L’undicesimo Re – capitolo 13 (5ª parte) – Cattive notizie

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divisore (1)

Il sole stava iniziando la sua discesa quando i primi roghi furono accesi. Tra le fiamme erano stati adagiati, preparati a dovere, i corpi delle vittime dell’imboscata di Elber.
Erano tanti, troppi, pensò il re mentre osservava i fuochi accendersi lentamente, e cominciare a bruciare i resti di quella carneficina. Nulla sarebbe rimasto di quei fedeli soldati, solo il dolore dei loro cari, e il ricordo che i compagni sopravvissuti avrebbero serbato in futuro.
Alcuni dei poveri defunti non avevano potuto neppure ricevere la benedizione del padre o della madre prima che salissero nel Regno del dèi, a causa della lontananza tra le varie terre, e delle scarse informazioni che avevano sulle loro famiglie.
In tanti però erano presenti ai funerali pubblici; tutti i lord di corte, il corpo di guardia, l’esercito intero e anche molti popolani, tra cui alcuni parenti delle vittime, i pochi che erano riusciti a raggiungere la capitale. Quasi nessuno di quei soldati era della regione di Elber.
Tutto era stato preparato nel cortile del castello, ma molti erano costretti a stare fuori dai cancelli per via dello spazio mancante.
Molti dei popolani pregavano, alcuni cantavano agli dèi perché accogliessero e proteggessero le anime degli eroi. Li chiamavano così, si accorse Magett, e ne fu compiaciuto. Si meritavano onore e gloria per il servizio reso e lui avrebbe fatto in modo che il loro sacrificio non venisse dimenticato.
Il fumo lentamente prese forma tutt’intorno, salendo poi a spirali nel cielo rosso, intanto che nuove pire venivano incendiate. Magett si alzò dallo scranno che era stato posto per lui sotto a un baldacchino nel cortile; si sentiva in dovere di rendere omaggio a quei soldati caduti per proteggere sua sorella, morti perché avevano obbedito agli ordini del loro signore. Quindi alzò un braccio per far notare bene il gesto che intendeva fare, poi posò la mano all’altezza del cuore, quattro dita a manifestare l’onore, il rispetto, la vicinanza ai cari e l’affetto verso quei sudditi fedeli.
Non gli sfuggirono le occhiatacce che alcuni lord gli lanciarono. Quello non era un gesto usato comunemente per soldati e popolani. Pian piano però alcuni seguirono il suo esempio. La prima fu sua sorella, Mey, che notò era visibilmente commossa, la piccola mano le tremava mentre mimava il suo gesto. Poi Aaron e Silver, i soldati e le guardie, lord Braxton, Lambert e Victor Goldwin. Infine quasi tutti chiusero la mano in quel segno di saluto, e molti chinarono il capo rispettosamente, altri piansero, alcune donne singhiozzarono.
Dalla folla di popolani d’improvviso si levò un canto diverso dagli altri, più forte, straziante, che penetrò dentro Magett facendogli male. Conosceva bene quel canto, sapeva quelle parole a memoria.
Ai piedi del baldacchino, seduto sul suo scranno pomposo, il nobile Patrick fece un gesto di sdegno. Silver sussurrò: «È la “voce di Ogine”». “Il canto della vendetta”.
Tra i presenti si diffuse ben presto un coro di bisbigli, mentre quella che sembrava una donna continuare a cantare, la voce sempre più alta e il tono più angosciante.
Magett sapeva cosa fare, e non esitò oltre; posò un ginocchio a terra, abbassò il capo e si unì al canto. Sapeva bene che nessuno dei suoi lord sarebbe stato d’accordo con quel gesto. Un sovrano non deve mai inginocchiarsi, davanti a niente e nessuno. Quella però era la vendetta, e poiché condivideva quel sentimento con chi aveva iniziato il canto, Magett non poteva negarglielo.
Chi aveva teso l’imboscata avrebbe pagato, con il sangue e con la guerra.

 

Il banchetto si aprì dopo che tutti i corpi furono divenuti polvere.
Parteciparono anche i popolani, fuori nel cortile in tavole montate su cavalletti, e Magett aveva ordinato ai cuochi di riservare a loro tutti gli avanzi migliori.
Lui invece non mangiò. Era stanco, sentiva la fronte scottare di febbre. I funerali erano stati lunghi e strazianti e il giorno dopo lo aspettava una lunga riunione con il consiglio.
Mentre si teneva il banchetto, accantonò per un attimo tutte le questione a parte una: Vincent Goldwin. A pranzo aveva parlato con Silver, chiedendogli la sua approvazione per espellerlo dal consiglio, in quanto membro inefficiente. Il lord però non aveva voluto sentire ragioni. Nonostante la sua inutilità, secondo lui era poco saggio allontanare un Goldwin. Rischiavano l’ira di suo padre, signore di una casata troppo importante per perderla con tanta facilità.
Comunque, dopo che Vincent non si era presentato neppure ai funerali, Magett non era più molto sicuro di voler essere saggio.
Non era ancora finita, questa era una certezza. I prossimi sarebbero stati giorni ancora più intensi.
Dentro di sé pregò di essere in grado di sopportarli.

divisore (1)
Ed eccoci alla fine di questo capitolo! Grazie a tutti per la lettura. :)


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-Irene sartori (Erin Wings K.)


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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