L’undicesimo Re – capitolo 14 (1ª parte) – Questioni in sospeso

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Date un’occhiata alle nuove schede dei personaggi 😉 .
Ho fatto le pulizie di primavera e presto ne aggiungerò altre.

Come aveva previsto, i giorni seguenti furono una vera condanna. Fu costretto a sostenere una lunga riunione in merita al candidato migliore per diventare marito di suo sorella. Dopo ciò che era accaduto, Magett non ci aveva più pensato. Aveva già escluso il principe di Porto Nord, il figlio di Silver, Liam, che non ne voleva sapere di sposare Mey, e chissà quanti altri candidati. Ormai non sapeva più dove guardare per un futuro erede al trono. La migliore opzione sembrava quella che tanto temeva, ma ogni volta che quel pensiero lo sfiorava, Magett lo reprimeva pensando ad altro.

     La riunione era durata tutta la mattina e gran parte del pomeriggio, senza che si giungesse a una conclusione. Il giorno dopo invece si era recato al tempio per pregare, come ogni ultimo e primo giorno della settimana. I riti sacri durarono per quasi tutto il mattino, poi, consumata una rapida seconda colazione, si concesse un po’ di riposo. Coricato a letto, sotto le sue pellicce, si arrovellava su svariate ipotesi riguardo le motivazioni che potevano spingere Vincent Goldwin a rimanere lontano da corte. Un’altra questione pungente. Quello sciocco non si era più fatto vedere da quando Magett era tornato da Elber. Cosa poteva mai essergli accaduto in un giorno? Moltissime cose, in realtà. Vincent poteva addirittura essere morto.

     Respinse quell’idea, girandosi sull’altro lato. La testa pulsava con dolorosa frenesia, come il battito del suo cuore. Aveva mandato delle guardie a cercare Vincent, ma non era stato trovato. Cominciava a preoccuparsi. Come avrebbe reagito lord Goldwin se gli avesse comunicato che il suo unico figlio maschio era scomparso? Certamente non l’avrebbe presa bene.

Rimaneva poi un’altra questione in sospeso. Cosa fare con lord Tarn? Silver gli aveva comunicato il giorno prima che il signore di Tarn aveva provato a fuggire, dopo che lui era partito per Elber.
Era poi stato inseguito e fatto prigioniero. Sempre dietro ordine di Silver, il lord era rimasto chiuso in cella, fino a che si era ricordato di comunicarglielo. Magett, nonostante il fastidio per quell’ordine che non era partito da lui, aveva poi esultato dentro di sé al pensiero di punire Tarn per la sua insolenza.

      Sembrava trascorso tempo, eppure erano passati solo pochi giorni dalla discussione con lord Tarn. Ricordava però che, prima di decidere di recarsi a Elber, aveva avuto tutta l’intenzione di punire severamente il lord per il suo comportamento offensivo nei suoi confronti. Non poteva permettere che girassero certe voci a corte; voci che lo ritenevano debole e incapace di governare a causa della malattia. Doveva dare una dimostrazione almeno della sua forza di volontà e Tarn ne sarebbe stato l’esempio. Mozzargli le mani gli sembrava una punizione adeguata. Avrebbe imparato a stare zitto, se non voleva perdere anche la lingua.

 

Attese che l’emicrania passasse, poi scese dal letto e indossò il suo mantello foderato di pelliccia prima di uscire dalla stanza. Nei sotterranei il freddo era pungente, non voleva rischiare di prendersi una polmonite.

     Le prigioni si trovavano sotto al mastio, in un dedalo di gallerie buie e umide. Prese con sé una fiaccola per farsi luce, poi procedette senza indugio.

     Le guardie dei sotterrai, dopo un inchino, lo guidarono attraverso lunghi corridoi. Ai lati le celle erano gremite di persone poco raccomandabili; ladri, bracconieri, stupratori, ma anche ciarlatani e mercanti furbastri. Tutta gentaglia che Magett aveva deciso di risparmiare condannando a una vita in cella.

