Le anime del lago – Capitolo 1

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Salve a tutti! Ho il piacere di presentarvi una nuova storia di genere gotico che pubblicherò quasi ogni settimana. Molto più breve del romanzo “L’undicesimo re“, spero davvero che riesca a prendervi. Attendo vostri commenti!

I.S.

«Il tuo nome?»
      «Catrina Margaret, signore.»
      «Bene, fa un po’ vedere Catrina … » disse con un fastidioso accento strascicato e all’inglese il mio interlocutore. Si trovava di fronte a me, dietro una scrivania ingombra di scartoffie.
     Death Gary, così si faceva chiamare, era un uomo grassoccio sulla cinquantina, con enormi dita dall’aspetto untuoso con cui mi strappò di mano il malloppo che teneva debolmente.
     Sfogliò con espressione distratta il lungo curriculum. Come se ci fosse scritto davvero qualcosa…   Erano solo troppi fogli in gran parte bianchi sui miei pochi precedenti lavori – per l’appunto solo due – che mi avevano vista come cameriera in un piccolo bar di paese e cassiera di un super maledetto market. Poi qualcosa sui miei studi e una lunga serie di cose che non sapevo fare. Detto tra me suonava ironico, eppure se ci ripenso non mi diverto affatto.
     Avevo studiato a un liceo scientifico in Italia, dove fino a tre anni prima vivevo con la mia famiglia. Ma l’avevo fatto solo per seguire la mia migliore amica che poi, in seguito, si era rivelata una vera stronza, e il risultato fu che non riuscii nemmeno a prendere il diploma, perché in realtà ero un disastro nelle materie scientifiche.
     Anche per questo, più che probabile, non riuscivo a trovare lavoro, nemmeno come barista o qualcosa di simile. Senza un diploma, aveva compreso, non si trovava nulla.
     Pensai che forse avrei dovuto tentare come spazzina, pulisci cessi o puttana. Mi sa che non avrei avuto nemmeno tanta sfortuna come accettando quel lavoro che mi offriva Death Gary.
     Appena giunta in Inghilterra, tre anni prima, dopo essere fuggita dalla mia disastrosa famiglia, o meglio dopo essere stata cacciata a calci nel sedere, avevo cercato di trovare lavoro mentre elemosinavo da zia Clari e zio Antonio. Ma dopo il pasticcio combinato al market, avevo rovesciato in testa a un cliente una montagna di scatolette di cibo per cani, non avevo più avuto molta fortuna.
     Ecco come ero giunta dal ciccione dietro la scrivania. Cercando disperatamente un po’ di fortuna, dopo che zia Clari mi aveva sfrattato dal suo appartamento dov’ero in affitto.
     «Bene, bene, vedo che hai conseguito anche la laurea magistrale» ironizzò il signor Gary sollevando un sopracciglio invisibile. Non ero così certa, però, che stesse scherzando.
     «Sì, beh, no … io …» balbettai imbarazzata, ancora me lo ricordo. Ma lui sembrò non farci caso.
     «Allora … niente diploma, niente laurea, niente macchina  ma la patente ce l’hai …» il signor Gary mi restituì il blocco di fogli dall’odore di cimice. «Bene, direi che è tutto apposto. Sei assunta».
     «Cosa?» Dapprima lo squadrai come inebetita, poi pian piano cominciai a rendermi conto che non stava affatto scherzando.
     «Ho detto che sei assunta, Catrina Margaret. Fatti trovare qui domani mattina alle otto, ti ci porterò io nel tuo nuovo posto di lavoro.»
     Ero davvero sorpresa, ma riuscii a formulare una risposta decente: «Io … la ringrazio, signore. Domani ci sarò sicuramente, ma … di che lavoro si tratta? Insomma, che cosa dovrei fare?» nella proposta non era specificato proprio nulla.
     «Oh … di questo non preoccuparti, sarai certamente all’altezza».
     «Okay, va bene signor Gary. A domani».
     «Sì, sì, e ricordati di fare la valigia. E metti vestiti buoni, perché al padrone piacciono». Mi strizzò l’occhio. Non dimenticherò mai l’impressione che mi fece quell’iride quasi trasparente che mi fissava. Era agghiacciante.
     «Grazie, signor Gary» dissi scappando da quella stanza più veloce che potevo.
     E così si concluse il mio terzo e alquanto strambo colloquio di lavoro. Che cosa mi aspettava l’indomani?
     Durante tutto il tragitto in autobus, per tornare a casa, cioè l’appartamento che dovevo lasciare entro una settimana, non feci che pensarci e ripensarci.

