L’undicesimo Re – capitolo 12 (4ª parte) – Bentornata a casa

Eccomi con la finale del dodicesimo capitolo. Un po’ in ritardo 😀

l'undicesimo re - copertina 2

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divisore (1)

La lama del pugnale disegnò una linea rossa sulla sua pelle bianca; il sangue cominciò a defluire, lentamente, segnando il corpo nudo e tremante del giovane sicario.
     «Allora… dì la verità, è tua la colpa!». Liam lo colpì alle costole con la frusta, mentre Gheraf lo torturava di nuovo con il pugnale. Il sicario urlò. «No, io ci stavo riuscendo. Stavo per uccid…». La frusta schioccò di nuovo interrompendo i suoi patetici tentativi di fermare quella tortura. Urlò ancora più forte, poi prese a uggiolare come un cane, mormorando parole senza senso.
     «Perciò non è colpa tua, è questo che stai dicendo?». Liam lo colpì ancora e stavolta sentì lo scricchiolio delle ossa che cedevano sotto la forza della frusta. Quello sì che era un suono dolce, pensò storcendo la bocca in un sorriso selvaggio. «Lurido verme, parla!».
     Fece segno a Gheraf di incidere più a fondo con la lama. Lo scagnozzo obbedì senza esitazione, e premette di più con la punta del pugnale, appena sotto le costole.
     Il sicario singhiozzò e gemette come un bambino, mentre il sangue arrivava in un rivolo a imbrattare le sue brache lacere.
     «Parla, ho detto!» ringhiò Liam facendo schioccare la frusta a un soffio dal suo volto. «Voglio sapere chi devo uccidere per questa grave negligenza. Devo sapere a chi ho affidato inutilmente la mia fiducia e i miei soldi. A te, forse? Parla, bastardo, e prometto che non ti mozzerò le mani e la lingua. Se continuerai a tacere, invece, giuro che ti faccio a pezzi e ti riporto al tuo covo di sudici succhia soldi dentro un sacco».
     Nonostante le sue parole il ragazzo continuò a tacere, a parte qualche mugolio e frase sconnessa.
     Un altro colpo di frusta ed emise un gemito più forte: «S-sì».
     «Sì cosa?»
     «È colpa mia» mugolò a testa bassa.
     «Quindi hai fallito di proposito?». Liam non riusciva più a contenere la rabbia. «E pensare che ero pronto a pagarti così bene. Con tutte quelle monete avresti potuto costruirti persino un castello». Sputò a terra. Fece schioccare di nuovo la frusta, portandogli via un lembo di pelle da una guancia. Il sicario urlò e implorò ancora: «Vi prego, io ci stavo riuscendo… vi prego…».
     Liam ignorò i suoi stupidi piagnistei; era troppo tardi, ormai, per fare il leccapiedi. «Gheraf», si rivolse al suo scagnozzo, «prendi il pugnale con la lama più affilata».
     «Sì, signore». Gheraf si allontanò per un attimo. Si trovavano in una locanda chiusa da tempo, che Liam aveva comprato a un vecchio taverniere che ne aveva reclamato i diritti alcuni mesi prima, senza però usarla in alcun modo. Era un luogo perfetto per il principe, perché era in decadenza, e quindi attirava poco l’attenzione, e soprattutto si trovava ben distante dal castello, nella zona più povera della capitale.
     Nella locanda aveva fatto allestire da un paio di ragazzini una stanza per lui e una per  Gheraf; li aveva anche pagati, quei piccoli bastardi, ma almeno era servito a qualcosa privarsi di una moneta di ferro. La sua stanza infatti era tutto fuorché scomoda, nonostante non si avvicinasse neppure a quella al castello, ma per qualche notte di tanto poteva andare. Poi la dispensa era sempre ben fornita, grazie a qualche accordo con un paio di tavernieri a cui Gheraf aveva tagliato la lingua perché tacessero.
     Il fuoco ardeva sempre in una decina di bracieri e l’ambiente non era mai troppo freddo. Il sudore infatti colava sulla fronte e sul petto del sicario, mescolandosi al sangue che continuava a scorrere come un fiumiciattolo testardo.