     Suo padre non avrebbe fatto così. Ogni cinque anni secondo la legge bisognava attuare le cosiddette “pulizie delle prigioni”, che consistevano nel condannare a morte gran parte dei condannati che si trovavano in cella da molto. In questo modo le celle non erano piene, e le casse reali rimanevano intatte. I pochi che restavano in prigione venivano mantenuti con le tasse ulteriori pagate dai contadini.

     Magett ricordò di quando suo padre aveva messo in atto la legge, e nella piazza principale della cittadella erano stati impiccati, squartati, lapidati e decapitati almeno un centinaio di uomini. Alcune donne erano state messe al rogo, accusate di praticare la stregoneria.

Quando era salito al trono, lui non aveva accettato metodi che reputava crudeli e inumani; aveva preferito praticare fin da subito punizioni esemplari, come il taglio delle mani e della lingua per i furfanti e i ciarlatani, l’esilio per le streghe, i traditori e i furbi. La condanna a morte rimaneva per i delitti più gravi, come il tradimento diretto ai danni del sovrano, l’omicidio, lo stupro di donne di lignaggio.

     Procedendo così però, Magett si era presto reso conto che le prigioni si erano riempite di molto e che avrebbe dovuto alzare le tasse ai sudditi se voleva mantenere la gentaglia che aveva in parte graziato.

     Fece una smorfia pensando ai suoi consiglieri; la maggior parte di loro non era d’accordo con le sue motivazioni e avrebbero preferito ritornare ai vecchi tempi, dove impiccagione e squartamento erano fatti quotidiani.

     Ritornò alla realtà quando la guardia si bloccò dinanzi a una cella in angolo. Tirò fuori un mazzo di chiavi e armeggiò per trovare quella giusta. Infine ne estrasse una scura orlata di ruggine, la infilò nella toppa e aprì la porta della cella. Era uno spazio ampio e freddo, con una piccola e scura finestra posta in alto. Magett però notò che all’interno c’erano un letto più o meno comodo, non un pagliericcio unto come nelle altre celle, e un tavolino barcollante era disposto al centro con attorno un paio di sedie. A terra era stata stesa della paglia a nascondere il sudicio e gelido pavimento di pietra, per tenere un po’ di tepore specie durante la notte.

     Lord Tarn era seduto su una sedia, i gomiti poggiati sul tavolo poco distanti da una caraffa probabilmente colma di vino stantio. Teneva la testa tra le mani e sembrava stesse dormendo.

Magett, con un cenno, ordinò alla guardia di chiudere la porta e aspettare fuori. L’armigero obbedì all’istante, e al rumore del ferro che sbatteva Tarn si destò di scatto con un’esclamazione di sorpresa. Dopodiché si volse verso di lui e appena lo ebbe riconosciuto accennò un sorriso maldestro. I grossolani lineamenti della sua brutta faccia si contorcevano al chiarore della fiaccola. Magett la teneva alta di fronte a sé per vedere meglio il prigioniero.

     Lord Tarn sghignazzò, riempiendo in un istante il silenzio che regnava nella cella. «Vostra Maestà, che bella sorpresa. Che cosa vi porta qui?».

     Magett ignorò l’aria di sfida che leggeva nei suoi occhi. «Lord Tarn, ti consiglio di non peggiorare la tua situazione. Ho deciso di non giustiziarti solo perché ritengo sia giusto darti una seconda possibilità, ma sappi che non tollererò altre offese verso la mia persona».

     «Non temete mio signore, la fredda cella in cui riposo da giorni mi ha insegnato l’umiltà e le buone maniere». Sogghignò affrettandosi a comporre un grazioso inchino con la sua figura goffa e maldestra. «Vedete? Sono migliorato, no?»

     Magett non commentò quella scenetta ridicola. In ogni caso per Tarn non avrebbe cambiato niente. «La punizione che ti sarà riservata è già decisa, ma la sua severità dipende solo da te» disse invece avanzando di un misero passo nella cella. Tarn cambiò sguardo, d’un tratto di fece serio e attento.

     Magett pensò tra sé che non aveva mai visto una persona cambiare atteggiamento così in fretta, nemmeno in un condannato a morte che riceve la grazia all’ultimo istante. “Lord Tarn è certamente infido e crudele, non è goffo e stupido come vuole far credere”. «Dimmi, Tarn, preferisci la lingua o le mani?»

