Che cosa leggevate?»

Il ragazzo arrossì: «Tierr minn.»

«Oh.» Magett l’aveva già letto, quel libro. Narrava le avventure di un giovane che, naufragato con il suo vascello al largo delle isole di Sangàdia, incontrava sulle rive del mare la principessa dell’isola nell’atto di togliersi la vita. Dopo averla convinta a non farlo, i due s’innamorano. La parte che Magett ricordava di più era quella in cui facevano l’amore sulla spiaggia infuocata dal sole del tramonto.

«Come vi sentite ora?» Il ragazzo era ancora rosso in viso.

«Sto meglio. Non mi avete ancora detto il vostro nome.»

«Angus. Da Lunisia.»

«Venite dall’est.»

«Sono nato a Harbour, ma i miei genitori sono del regno del nord.»

«Capisco.» Si tirò su a sedere, aspettandosi che il ragazzo, Angus, gli dicesse di stare giù scattando in piedi. Invece lo lasciò fare.

«Dovreste mangiare qualcosa.»

«Scoprirai che non mangio molto.»

L’altro non replicò. Riprese il suo libro e continuò a leggere.

Magett ripensò a quel mattino, quando Nolan se n’era andato. Una sua parte ne era contenta, l’altra avrebbe voluto che fosse ancora nelle sue mani per fargliela pagare davvero.

Anche se questa volta era colpa sua, non di Nolan. Aaron era rimasto ferito solo a causa sua, perché era stato troppo impulsivo e stupido. Aaron stava male a causa sua. E forse rischiava anche di morire.

Magett si era lasciato prendere dalla collera dopo l’ennesima offesa di Nolan, aveva estratto la spada e si era lanciato contro di lui, ma Aaron si era frapposto tra Nolan e la spada e aveva ricevuto il morso freddo dell’acciaio al posto suo.

Se non l’avesse fatto, Magett avrebbe potuto avere seri problemi con la casata dei Bastian. sarebbe stato molto difficile spiegare al lord della morte di suo figlio, e peggio ancora se Nolan fosse sopravvissuto e avesse potuto così raccontare tutto al padre tralasciando ovviamente le sue colpe.

Aaron aveva fatto la cosa giusta e ne stava comunque pagando le conseguenze. E lui sarebbe dovuto stargli accanto, invece non appena aveva visto il suo migliore amico accasciarsi era svenuto a sua volta come una fanciulla.

Non era ancora andato a fargli visita. Aveva dovuto passare la maggior parte della giornata a letto con la febbre, poi aveva dovuto discutere con Silver su cosa fare con Bastian; e ora stava di nuovo male, troppo male per potersi alzare, ma doveva provarci.

Attese che Angus prendesse sonno. Si mise un bel po’, ma alla fine lo vide chiudere gli occhi, il libro ancora aperto tra le mani gli scivolò sulle gambe, e Magett fu sicuro che si fosse addormentato da come vedeva il suo respiro farsi più lento e la sua espressione serena.

Scivolò giù da letto con cautela; non voleva essere costretto a svegliare Angus perché lo aiutasse a rialzarsi. Gli girava la testa, ma riuscì a stare in piedi. Recuperò i suoi vestiti, che erano stati messi sopra alla cassa di legno ai piedi del letto. Infilò solo la camicia, poi si coprì con la cappa. Ogni movimento gli provocava fitte di dolore al torace e all’addome, ma cercò di sopportare stringendo i denti e si diresse alla porta. Stava per aprirla quando si ricordò delle guardie, e allora si spremette per ricordare chi potesse esserci al turno di notte. “Will e Blanny.” Storse il naso. I due si odiavano e Blanny era un vero bastardo, in tutti i sensi. “Chiederò a Will che mi accompagni da Aaron, così Blanny terrà chiusa quella fottuta bocca.”

Poggiò la mano sulla maniglia della porta, ma un rumore dietro di lui lo fece trasalire. Barcollò e fu costretto a dare la schiena alla porta per appoggiarsi. Era Angus. Sveglio, con il libro ancora in mano, che lo guardava scuotendo la testa. «Mio signore, dove pensate di andare?»

«E tu cosa pensi di fare? Fermarmi?»

«Sì, esatto. Chiedo venia, mio signore, ma devo farlo. Per voi, per la vostra salute. E inoltre le guardie non vi lascerebbe passare.»

«Cosa?» Magett sentì la rabbia montare. «Con chi credi di parlare? Io sono il re e tu l’allievo di un guaritore. Chi pensi che ascolterebbero?»

«Me, poiché ne va della vostra salute.»

Magett gli lanciò uno sguardo si sfida. Poi si volse e aprì la porta. Will e Blanny stavano discutendo a bassa voce, le lance puntate l’una contro l’altra. Per poco non scoppiò a ridere per l’assurdità di quella vista.

«Will.»

