L’undicesimo Re – capitolo 14 (5ª parte) – Questioni in sospeso

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Date un’occhiata alle nuove schede dei personaggi😉 .
Ho fatto le pulizie di primavera e presto ne aggiungerò altre.

 

 

Teneva la boccetta donatagli da Séfina nell’unico posto dove nessuno avrebbe mai potuto trovarla: nel fodero della spada di suo padre. Non sapeva bene il motivo per cui l’aveva messa proprio, poiché solo ora si rendeva conto che era davvero il nascondiglio perfetto. A nessuno, infatti, tranne lui, era permesso di toccare la spada del precedente re. Gli scudieri avevano l’onore di toccarla solo
     L’arma era dentro una cassa di legno, dov’erano riposte le altre armi di Magett: la sua spada, il suo pugnale con l’impugnatura dorata, un magnifico arco lungo in legno di tasso e la spada di suo padre. Sentì un brivido lungo la schiena quando vide un pezzo di fodero bianco spuntare da sotto tutte quelle armi. Si impose di non pensarci, aveva ben altro a cui rivolgere la sua mente, e prese tra le mani quasi con devozione l’arma che era appartenuta a re Kigan IV. 
     Il fodero di pelle nera e lucida era un po’ consunto, ma quando estrasse la spada la lama luccicava ancora. Rimase qualche attimo a contemplarla. Fatta di puro acciaio proveniente dalla Terra d’argento, era stata lavorata in modo che prendesse alla luce del sole accecanti sfumature bianco-argento. Sulle elaborate incisioni della lama si leggeva il motto: ” Tutti i Krown sono cavalieri “. Il pomolo e l’elsa, entrambi dorati, recavano incisi vari simboli, come i quattro gigli, e in rilievo lo stemma dei Krown; il manico dell’impugnatura massiccia era a fasce diagonali argento e oro; tutta l’impugnatura, tranne la parte di mezzo del manico, era poi tempestati di zaffiri blu, che brillavano tra le sue mani come perle nella notte. Un’arma di rara bellezza, specie per un re del nord dove poche gemme tanto belle venivano estratte dai gelidi terreni.
     Posò la spada regale a terra, poi ficcò una mano dentro al fodero. In fondo, proprio dove l’aveva messa giorni prima,c’era la boccetta. Le sue dita incontrarono il vetro, fresco al tatto, e di strinsero sull’oggetto con poca convinzione. Il suo piano avrebbe davvero funzionato? Dopotutto lui non era affatto guarito con quella pozione, motivo per cui aveva smesso di prenderla, nonostante la ferita facesse di tanto in tanto ancora male. Magari però poteva funzionare con Bastian, si disse, sempre che il veleno fosse lo stesso che aveva usato l’elberiano Trak per lui.
     Rimise la spada dentro il fodero e al suo posto dentro la cassa. Aveva congedato Alyn per non farsi vedere da nessuno mentre si recava nella stanza dove si trovava il cavaliere. Uscì solo, abbigliato con una semplice tunica nera e un mantello scuro per non dare troppo nell’occhio. Non mancava molto al tramonto, perciò nei corridoi era piuttosto buio, ma lui si orientava bene anche senza una torcia; in quel modo non sarebbe stato visto neppure dalle guardie di passaggio. 

     Nolan Bastian giaceva morente nel letto. I capelli erano appiccicati di sudore, il volto troppo pallido perché il cavaliere potesse sembrare ancora vivo, ma nonostante questo nella sua espressione, anche ad occhi chiusi, rimaneva quella sfumatura di arroganza che lo rendeva un vero Bastian. Magett aveva conosciuto Nolan pochi anni prima, durante il torneo per il diciottesimo compleanno di Liam, dove Nolan si era aggiudicato parecchie vittorie sia con la lancia che con la spada durante la mischia. Il suo sguardo era sempre quello, Magett non ne dubitava, se solo il cavaliere avesse aperto gli occhi lui avrebbe visto solo autocompiacimento e trionfo nelle iridi grigio-azzurre come un gelido cielo d’inverno.
Non fu facile dare da bere la pozione a Nolan. Era quasi del tutto incosciente, e faticava a deglutire. Non bevve tutto, anzi molto del liquido finì sulle coperte, ma sperò che bastasse a guarirlo. In caso contrario era dolorosamente consapevole di aver appena sprecato l’unica cura che conosceva in grado di guarire il suo braccio.
Mentre si allontanava, rasente alle pareti come un ladro in fuga, pregò tutti gli déi che la pozione funzionasse, per se stesso, per Mey, e per tutto il regno.