     «Se davvero mi è concesso, mio signore, preferisco le mani, anche se mi piacerebbe poter tenere entrambe le parti di me. Anche la lingua serve, quando la si può usare». Di nuovo un ghigno deforme si disegnò nel suo volto. Sembrava che la prigionia, invece che ammansirlo, avesse risvegliato la sua parte peggiore.

     «Perciò vuoi che ti faccia mozzare la lingua?» domandò. Non sapeva per quale motivo gli stava dando facoltà di scegliere. Forse era più indulgente di quanto credeva.

     «In questo modo però non potrò più dispensarvi i miei preziosi consigli». Tarn aggiunse a quelle parole un sorriso affettato. «Dopotutto nessuno conosce bene come me i Tytan e i Telmore».

     «Perché mai dovrebbe interessarmi di loro?»

Tarn prese la caraffa e verso una parte del contenuto in una coppa. Bevve avidamente, ma sputò subito con aria disgustata. «Il vino dei Krown è come la rocca dei Tytan ed è questo il punto. Come voi non vi accontentate del vostro vino e lo prendete da noi, dalla valle, e dai Vein, lo stesso Tytan non sarà mai soddisfatto fintanto che la mia casata risiederà a Tarn».

     «Tytan non avrà il coraggio di muovere guerra ai Telmore, ragion per cui la vostra famiglia è al sicuro lord Tarn».

     L’altro scosse la testa: «Vi sbagliate. Mai sottovalutare l’ambizione del potere. I Tytan potrebbero averlo già fatto; in questo stesso momento potrebbero essere fuori dalle mura di Morania’Tel pronti ad assediare la città».

     «Morania’Tel è forte, lo è sempre stata. I Telmore sopravvivranno».

     «Io non ne sarei così sicuro». Negli occhi di Tarn comparve una luce strana, che cinse di scuro le sue iridi.

     «In ogni caso questo non è affar tuo, non finché sarai in cella».

     «Allora fammi uscire. Stiamo parlando della mia famiglia, dei miei possedimenti, del denaro che mio padre guadagnò con molti sacrifici. Perse due fratelli per voi Krown e per cosa? Perché ora vada tutto in mano ai Tytan?»

     «Non ho detto che non uscirai, ma prima dovrai essere punito».

     «Questo è il prezzo della libertà… o della condanna?»
   «Non morirai, Tarn, resterai solo senza la lingua, a meno che tu non preferisca perdere le mani».

     Tarn si guardò le mani tozze, stese le dita. In un impeto di rabbia chiuse a pugno la mano destra e rovesciò con furia coppa e caraffa, spandendo vino sul tavolo e sul pavimento.    

     «Preferisco non poter parlare che rinunciare a brandire la mia spada».

     «Bada però» lo mise in guardia Magett. «Se oserai ancora una volta rivolgere una parola sbagliata nei confronti del tuo sovrano, non perderai un’altra parte del tuo inutile corpo». “La prossima volta ti vedrò strisciare per chiedermi perdono, e poi starò a guardare la tua testa rotolare nel fango”. Una parte di lui si contrasse d’istinto, mostrando ribrezzo a quel pensiero, ma i ricordi delle offese verso di lui e delle risate di Vincent alimentarono di nuovo la sua ira.

     Si voltò per non vedere più Tarn, strinse i pugni per contenere la rabbia e il fastidio. «Domani all’alba perderai le tue mani, lord Terrell» sentenziò in tono rigido. «Le mani, non la lingua, così imparerai a usarla nel modo corretto».

     Non rimase per vedere la reazione del lord. Chiamò la guardia e appena la porta fu aperta uscì a passi svelti per lasciarsi alle spalle il sudiciume della cella.

     Almeno una questione era ormai al termine.

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Ecco l’inizio del quattordicesimo capitolo! Grazie a tutti per la lettura. :)
Se il capitolo vi è piaciuto, lasciate un voto!


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-Irene sartori (Erin Wings K.)


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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