Mi presentai il mattino seguente, davanti alla piccola azienda, alle otto precise. Il signor Gary mi stava aspettando.
     «Non sono in ritardo, vero?».
     «Questo lo saprai tu …» rispose l’uomo facendomi cenno di entrare in macchina. Notai che non aveva l’orologio al polso, come il giorno prima. “Forse intendeva questo?”.
     Entrai nell’enorme auto nera, con la brutta sensazione di trovarmi in un carro funebre. Death Gary partì subito, senza nemmeno darmi il tempo di ripensarci.
     Scivolammo per tutta la campagna inglese, mentre nel cielo settembrino spuntava un tiepido sole biancastro. Faceva freddo quel giorno, infatti portavo un maglioncino di lana sopra alla camicetta candida. Avevo messo i miei vestiti migliori, seguendo il consiglio del signor Gary. Pantaloni blu, stivaletti tirati a lucido e orologio al polso accompagnavano la camicetta bianca con il colletto ben stirato e il maglioncino dello stesso colore dei pantaloni. Avevo pettinato i capelli con più cura del solito, li avevo lisciati e raccolti in una coda ordinata. Avevo messo anche un cerchietto, per evitare ciuffi ribelli spaziali.
     Ero carina, e speravo che questo bastasse al mio nuovo datore di lavoro almeno come prima impressione.

Arrivammo a metà pomeriggio. Ero stanca, ma non appena vidi ciò che mi aspettava provai sentimenti ben diversi.
     In lontananza si vedeva infatti, parzialmente coperto dalla foschia, il profilo scuro di un castello, con torri nere e aguzze che svettavano macabre verso il cielo.
     Sentii Death Gary ridacchiare. A me invece non divertiva affatto. Ero una vista terrorizzante. Chi poteva mai vivere lì se non uno squilibrato o un monaco pazzo?
     Scendere dalla macchina fu difficile. Preferivo di gran lunga il carro funebre al castello infestato dai fantasmi. Ma Death Gary mi aprì la portiera costringendomi a uscire con un mezzo sorriso tirato in volto.
     Da vicino il castello era se possibile ancora più impressionante. I muri erano nerastri, ricoperti per buona parte da un’edera incolta e dall’aspetto insalubre, che camminava verso l’alto come un cancro infestante.
     C’erano poche finestre, e un enorme portone con un battente di bronzo dall’inquietante forma di diavolo con una falce tra le mani. Non indugiai a verificarne i dettagli, invece distolsi lo sguardo, disgustata da quell’orrore.
     Quando ci avvicinammo, qualcuno aprì senza lasciarci il tempo di bussare. Era una donna sulla sessantina, magra coma un chiodo, la pelle secca e tirata sul volto come una maschera bianca. Non aveva certo un aspetto rassicurante, e presto scoprii che la sua voce lo era ancora meno.
     «Benvenuti, signor Gary e signorina…».
     «Margaret».
     «Margaret» ripeté. La sua voce era ruvida, gracchiante. Per un attimo pensai di trovarmi di fronte una vecchia cornacchia. Dove cavolo ero finita? Mi chiesi terrorizzata.
     «Signora Claville, che piacere…». Gary le strinse la mano. «Signor Racket». Accanto alla donna era apparso un uomo, sulla cinquantina, alto e allampanato. Era quello il mio datore di lavoro?  
     «Salve signor Gary. Signorina Margaret, vuole venire con me?». Mi invitò a seguirlo con un elegante movimento della mano. Compresi allora che doveva essere il maggiordomo, a giudicare, mi accorsi in quel momento, anche da come era vestito. Quindi ero in una casa di ricchi? Mi domandai. Se davvero pagavano qualcuno solo per accompagnare gli ospiti nelle stanze, in un luogo dove non potevano esserci di certo molti visitatori, pensai allora che forse, dopotutto, sarei stata pagata bene.
     Dapprima guardai il signor Gary, come per ricevere la sua benedizione, quella che non avevo ricevuto da mio padre. Lui mi sorrise annuendo convinto, così entrai e seguii il signor Racket per i corridoi del castello.
     Era un luogo piuttosto buio, anche se centinaia di torce e candele su pesanti candelabri d’argento a molte braccia erano appese dappertutto. Io rabbrividivo, sconcertata. Come si poteva vivere in un posto del genere? Le pareti erano fredde, grigie e spoglie, a parte qualche antico quadro raffigurante gelidi inverni, scene di caccia e sanguinose battaglie. Il pavimento era di un bel marmo bianco, ma molto trascurato. Tutto comunicava tristezza, oscurità e un senso di opprimente solitudine.
     Il maggiordomo mi condusse fino a una stanzetta chiusa da una porta in legno marcescente. Era uno spazio piccolo, buio, anche se fui sollevata nel constatare che c’era una finestra, sebbene le imposte non avessero un aspetto sano.
     Rimasi sola dopo che il maggiordomo mi ebbe lasciato consegnandomi la mia valigia. Rimasi sbalordita, poiché non mi ero accorta che l’avesse presa lui, anzi me n’ero completamente scordata.
     Non la disfeci, anzi la lasciai a terra e sedetti, stralunata, sul bordo del letto. Mi guardai intorno. Sembrava il set di un film dell’orrore.
     Oltre al letto stavano semplicemente una cassa di legno d’ebano, un vecchio armadio a due ante, un tappeto logoro e una sedia a dondolo. Mancava solo la bambola rotta con gli occhi che fissavano il vuoto e mi sarei messa a piangere. Invece non c’era, così rimasi lì, immobile, finché il maggiordomo tornò a chiamarmi per la cena.

