Dita d’avorio – racconto breve

La luna penetrò fra le tende svegliandola, una fascia d’argento che le accecava gli occhi. Confusa dal sonno Emily sollevò le coperte e si alzò, poggiando i piedi nudi, intorpiditi, sul freddo parquet.

     Scivolò oltre oltre tende viola e raggiunse la porta della sua camera. Proprio allora cominciò un suono forte e lugubre, proveniente dal piano di sotto. Rabbrividendo, Emily attraversò il corridoio di corsa; si sentiva come in un sogno, ma il frusciare della notte, così irreale e distante, le faceva capire che era tutto frutto della sua paura. Probabilmente si era svegliata preda dei suoi ricorrenti attacchi di insonnia e per questo provava quelle sensazioni strane.

     Rincuorata da questo pensiero scese le scale di legno scuro, e si immerse nel buio del salotto. La musica continuava e ora poteva distinguere di cosa si trattava: era il suono del pianoforte della saletta attigua al salotto. Anche quella sensazione doveva essere frutto della sua fantasia, pensò Emily cercando di mantenere la calma. Quello che le assomigliava al suono del piano dove essere dovuto al suo timore di non riuscire nelle lezioni che da poco stava seguendo.

     Eppure continuava ad avanzare, tremando nelle tenebre, fino alla saletta in delicata penombra. Rimase per qualche istante immobile, il corpo rilassato, in uno stato catatonico, ad ascoltare quella marcia tetra ma tanto elegante, pesante ma anche leggera, pregna di romantica malinconia e cupa dolcezza. La riportava alle sere d’inverno di qualche anno prima, quando ancora sua nonna era in vita, e rimaneva per lunghi momenti ad ascoltarla suonare.

     D’un tratto però si riscosse, capendo quale musica la sua mente stava immaginando: “marche funèbre” di Fryderyk Chopin, la sua sonata preferita. Perché il suo cervello la stava elaborando in quel momento? Stava forse sognando, quindi? Giunse però l’apice della dolcezza della sonata ed Emily si rese conto che i tasti bianchi, rilucenti nella mezza oscurità della sala, si abbassavano davvero  a mano a mano che la musica si sprigionava dallo strumento. Era un magnifico verticale della yamaha, ma certo non poteva suonare da solo. Cosa stava dunque succedendo al suo cervello? Stava diventando pazza? Eppure Emily si sentiva tranquilla, nonostante nella sua mente sentisse agitarsi il dubbio e la paura di ciò che accadeva a pochi passi da lei.

     Poi in modo del tutto irreale, si alzarono dai tasti del pianoforte delle dita pallide e scarne; parevano risalire dallo strumento stesso, sollevandosi come fossero polvere solidificata.

     Emily, ridestata dal suo stato, cacciò un urlo; cercò di scappare, ma le sue gambe no le obbedirono, si mossero invece proprio verso il piano, dove quella che era divenuta una vera e propria mano continuava a suonare ripetendo sempre la medesima marcia nel suo terzo sublime movimento.

     Si ritrovò seduta sullo sgabello imbottito di rosso; Emily urlò ancora ma a nulla servì, era come se il suo pianoforte avesse vita propria e stesse comandando al suo povero cervello confuso. Era sua prigioniera e doveva continuare ad ascoltare. Era schiava di quella marcia mortuaria, era rinchiusa in quella dolce e terribile malinconia. E ciò che era peggio, quella musica quella notte era per lei.

     Lasciò scivolare le lacrime roventi. Cosa stava accadendo e perché? Era solo un incubo? Era solo una particolare forma di insonnia? Quanto avrebbe voluto che fosse così…

     Le dita fantasma ballavano sul nero e sul bianco sfiorando la musica di Chopin, divenendo sempre più potenti, sempre più reali. Poi la “funèbre” si chiuse d’improvviso e le dita lasciarono l’avorio per serrarsi sulla sua gola.  Emily urlò, si dimenò sullo sgabello. Poi i suoi occhi si sbarrarono sull’oscurità della sua stanza e lei comprese di essere stata vittima non del suo pianoforte, e nemmeno da quella candida e volatile mano; piuttosto era stato tutto un crudele incubo creato dal suo cervello, spinto dal terrore per il suo primo saggio di pianoforte.

     Mentre si calmava lentamente, chiuse gli occhi su quella che era la sua personale vergogna; essere riuscita, intenzionalmente, a prendersi gioco di se stessa.

Ciao cari lettori! ^^ Come avete trovato questo nuovi raccontino? A me non piace, a parte l’idea per cui ringrazio in parte mia sorella.
Attendo vostri gentili commenti 😉 e magari qualche votino. Vi ringrazio, ovviamente, perché abbiamo raggiunto il livello 6! continuate così’!

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4 pensieri riguardo “Dita d’avorio – racconto breve

  1. “attiva” 3° capoverso: volevi scivere attigua?
    “cervellon” (° capoverso. ci starebbero o cervello o cervellino.
    “di Emily” decimo capoverso ultima riga: si potrebbe omettere senza danno.
    A me è piaciuto, anche perché è la descrizione di un incubo a lieto fine, e ricordo che quando studiavo ne ho avuti anch’io…. Buon lavoro! mf

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  2. Ho trovato molto bello il modo in cui descrivi l’incalzarsi dei pensieri nella protagonista e, soprattutto, come la mano fantasma si stacca dai tasti *_* però forse il finale, o il racconto stesso, è da ampliare per dargli più forza 😉

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