L’undicesimo re – Capitolo 23 – Dopo il duello

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♦INDICE E INFORMAZIONI

 

Si svegliò tra le morbide coltri del suo letto, la testa dolorante abbandonata su soffici cuscini.

     La sua prima sensazione fu di dolore, la seconda di gradevole senso di pulito. Tastandosi debolmente percepì che indossava una tunica liscia e fresca di bucato. Sorrise, si voltò e già sapeva chi ringraziare: «Ben fatto Alyn.»

     Lo scudiero, seduto su una poltrona al suo capezzale gli rimandò un sorriso nervoso e arrossì di imbarazzo: «Ho immaginato voleste sentirvi pulito dopo le fatiche dello scontro, così… ecco… mi sono fatto aiutare dai servitori per darvi una rinfrescata. Eravate zuppo di sangue, non potevo lasciare in quello stato. Ho fatto solo il mio dovere.»

      Il re gli posò una mano sul braccio: «Non sminuirti Alyn, tu vai oltre il tuo dovere. Sei un bravo scudiero, hai fatto un buon lavoro. Mi sento davvero molto meglio.»

      «Gradite fare un bagno completo? Vi preparo la tinozza.»

 «No, Hal, va bene così. Piuttosto portami del vino leggero.»

 «Subito Sire.»

Magett attese che uscisse dalla stanza, poi andò verso la finestra, a piedi scalzi e trascinandosi dietro una coperta. Fuori il sole splendeva, anche da quelle strette finestre filtravano ben pochi raggi. Però era una bella giornata, una di quelle che avrebbe volentieri passato a cavalcare per le campagne, a caccia nei boschi o a tirare con l’arco sopra colle Melthon.

     Invece doveva stare a letto, si sentiva troppo debole per fare più di qualche passo.

     Guardò fuori, verso il verde della foresta e dei giardini del castello, la cui vista meravigliosa poteva godere dalla sua stanza e specialmente dal terrazzo. Proprio allora alcuni degli avvenimenti precedenti irruppero con prepotenza nella sua mente. Elber, la profezia dell’oracolo, quel bastardo di Bastian, il crescente attrito con la casa Goldwin e Tarn, la testardaggine e l’orgoglio di Rud, la testa mozzata del messaggero di Garen Silver. Tutto questo gli rodeva nel petto; erano tutti avvenimenti che avrebbe dovuto saper evitare, invece si ritrovava a dover ritrovare tutti i pezzi e rimetterli a posto, un compito affatto semplice.

     Aveva risolto alcune questioni, certo: Mey era al castello, Tarn aveva pagato il prezzo salato della sua insolenza, Vincent aveva ricevuto la giusta punizione, ma la pace del regno era minata dalla maggioranza di tutto questo. Erano questioni risolte, ma non definitivamente, e purtroppo era certo che presto o tardi ne avrebbe avuto ancora a che fare.

 

 

4 giorni dopo.

 

Mey scese in ritard0 per la colazione. Era passata nelle stanze del re, ma non l’aveva trovato. Uno dei suoi servitori le aveva detto che poteva trovarlo nella sala grande, così vi si diresse insieme alle sue ancelle.

     Arrivata lì, infatti, vide il re seduto a sbocconcellare svogliatamente alcune pallide polpette.

     «Pollo e formaggio?» chiese avvicinandosi.

Il re si volse di scatto, l’espressione sorpresa e confusa.  «Mey? Cosa…»

     «Le polpette» disse sorridendo, «sono di pollo e formaggio? Sembrano un po’ chiare per essere di cinghiale.»

     Lui ne prese una tra le dita e se la rigirò con sguardo interrogativo: «Mah, credo sia una polpetta e basta. Cos’abbia dentro resta un mistero.»

     Mey si accomodò accanto a lui e si fece servire pane, formaggio e olive su un piccolo tagliere. Assaggiò il formaggio; odorava di muffa e il sapore lasciava a desiderare.

     «È disgustoso questo formaggio! Ma hanno cambiato cuoca per caso?»

     Suo fratello annuì, sorseggiando del vino. Posò la coppa: «Cuoca Adalia è in vacanza e il suo apprendista, Dario, non userebbe un coltello nemmeno se il cinghiale stesso saltasse dentro il forno. È un totale incapace. Pensa che ieri mi ha mandato la colazione destinata a ser Claude, che poveretto ha dei forti dolori allo stomaco e problemi…ehm, in quel senso. Una sottospecie di brodaglia che ha fatto andare me alla latrina! Inette che non è altro…»

     «Non potete licenziarlo?»