Lui si voltò e lo guardò sorpreso. «Magett? Ehm, cioè, mio signore? Non dovreste essere a letto?»

«Lascia perdere i convenevoli, Will, ho bisogno che mi accompagni da Aaron.»

Will lanciò un’occhiata ad Angus, che sorrise, sicuro di sé. «Magett, non so se…»

«Obbedisci.»

«No, io… non voglio essere in parte responsabile se tu dovessi stare male.»

«Will, io sto già male. Portami da Aaron, ti prego, devo vederlo.»

L’amico sembrava davvero combattuto, ma infine cedette: «Va bene, ma solo per un po’. Non devi affaticarti troppo.»

Magett annuì, poi lanciò un’occhiata vittoriosa ad Angus, che scosse la testa e se ne tornò al suo posto a leggere Tierr minn.

Will disse a Blanny di non muoversi dalla postazione, poi cinse le spalle di Magett per sostenerlo subito in caso di bisogno. «Non serve Will, ce la faccio.»

«Solo per sicurezza.»

Si diressero nelle stanze di Aaron; a Magett girava la testa, ma tenne duro.

Fu Will ad aprire le porte, a farsi annunciare dallo scudiero di Aaron a chiunque fosse nelle sue stanze a vegliare su di lui, e a guidare Magett fino alla camera da letto, sorreggendolo con premura.

Nella camera si respirava un forte odore di erbe medicinali, che li fece arricciare il naso, ma un piacevole tepore emanava dai bracieri tutt’attorno al letto e lui si avvicinò con piacere.

Allora ebbe il coraggio di dare uno sguardo ad Aaron; vide che giaceva tra le coperte, era pallido e sudato, a torso nudo e soffrì poiché erano fin troppo evidenti le sue pessime condizioni. Con lui, Magett fu sorpreso di vedere, vi era Mey, insieme alle sue ancelle, allo scudiero e a due guaritori. Sedeva su una seggiola accanto al letto, il capo chino e un velo scuro a coprirle i capelli, il collo e le spalle.

«Mey?»

Sua sorella balzò in piedi non appena lo vide. Parve a disagio e tenne lo sguardo basso. «Mio signore, non è come pensate. Non sono stata sola con lui, ve lo giuro.» Poi iniziò a balbettare e la vide abbassare lievemente il velo tentando di nascondere l’improvviso rossore delle sue gote. Non sapeva come giustificare la sua presenza, comprese Magett.

«Tranquilla, Mey, non ho bisogno di spiegazioni. Immagino volessi solo renderti utile.»

Lei tacque. Allontanò la sua mano, che era ancora stretta tra quella di Aaron e si alzò tenendo il volto dietro il velo. «Perdonate, Maestà.» Le scivolò accanto, leggera come la fiammella smorzata di una candela, ma lui le prese un braccio trattenendola.

«Aspetta, sorella, puoi restare se è tuo desiderio.»

«No, vi prego mio signore, non insistete, mi sento di troppo in questo luogo.»

Magett la lasciò andare, preferendo non insistere per timore di aumentare in lei il disagio. Nel suo animo si agitavano diverse emozioni e tra tutte spiccava il senso di colpa per come si era comportato con lei quella mattina, quando, appena dopo la partenza di Nolan Bastian, la sorella gli aveva esposto il bisogno di parlargli e lui si era rifiutato in modo alquanto duro.

La guardò uscire dalla stanza con le gonne che sobbalzavano a ogni suo passo e le ancelle che la seguivano come oche. Per scacciare almeno uno dei suoi sensi di colpa, rivolse lo sguardo ad Aaron e prese posto nella sedia occupata prima da Mey.

Will, in tutto questo, era rimasto muto ai piedi del letto del cugino. Quando Magett si fu seduto, prese una sedia dal tavolo in mezzo alla camera e si sedette anch’egli, dal lato opposto del letto. Nessuno dei due disse una parola; nell’aria aleggiava un senso comune di tristezza e d’inutilità, persino da parte dei guaritori che vagavano per la camera spargendo fumi d’incenso ed erbe medicinali.

Magett sentiva il peso della sofferenza di Aaron come se fosse la sua, lo avvertiva dalle gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, dal pallore del suo volto, dai suoi gemiti, dai respiri affannosi, dalle deboli strette di mano che gli concedeva. Si odiava, per quello che gli aveva fatto. Avrebbe dovuto essere lui al suo posto, lui che almeno era già prossimo alla morte.

Strinse con delicatezza entrambe le mani dell’amico, e solo allora ebbe il coraggio di piangere, ma in silenzio, nel rispetto del suo riposo. Gli inondò la pelle di lacrime bollenti, straziandosi il petto di singulti repressi, fino a che il mal di stomaco e la stanchezza presero il sopravvento, e quell’intimo e profondo sfogo di pianto fu annebbiato dall’oscurità del mondo dei sogni.

 


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

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