L’undicesimo Re – capitolo 16 (1ª parte) – La sfida e il duello

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Quel mattino due guardie, al termine del loro turno di notte, trovarono Vincent che vagava ubriaco in una viuzza nella zona più povera del villaggio. Lo trascinarono con la forza fino al castello, dove per ordine di lord Silver fu rinchiuso nelle segrete.
     Mentre faceva colazione al re venne comunicata la notizia. «Dove si trova ora?».
     «In cella mio signore».
    «Molto bene. Conducimi da lui». Si alzò, indossò una cappa di lana e seguì l’armigero nella torre-prigione. Si sentiva rilassato e tranquillo, tanto da non essere nemmeno sorpreso di quella splendida notizia. Aveva passato una bella notte, tra le braccia di quella puttana dai capelli scuri come inchiostro. Si era svegliato al levar del sole, con la mente fresca e le membra riposate, nonostante avesse dormito su un misero pagliericcio. Si sentiva bene dopo molto tempo ed era stato forse proprio quel cambiamento improvviso e repentino di letto a cambiargli la giornata; quel modo diverso di far l’amore e di dormire sopra pagliuzze sudice e pungenti lo aveva aiutato a togliersi di dosso le preoccupazioni e le falsità di corte, migliorando di molto il suo umore.
     Giunse infatti dinanzi alla prigione di Vincent con il sorriso e l’animo sereno; a questo poi aveva contribuito anche la cattura del Goldwin, che giaceva in angolo in mezzo a una pozza del suo stesso piscio.
    «Apri la cella» ordinò all’armigero. Quello obbedì con un’aria riluttante. Pareva che Vincent potesse incutere più paura da rinchiuso che da libero. Magett ne rise silenziosamente, godendosi quel momento di vittoria.
     Entrò a passo lento, misurato e fiero nella lurida cella e fissò uno sguardo di scherno addosso al prigioniero. «Fatti avanti Vincent, voglio parlarti».
      L’altro non alzò neppure la testa. Indossava ancora i suoi bei vestiti, anche se luridi e un po’ stracciati probabilmente per la vita infame che stava conducente in giro per bordelli prima che venisse catturato. I capelli erano però puliti, dorati anche alla fievole luce della cella. Nel complesso il suo aspetto rimaneva gradevole, sebbene avesse la solita smorfia arrogante in volto.
     Presto però, si disse Magett, quell’espressione fiera gli sarebbe sparita dagli occhi e dalle labbra.
     «Alzati, ho detto. Non farti pregare».
    Vincent obbedì, ma si notava dal suo sguardo seccato che lo faceva controvoglia.         «Cos’altro dovrei fare ora, maestà?» sbottò impudente.
     «Ti farei leccare il tuo piscio, Goldwin, invece mi limiterò a chiederti il motivo del tuo tradimento».
     L’altro sorrise scuotendo la testa: «Arriva al dunque, Krown. Mi farai impiccare?».
     «No, questo no, ma la punizione sarà peggiore se continuerai a mantenere la tua superbia al mio cospetto».
     «Va bene, odiavo quella corte, ti compiace la risposta?».
     Magett strinse i pugni: «No, non mi compiace. Sei stato tu a guastare la mia casa ultimamente, e non ne vedo il motivo. Ti ho ricoperto d’onore accettandoti quale consigliere del concilio nonostante la tua età e la tua incompetenza, nonché scarsa intelligenza, ti è stato accordato anche il diritto di giacere con qualche donna, anche meretrici di pessimo gusto. Hai mangiato al mio desco, ti ho offerto le migliori stanze del castello, solo per il tuo nome; nemmeno Silver ha stanze sontuose e calde come le tue. Non sono concesse neppure agli ambasciatori. Eppure tu hai continuato dal tuo arrivo a corte fino ad ora a comportanti in modo immeritevoli e meschino, ti sei dimostrato immaturo e incapace. Non ti sei neppure degnato di mostrare un minimo di decenza di fronte al tuo sovrano. Perché? Cosa ti ho fatto per dover ricorrere a questo? Rinchiudere in cella un Goldwin, l’erede di uno dei miei maggiori vassalli… Perché mi hai spinto a questo?».
     Al termino del suo sfogo Magett ebbe un attacco di tosse. Si appoggiò alla parete della prigione, sentendosi d’un tratto spossato e malinconico.
      «Maestà, vi sentite male?» accorse preoccupata la guardia.
     «No, è tutto apposto. Sono solo snervato da questa inutile conversazione». Si rivolse poi a Goldwin. «Tu mi hai deluso Vincent. Ti è stato donato ciò che non meritavi, ho fatto più di quanto avrei potuto per accontentare te e tuo padre. Ora sono stanco». Si staccò dalla parte, soffocando un altro colpo di tosse. Gli diede poi le spalle, e uscì da quella cella troppo fredda per la sua precaria salute.
     «Ti darò un’ultima possibilità, anche se so che non servirà a nulla» disse senza più degnarlo di uno sguardo. «Resterai qui sette giorni e sette notti, dopodiché verrò a parlarti, e spero di trovare un vero cavaliere disposto a chiedere perdono».
     Non attese un istante. Sentiva un gran bisogno di coricarsi. Tutta l’energia accumulata durante la visita notturna al bordello era d’improvviso scemata e la buona notizia era divenuta un’orribile proposito di vendetta.

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