     «Se potessi l’avrei già fatto Mey, non credi?» Il re strinse le labbra; una goccia viola di vino gli scese lungo il mento e lui la asciugò con un dito.

     Mey si accigliò: «Siete il re, perché dite di non poterlo fare? Non ha senso.»

     «Sì che ha senso. Dario è il figliastro di Adalia e non vorrei offenderla. Ci tiene che anche lui lavori nelle cucine. Il problema è che non le somiglia per nulla, si nota molto bene che non è stata lei a metterlo al mondo. È un disastro, mentre Adalia è senz’alcun dubbio una brava cuoca. Era la preferita di nostro padre per i suoi pasticci di carne.»

«Non lo ricordo» ammise Mey.  «Comunque spero che torni presto, altrimenti io non mangio più.»

     Il re indicò con un cenno del capo gli altri lord che giocherellavano con il loro cibo.  «E non sarai l’unica a fare lo sciopero della fame, sorella.»

     Mey adocchiò il grasso Patrick che si ingozzava di noci e formaggio e sorrise divertita: «Beh, al nobile Patrick farebbe un gran bene, oserei dire, fratello.»

     Lui sorrise, mettendo da parte l’ennesima polpetta. Era molto pallido, sembrava non mangiare da giorni.

     «Forse dovreste sforzarvi un poco, non mi sembrate molto in forze.»

     «Sto bene, sono solo stanco.» Nei suoi occhi però un velo di tristezza era sceso ad adombrare il blu profondo delle sue iridi.

     «Allora dovreste riposare. A causa del duello, intendo. Deve essere stata dura, per questo siete stanco, fratello.»

     «Non preoccuparti sorella, lo sai che ho riposato abbastanza. Sono stato a letto quattro giorni!»

     Mey tacque, abbassando la testa e preferendo non insistere. Avrebbe voluto chiedergli che cosa aveva intenzione di fare con Nolan Bastian, ma non lo fece per evitare di turbarlo con pensieri poco gioiosi e per nulla rasserenanti. Di certo in quel momento non ne aveva bisogno.

 

 

* * *

 

 

Magett si accasciò tra le coperte, sfinito. Aveva fatto colazione, anche se a fatica era riuscito a mettere in bocca qualcosa, poi era sceso nelle scuderie a salutare Shiotty, che aveva sbuffato per le infrequenti cavalcate dell’ultimo periodo, ed era andato ai canili a prendere i suoi amati cani. Li aveva portati dentro al castello; era da un po’ che non stava con loro come era solito fare. Troppi era stati gli eventi nefasti delle ultime settimane.

     Si arrotolò nelle pellicce per combattere il freddo, lasciando però penzolare un braccio al di fuori perché Cappa gli leccasse la mano. Tacco invece, secondo il suo carattere più vivace quanto il rosso della sua pelliccia, cominciò a scodinzolare per trasmettergli la sua voglia di giocare.

      «No, Tacco, sono troppo stanco per i giochi» mugolò Magett pulendosi sulle coperte la mano tutta inumidita dalla lingua di Cappa.  «Facciamo domani, va bene? Ora a cuccia, bello.»

     Tacco rispose uggiolando, ma infine si arrese al volere del suo padrone e si accucciò come Cappa ai piedi del letto.

     In breve Magett si addormentò. Sognò il duello e le mani mozzate di Tarn, il volto storpiato del messaggero grazie al quale aveva saputo dell’agguato a Elber e il capo reciso del messo di Silver. La loro sofferenza era la sua, il loro sangue gli imbrattava le vesti e le mani. Gocciolava, gocciolava… fino a cospargere il regno intero.

 

Si svegliò tutto sudato e intirizzito per il freddo. Nella lotta contro quel terribile incubo aveva scalciato coperte e pellicce scoprendosi quasi completamente le gambe e il busto. La tunica era pregna del lezzo della sua paura. Tutti quei morti, tutti quegli eventi drammatici e tutto coincideva con l’arrivo di Mey a corte. Doveva essere una bella cosa che sua sorella tornasse a casa, invece la sua gioia si era trasformata in un infinito e doloroso incubo.

Il mattino dopo il re discusse con il suo consigliere delle faccende ancora tristemente irrisolte.

     «Dobbiamo ancora trovare il modo di aiutare gli elberiani e punire Rud per la sua negligenza, che tanto si potrebbe chiamare tradimento. Tu come mi consigli di procedere?»

     Silver mise due dita sotto il mento: «Riflettendo, mio signore, penso che non ci sia altro modo che recarsi a Ruddark.»

