L’undicesimo Re – capitolo 16 (4ª parte) – La sfida e il duello

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Dopo aver pregato suo fratello di trovare un modo per guarire Nolan Bastian, Mey si era sentita offesa e umiliata. Non era mai stata costretta a fare così in vita sua, ma il senso di colpa che provava si era smorzato non appena, solo il giorno dopo, aveva potuto vedere i prodigiosi miglioramenti di Nolan. Perciò la sensazione di vergogna che provava lentamente si era dissolta per lasciare spazio a un’orgogliosa soddisfazione.

Anche il giorno prima, dopo il pranzo, si era recata da Nolan, speranzosa che la febbre fosse calata ormai completamente. Invece ancor più sorpresa nel vedere che il cavaliere era addirittura impegnato a consumare il suo pasto; era come se nulla fosse accaduto.

Stupita, Mey si era chiesta quale straordinario guaritore avesse ingaggiato Magett, ma presto tutte le sue domande erano state soppiantate dalla gioia di vedere Nolan parlare e sorridere, e addirittura alzarsi in piedi per accompagnarla alla porta dopo che ebbero chiacchierato un poco, purtroppo per lei sotto la stretta sorveglianza di donna Matilde.

Era rimasta talmente serena dalla visita al cavaliere, che quasi si era scordata del terribile spettacolo a cui era stata costretta ad assistere la mattina.

«Mia signora, il re…». La dolce voce di donna Matilde, che camminava al suo fianco, la ridestò dai suoi pensieri. Stava ricordando nella sua mente che doveva parlare con il fratello e ringraziarlo, qualsiasi cosa avesse fatto.

Fu quindi meravigliata di vederselo davanti, a poca distanza, che avanzava verso di lei seguito da due guardie, dallo scudiero e un paio di valletti. Il re aveva un aspetto radioso e sorridente, in netto contrasto con la sofferenza visibile nei suoi occhi dolci e cadenti. Indossava abiti molto belli: la tunica blu chiara, stretta in vita da una spessa cintura d’oro decorata da cristalli di giada e lapislazzuli, era finemente ricamata nella sua interezza; sul petto era rappresentato lo stemma di famiglia, sulle maniche lunghe fino ai gomiti erano intrecciati fili d’oro e d’argento che finivano per creare un intrigato disegno di gigli e rose. La parte al di sotto della cintura, la gonnella della tunica, era talmente ricamata da apparire tutta d’oro filato. Quella veste era un vero capolavoro.

Il resto delle braccia era coperto dalla camicia al di sotto, di un bianco candido, con le maniche larghe che si stringevano sul polso dove erano decorate da bordi argentati. Le brache, intessute di filo d’oro, terminavano alle sottili caviglie, dove il re calzava delicate pantofole di velluto blu con la punta rigida lavorata all’insù. Ogni dettaglio di quell’abbigliamento sembrava studiato apposta dai sarti reali per risaltare la dolcezza degli occhi blu del re, mettere in mostra le gambe abbastanza dritte, il torso snello e le spalle ben aperte.

Mey si chiese il motivo di tanta eleganza e ricchezza, ma si limitò a chinarsi con grazia al cospetto del sovrano, subito imitata dalla fedele donna Matilde e dalle ancelle, che per rispetto si fecero indietro di qualche passo e rimasero chine finché lui non le invitò a sollevarsi.

«State pure dritte, care ancelle, non siamo a un ricevimento pubblico». Poi il re si rivolse a lei, che però non sentì tanto era incantata ad ammirare ogni singolo dettaglio della sua particolare e tenera bellezza: le iridi blu opaco dall’aspetto malinconico, le palpebre arrossate, il contorno degli occhi violaceo e malsano che però gli conferiva una caratteristica dolcezza, i capelli biondo miele arricciati sulla fronte e sulle orecchie, dove era posato un sottile cerchio d’oro.

 

Si sentiva attratta da lui, che in quel momento emanava bontà, dolcezza e disponibilità, e il suo stesso sentimento la scioccava profondamente. “È mio fratello…”.

«Mey? Mey».

Si riscosse alla voce insistente del re. «Mio signore, perdonate. Io… sono ancora un po’ scossa da ieri mattina».

«Certamente, posso capirlo. Anche per me le prime volta non fu facile assistervi. E tu sei una fanciulla, per te è doppiamente difficile». Lui sollevò una mano e la carezzò dolcemente per confortarla. Allora Mey si accorse che le sue mani, entrambe, erano bendate fino alle dita.

Il re dovette accorgersi della sua espressione turbata, perché ritirò subito la mano. D’improvviso la sua dolcezza scemò. Gli occhi presero una sfumatura scura, e Mey allora vide nel suo volto pallido, che poco prima la affascinava, le tracce di una profonda stanchezza sormontata da una cruda sofferenza. Ogni dolcezza scomparve dai suoi lineamenti. Si congedò bruscamente e la oltrepassò con passo rabbioso.