     

***

Quella sera Magett, mentre riposava dopo la cena, avendo sistemato la faccenda di Bastian, non poté fare a meno di ripensare alla preoccupazione di Aaron per la sua incolumità. Nella sua mente echeggiarono le parole dell’oracolo di Elber. «Moriranno in due Krown, nel sangue e nella malattia. Prima della fine del decennio». “Moriranno in due…”.
Per molto tempo rimase disteso a letto, immobile, incapace di prendere sonno. Non riusciva a togliersi dalla mente quelle parole crudeli e profetiche. Gli bruciava ammetterlo anche a se stesso, ma aveva paura.
Quando un’ombra scivolò leggera nella stanza, era ancora sveglio; gli occhi gonfi e assonnati tendevano a chiudersi ma l’oracolo tornava a ridestarlo.
Sentì dei lievi passi dietro di lui e nello stesso istante percepì una presenza familiare. Eppure per un attimo ebbe paura, e si odiò per la sua codardia.
La presenza si avvicinò fin quasi a sfioralo, scostando le coperte per infilarsi sotto al caldo. Un tocco delicato sui capelli e il profumo di cenere e lavanda.
«Pensavo non saresti venuta stanotte» disse riconoscendo la sua favorita.

     «Perché non avrei dovuto? Mi mancate sempre maestà. Sapete che non posso stare senza di voi». Teny gli carezzò di nuovo i capelli, si accoccolò accanto a lui posandosi sulla sua schiena. «Siete freddo» sussurrò flebile.
«Lo so». Un colpo di tosse gli impedì altre parole.
«State bene?» L’altra fece per accarezzargli la schiena, ma lui si scostò bruscamente. Stava tossendo ancora e il fiato gli mancava. Preso dal panico si alzò a sedere, rantolando nel tentativo di respirare, mentre un forte dolore gli stringeva il petto. Si prese la gola tossendo ripetutamente, con una mano afferrò la coperta e strinse fino a sentire male alle dita.

     Sapeva che era solo uno degli attacchi causati dalla malattia e che sarebbe passato presto, ma non riusciva a calmarsi comunque. Le lacrime cominciarono a bruciare e premere sugli occhi. Continuava a tossire, ormai la gola era raschiata e dolorante.

     Si lasciò sfuggire un gemito e proprio in quell’istante riuscì a prendere fiato. Ansimò con disperazione, tentando di aggrapparsi al minimo filo d’aria. Respirò con urgenza, lasciando scivolare le lacrime. Gli tornarono in mente le parole dell’oracolo e pensò che quella orribile megera aveva ragione. “In due moriranno… decennio… morirò presto”. Era una consapevolezza che già aveva, ma una conferma ulteriore lo terrorizzava. Finora aveva coltivato la speranza di riuscire a sopravvivere alla malattia, invece l’oracolo aveva predetto la sua morte.
Ricordò come aveva parlato ai suoi consiglieri il giorno prima di andare a Elber. “Non vivrò a lungo… cinque anni…”.

     Teny era immobile al suo fianco, terrorizzata. Gli occhi erano spalancati, le mani strette al seno, le ginocchia raccolte al petto. Si dondolava come una bambina, mentre lo fissava con angoscia.

     Magett si sforzò di riprendersi per mostrarle che stava bene. Aveva bisogno di sentirla con lui, avrebbe voluto che lei lo stringesse forte, ma sapeva che la paura e il rispetto impedivano all’ancella un comportamento tanto informale.
Così si avvicinò a lei, anche se ancora faticava a respirare cercò di stare calmo e disse che stava bene.
«Cos’è successo?» chiese Teny in un soffio.
«Non preoccuparti, è la mia malattia, a volte succede ma poi passa».

     A poco a poco la ragazza si rilassò; distese le gambe e sembrò rincuorata.  Lo trasse a sé e lo avvolse in un confortante abbraccio.

     In un altro contesto Magett si sarebbe scostato intimandole di stare al suo posto, ma in quel frangente sentiva che il calore di Teny era tutto ciò che gli serviva per stare meglio e avrebbe contribuito a tranquillizzarla del tutto. Magett ansimava ancora e tremava, si sentiva soffocare lentamente, come se qualcosa di molto pesante gli premesse sul petto, ma le dolci mani di Teny che lo accarezzavano riuscirono a smorzare gli ultimi effetti di quella terribile crisi di tosse.

     Si abbandonò alla sua dolcezza, lasciandosi cullare come un bimbo, senza pensare al suo titolo di re e al fatto che non era più un bambino da tanto tempo. Semplicemente si lasciò andare, la tensione si sciolse, il dolore scivolò via, e per un po’ Magett si sentì amato con un’ingenua tenerezza che gli ricordò tempi ormai passati.
Quella notte, nonostante la crisi, dormì tranquillo. Nei suoi sogni vide sua madre, che lo cullava con la sua voce confortante. Il volto era il suo, come anche le mani e gli occhi, ma le labbra e i capelli erano quelli di Teny.

 

divisore (1)

Grazie a tutti per la lettura. :) Non so se venerdì pubblicherò, ma spero che almeno la conclusione di questo capitolo vi sia piaciuta. Attendo commenti!

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-Irene sartori (Erin Wings K.)


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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