     Magett lasciò cadere le braccia, preso da un ironico sconforto: «Questo l’avevamo già capito, Garen. Il dilemma è come fare ad andare a Ruddark. Se ben ricordi, un messaggero è già morto per questo; quel disgustoso di Rud ce l’ha mandato indietro parecchio… come dire, ridotto.»

     «Divertente, sire» borbottò il consigliere abbassando lo sguardo sul pavimento a scacchi. «Solo che io non parlavo di un normale messaggero.»

     «E cosa vorresti mandare? Un clajkdvort? O magari un piccione? Un piccione avrebbe vita breve, un clajkdvort farebbe al caso nostro, se solo esistesse.»

     «In effetti è una leggenda parecchio interessante, sire. Deriva dalla Terra d’argento, lo sai?»

     «Sì, ma penso che ora non ci interessi.»

     «Sì, certo, è vero.»

     «Stavamo dicendo? Oh, sì, non comprendo cosa intendi per “normale messaggero”.»

     «Bè, un soldato, o una guardia qualunque.»

     «Sì, ma… tu hai detto, insomma mi sono spiegato male. Tu ha detto che non ti riferivi a un normale messaggero. Quindi?»

     Silver sbuffò, ma si schiarì la voce prima di parlare: «Tu ora, sire, sei in convalescenza, non puoi stare a cavallo a causa dei colpi ricevuti durante il duello, ma non tutti hanno combattuto, giusto?»

«Solo io e Terence, e allora?»

«Allora, pensavo che io potrei essere una buona opzione.»

     «Tu?»

     «Sì, io.»

     «No, non mi piace, Garen. Potresti venire ucciso e non voglio che accada.»

     «Rud non può ammazzarmi con tanta leggerezza, lo sai bene. Sono il signore della Terra d’argento, per gli dèi!»

     «Non lo so, non mi convince.» Magett poggiò i gomiti sul tavolo. Tutta la sala delle riunioni, attorno a lui, rispendeva della luce aranciata delle torce, comunicandogli ottimismo, ma una parte di lui era rigida e negativa come la pietra del pavimento. Non poteva correre tale rischio. Non poteva sacrificare Silver in gran parte solo per il suo orgoglio.

     «No» disse con fermezza, «troverai qualcun altro che possa prendere le mie veci e andare a Ruddark.»

     «Silver abbassò il capo in segno di obbedienza: «Come desideri mio re. Sappi però che non sono d’accordo. Non troverò nessuno con un potere come il mio che possa svolgere questo arduo compito.»

     «Lo troverai. Intanto comincia a cercare.»

Scese il silenzio sulla loro discussione. Entrambi si alzarono e diressero i loro passi verso la sala grande.

 

 

* * *

 

 

Dopo la colazione Magett risalì nelle sue stanze per prepararsi alla messa. Era l’ultimo giorno della settimana e come da tradizione si andava tutti a pregare al grande tempio di Emenia, per ringraziare gli dèi della settimana vissuta, bella o brutta che fosse.

     L’indomani, invece, durante una seconda celebrazione più breve avrebbero pregato per la nuova settimana a loro concessa.

     Era la prima volta, dopo le vicende di Elber, che Magett vi si recava e già sapeva che il sommo sacerdote non avrebbe apprezzato.

     Nemmeno Mey aveva partecipato alle messe, poiché era tradizione che, trascorsi i novi anni di lontananza dalla famiglia, la dama del nord fosse accompagnata dal tutore nel tempio di Emenia. L’assenza della principessa al sommo sarebbe piaciuta anche meno.

     Era però talmente intontito dalla stanchezza, che alla fine fu costretto a mettersi a letto e a rimandare alla settimana dopo. Si sentiva troppo male per affrontare quei dannati sacerdoti, troppo pronti a giudicarlo nonostante fosse il re, così ordino ad Alyn che avvertisse Silver e Mey. Ancora una volta il consigliere si sarebbe dovuto sorbire le maledizioni del sommo sacerdote al posto suo. “Povero Garen” sogghignò Magett tra sé. Poi si adagiò tra le sue calde coperte beandosi di quel momento di pace.

 

 

Rimase nelle sue stanze per altri cinque giorni. Un forte malessere e malumore l’avevano colpito e non riuscì a fare altro che dormire e torturarsi con orribili pensieri.

     Infine, dopo dieci giorni dal duello contro Terence Tarn, il re si era abbastanza ripreso da poter riprendere a svolgere i suoi naturali compiti. Dentro di lui però un dolore continuo bruciava, come avesse una spina avvelenata conficcata nel petto.

 


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