Mey rimase ferita. Non avrebbe voluto che accadesse questo, ma si era sentita angosciata notando le sue mani strettamente fasciate. Che cosa era accaduto a suo fratello? Come si era ferito le mani? si chiese preoccupata.

«Venite principessa, andiamo da ser Nolan». Donna Matilde le toccò gentilmente un braccio per destarla. Anche lei sembrava aver notate le mani bendate del re, ma la sua espressione non era scioccata; invece pareva non essere una sorpresa per lei ma piuttosto una cattiva notizia.

Mey evitò di farle domande, anche se avrebbe voluto. Suo fratello gliel’avrebbe detto a tempo debito, e probabilmente non era nulla di grave; la sua reazione brusca poteva non essere dovuta al fatto che voleva tenere nascoste le ferite, ma che quella momentanea debolezza lo faceva vergognare, specialmente dinanzi a una fanciulla.

Si lasciò trascinare da donna Matilde fino alla stanza da letto di Nolan, dove il cavaliere era sveglio, ben vestito con camicia, giubba di pelle, cintura e stivali neri di cuoio, e stava bevendo da una coppa mentre osservava fuori dalla piccola e stretta finestra.

Quando lo scudiero di Nolan, un ragazzetto smilzo di nome Andy, o Alvin, o forse Allen, la presentò al suo signore, lui si voltò e sorrise. «Principessa, anche oggi siete venuta a trovarmi».

Mey abbassò lo sguardo, imbarazzata dal suo sorriso impudente: «Ser Nolan, è solo una visita di cortesia, me ne andrò subito».

«Oh, no, non fatelo, rimanete qualche minuto a farmi compagnia». La invitò con un caloroso gesto della mano ad accomodarsi su una sedia imbottita del tavolo. «Posso offrirvi una coppa di vino? O forse no, voi siete una delicata fanciulla… Preferite del sidro?».

Mey si sedete sistemandosi la gonna viola dell’abito di velluto. «Berrei dell’idromele dolce, se l’avete».

«Ma certo! Andy, un po’ di idromele per sua Altezza. Muoviti!». Il ragazzino apparve di nuovo, lo sguardo confuso dalla presenza di una donna insieme al suo signore. Nella stanza infatti non c’era nessun’altro, a parte Donna Matilde che si teneva in disparte.

“Ecco, era Andy allora” si disse Mey divertita. L’aria imbarazzata dello scudiero la mise di buonumore, poiché almeno non era l’unica a sentirsi a disagio. Nolan invece pareva sicuro di sé mentre si versava da solo il vino e poi servirle l’idromele quando Andy l’ebbe portato. Gliel’ho versò su una coppa continuando a mantenere il suo sorriso sfacciato e fissandola negli occhi come fosse una meretrice della cittadella.

Mey non poteva tollerare un simile comportamento. Si alzò, senza neppure toccare la sua coppa riempita fino all’orlo. «Chiedo venia messere, ma sono costretta a lasciare la vostra compagnia» disse sollevando la testa e raddrizzando le spalle. «Non mi sento a mio agio in questa situazione. Perdonate». Congiungendo ingenuamente le mani sul ventre, avvertì con uno sguardo Donna Matilde.

«Ma principessa, non credo di aver fatto nulla per non poter godere di una così dolce compagnia». Nolan si alzò e le si fece vicino con la coppa in mano. Bevve un lungo sorso, poi riprese con il suo sorriso strafottente. «In fondo ne avete passato di tempo al mio capezzale. Perché non rimanete, ora che sono in grado di soddisfarvi?».

Mey schiuse la bocca, punta sull’orgoglio: «Messer Nolan, per chi mi avete presa? Sono la sorella del re, non una donna di piacere. Non vengo certo a farvi visita per ricevere le vostre occhiate impertinenti».

«Come osate? Dopo che vi ho salvato la vita dovreste mostrare un poca di riconoscenza». Nolan aveva cambiato espressione. Da impudente era divenuta infastidita e rancorosa.

«La riconoscenza ve l’ho mostrata salvandovi la vita a mia volta. Sareste morto a causa della ferita se io stessa non avessi esortato sua maestà a parlare con i guaritori». Mey si sentiva male; era delusa da quel comportamento sfacciato e invece le dispiaceva per se stessa, che in quei giorni si era sentita in colpa di aver provato le sofferenze di Nolan. In quel momento se avesse potuto l’avrebbe ucciso con le sue mani.

Lui divenne furioso alle sue parole. I suoi occhi si fecero scuri di rabbia; preso dalla furia scagliò la coppa a terra. Il vino si sparse sul pavimento di pietra grigia formando una chiazza scura.