Speravo di incontrare il padrone di casa per discutere del mio lavoro, perciò rimasi delusa quando compresi che per quel giorno non aveva intenzione di farsi vedere.
     La sala da pranzo era enorme, tappezzata di vecchissimi arazzi raffiguranti scene di caccia e battaglie in campo aperto. Un grande tavolo di legno scuro capeggiava nel mezzo della sala, e seduti stavano la signora Claville, che doveva essere la governante, un ragazzo dai capelli scuri e una ragazza riccia che teneva gli occhi bassi.
     Quando il maggiordomo ed io facemmo il nostro ingresso, la signora Claville si alzò in piedi e disse con la sua voce gracchiante: «Lei è la ragazza nuova, la signorina Margaret. Mi aiuterà nei lavori di casa». Solo allora fui consapevole di ciò che mi aspettava. Doveva esserci molto da fare in quella “casa”, pensai.
     Gli altri si alzarono in piedi e la governante continuò: «Signorina Margaret, loro sono Robbie e Anita. Anita è la cameriera e aiuta anche in cucina».
     «E io sono Marisette, mia cara, la cuoca di questo postaccio!». Mi volsi e mi trovai davanti una grassa signora dalle guance rosa e paffute, col grembiule e una cuffia in testa, che teneva un enorme vassoio. «Ma tu, bella fanciulla, puoi chiamarmi Isa». Parlava con accento leggermente francese, e sorrideva in modo adorabile. Lei, a differenza degli altri, mi piacque subito.
     Mi invitò calorosamente a sedermi. «Stasera il padrone non c’è, ma per darti il benvenuto ho comunque deciso di servire io in tavola. Di solito lo fa Anita, vero cara?».
     Anita non parlò, continuando a tenere lo sguardo inchiodato a terra. Ero seduta accanto a lei, a sinistra, e mi sentivo a disagio.
     Mangiai bene quella sera, tra arrosti, deliziosi contorni di patate e una marea di dolci, ma non mi piaceva l’atmosfera che aleggiava intorno a noi. Mi sembrava di trovarmi alle pompe funebri. Ne sapevo qualcosa io, avendo un padre che ci lavorava, ma non avrei mai pensato di andare a vivere in un posto simile.
     Da quel giorno la mia vita, io stessa, non fu più quella che conoscevo.


Licenza Creative Commons“Le anime del lago” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. (Questa licenza consente di scaricare e condividere l’opera a condizione che non venga modificata né utilizzata a scopi commerciali, sempre attribuendo la paternità dell’opera all’autrice).

 

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2 pensieri riguardo “Le anime del lago – Capitolo 1

  1. Oh una nuova storia!!! 🙂
    Coraggiosa la scelta della prima persona, si vede che ti sentivi pronta per una sfida tecnica. Io questi esperimenti li faccio nei racconti, per evitare disastri nei romanzi 😀 Te la cavi alla grande, comunque. Ottimo l’incipit, dove non hai fretta di mostrare tutto e subito ma lasci che i dettagli arrivino col tempo.
    Brava come sempre 🙂
    Purtroppo però il gotico proprio non mi si addice e anzi non mi piace proprio, quindi (e che sia chiaro non è colpa tua) penso non riuscirò a seguirlo ogni settimana 😦 anche perché sono indietro con L’Undicesimo Re, e quello invece mi calza bene 😀 😀

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