     Liam sogghignò in direzione del sicario: «Non preoccuparti, bastardo traditore. Il mio sgherro non sbaglia mai con i pugnali. Lui sa scegliere bene». Era nella stanza di Gheraf che si trovavano le armi più letali. Lo sgherro ne era ben provvisto ed era certo che avrebbe saputo scegliere l’arma giusta.
     Ritornò infatti, poco dopo, con un pugnale, che scintillava alla debole luce della cantina. Glielo porse. Liam se lo rigirò tra le mani; era di ottima fattura e l’acciaio sembrava di buona qualità, forse acciaio dell’est. L’impugnatura elaborata era ricurva e di una strana tonalità di grigio-blu. Un’arma degna di un re. Si chiese come un poveraccio quale era Gheraf avesse potuto permettersi quel pugnale. Doveva di certo averlo rubato.
     «È il mio pugnale migliore, Altezza» si vantò Gheraf.
     «Sì, sembra di sì». Liam rimase impassibile. Quello stolto non meritava tanta soddisfazione per un pugnale.
     Con un movimento fulmineo, avvicinò la lama alla gola del sicario. «Non mi hai ancora detto il tuo nome».
     L’altro farfugliò qualcosa d’incomprensibile. Gheraf ridacchiò.
     «Zitto!» lo redarguì il principe. «Devo sentire quello che mi dice. Parla, stupido sicario». Dalla gola iniziò a colare un rivolo di sangue.
     «Col- Co…» Fu tutto quello che il ragazzo disse.
     Liam abbassò il pugnale e risollevò la frusta. «Va bene, Col, mi divertirò ancora un po’ con te. Poi ti taglierò la gola che ti resta».
     Il ragazzo emise un lamento soffocato, ma Liam non fu mosso a compassione nemmeno quando si mise a implorare pietà.
     «Un vero guerriero non implora pietà, combatte».
     «Ma lui non è un guerriero, Altezza» s’intromise Gheraf. «È solo lurida feccia».
     “Lurida feccia, esatto. Proprio come te”.
     «Vi prego, Vi prego. Non voglio morire. Farò quello che volete, vi servirò bene…». Lacrime sgorgavano dagli occhi del sicario, mischiandosi al sangue che gli impregnava il naso mozzato, le guance, il collo e al sudore freddo provocato dalla paura.
     Liam tirò fuori la spada. Non l’avrebbe ucciso con nessuna delle armi di un umile scagnozzo, nemmeno con il suo pugnale più bello.
     «Tu mi hai deluso, Col. Puoi implorare finché vuoi, ti ucciderò comunque».
     «Io ho una fa-famiglia signore». La sua voce, scossa dagli spasmi, era un sussurro.
     Liam sogghignò: «Vorrà dire che faranno a meno di un codardo come te. Magari saranno anche felici di liberarsene».  Appoggiò la punta della spada sulla sua gola, là dove il taglio ancora sanguinava. Con l’altra mano tirò fuori il sacchetto di pelle che conteneva il resto delle monete. A quelle che gli aveva anticipato al primo incontro, ci avrebbe pensato in seguito. Sapeva già dove trovarle.
     Gli sventolò il sacchetto in faccia, per farglielo vedere bene. “Deve essere una morte umiliante”, pensò sorridendo. «Questa è la tua ricompensa» disse, lasciando cadere a terra il sacchetto. Questo si aprì e le monete si riversarono a terra con un ticchettio sinistro.
     Poi il principe affondò la spada.

 

divisore (1)

Magett, Mey, Liam e compagnia bella vi augurano Buona Pasqua. 😀
La prossima parte sarà pubblicata venerdì 1 aprile.

Grazie per la lettura. 🙂 Fatemi sapere la vostra opinione,
e se il capitolo vi è piaciuto lasciatemi un voto!

siti web

-Irene sartori (Erin Wings K.)


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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13 pensieri riguardo “L’undicesimo Re – capitolo 12 (4ª parte) – Bentornata a casa

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