«Bastarda di una Krown, come ti permetti di affermare tali sciocchezze? Io sono guarito perché sono un Bastian, solo grazie alla mia forza, di certo non per le chiacchiere e le lacrime di una donna!». Fece per alzare una mano e colpirla ma donna Matilde si frappose prendendo lo schiaffo al posto suo. «Maledetta puttana!». Il cavaliere infierì di nuovo sulla balia, infuriato per non aver colpito Mey.

«Fermo! Non toccarla! Solo un villano farebbe questo a una povera balia». Avrebbe chiamato le guardie, ma non aveva voluto che la accompagnassero. Aveva fatto un grande errore; Nolan non era come credeva. Si pentì anche di aver comandato alle sua ancelle di tornare nelle sue stanze. Almeno una di loro avrebbe potuto chiamare aiuto.

Nolan continuava a picchiare la povera Matilde, che tentava di difendersi rannicchiata sul pavimento. Mey avrebbe voluto aiutarla ma non sapeva come fare; non le era stato insegnato a difendersi, ma a subire passivamente ciò che accadeva attorno a lei. Eppure ciò che stava succedendo non era umano e quindi inaccettabile. Lei e la cara Matilde erano donne, non cani. E anche come donne dovevano provare a difendersi.

Corse al tavolo, prese la brocca di vino e la scagliò addosso a Nolan, che urlò di rabbia e si volse per prenderla. Lei però sfuggì alla sua presa, armandosi poi di un candelabro che era posato sopra una cassa di legno. «Il re saprà quanto accaduto ora. Non scamperai alla sua giustizia, maledetto!». Tremava di paura, ma una strana forza dentro di lei si era accesa e seppe che avrebbe lottato fino all’ultimo pur di salvare lei e donna Matilde dalle libidinose grinfie del giovane Bastian.

Fortunatamente però in quel momento, proprio mentre Nolan si avvicinava a lei con sguardo rabbioso, irruppero nelle stanza le sue guardie. Mey guardò i quattro giovani con gratitudine. Non sapeva come potessero essere lì, ma porse un silenzioso ringraziamento agli dei per il loro intervento tempestivo.

In pochi istanti i quattro cavalieri bloccarono Nolan e tre di loro lo portarono via urlante e rabbioso come un cane. La guardia rimasta si affrettò a chiederle come stava.

«Io sto bene, ser. Donna Matilde no, invece. Quel villano di un Bastian l’ha picchiata».

Il cavaliere allora si precipitò dalla balia, che era a terra sanguinante e pesta per le botte. Non era capace di alzarsi, quindi la sollevò di peso e con l’aiuto di Mey, che si offrì a sostenerla, uscirono dalla stanza. «Mi dispiace che sia accaduto questo, principessa, ma non dovevate andarvene in giro senza di noi» disse il cavaliere guardandola preoccupato. «Quando il re verrà a sapere che noi non c’eravamo non basterà l’amicizia che ci lega a salvarci da una trentina di frustate».

Mey scosse la testa: «Non accadrà nulla a voi. Dirò al re mio fratello che è colpa mia, che effettivamente la verità».

Lui non osò ribattere. Mey lo guardò di sottecchi. Era un bel giovane, con occhi di un dolce castano ambrato e capelli color noce. Gli zigomi alti e la mascella leggermente squadrata, meravigliosa caratteristica dei Kart, di cui probabilmente faceva parte, era i dettagli del suo volto che preferiva; eppure anche il taglio in su degli occhi, le labbra ben disegnate, e la delicata fossetta sul mento non era particolari che detestava, anzi le pareva di non vedere nulla nel suo viso che non andasse bene.

Si sentì arrossire, e così fu per tutto il tempo che impiegarono a ritornare nei suoi appartamenti. Poi Mey si curò di far chiamare subito un guaritore, e mise a letto la povera Matilde, che era tutta gonfia e indolenzita.

Mandò anche una guardia ad avvertire il re perché sapesse immediatamente dello spiacevole accaduto. Alla sua giovane e bella guardia ordinò invece di rimanere un po’ con lei. Si sentiva ancora scossa, anche se non voleva ammetterlo, e la tenera compagnia di quel giovane la faceva sentire meglio.

«Com’è che vi chiamate, cavaliere».

«William, principessa, della casa Kart».

«Siete imparentato con Messer Aaron».

«Sono suo cugino».

«Oh».

Nel frattempo che scambiavano quattro chiacchiere, Mey dava da bere del vino a donna Matilde perché la intontisse un poco facendole sentire meno dolore. Comunque non passò molto prima che arrivasse un guaritore. Dopodiché Mey fu avvertita che il re voleva vederla subito.

Lasciò la balia alle cure del guaritore, si fece aiutare dalle sue dame a sistemarsi i capelli e uscì dalle sue stanze per andare a riferire i fatti al re.

 

 

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