L’undicesimo Re – Capitolo 10 (seconda parte)- Roan

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Viaggiavano da almeno due ore senza avere ancora superato il confine tra la foresta di Rud e la parte di Elber sotto la giurisdizione del nord.
     Magett conduceva il cavallo attraverso il sentiero di Elber, sul terreno malmesso dall’umidità e dalle piogge della buona stagione. Tentava di ignorare il dolore profondo che lo tormentava, ma non poteva fare a meno di pensare che il suo braccio stesse peggiorando troppo velocemente.
     Purtroppo non potevano permettersi una sosta, nemmeno per riposare qualche istante.
     Procedevano già lentamente per via del fango sul sentiero che rendeva difficile il passaggio dei carri, se si fossero fermati per i suoi capricci molti soldati nel frattempo avrebbero rischiato di perdere la vita.
     Lui non voleva arrivare a questo. Il suo intento era di salvare più feriti possibile, perciò era indispensabile arrivare alla capitale entro breve. Niente soste, nessun ulteriore rallentamento e tutti avevano il dovere di aiutare come potevano la transizione dei carri perché si velocizzasse l’andatura; queste erano state le sue disposizioni.
     Di fianco a lui Aaron cavalcava inquieto. Di tanto in tanto si voltava e i suoi occhi diventavano pensierosi, lo vedeva guardarsi attorno in continuazione; teneva le redini con una sola mano e l’altra posata nervosamente sull’elsa della spada. Era preoccupato e forse aveva ragione.
     La cavalcatura sobbalzò, forse incontrando una buca tra la fanghiglia del sentiero. Aumentando la presa sulle redini, Magett spostò il destriero verso destra, avvicinandosi così alla sorella che gli cavalcava a fianco. Trattenne un gemito per il dolore causato dallo scossone al braccio; portò una mano alla ferita e sentì che la carne era dolorante solamente al tatto. Ritrasse la mano, accorgendosi di essersi lasciato sfuggire una smorfia.
     «Mio signore, state male?» La voce dolce di Mey lo raggiunse improvvisa.
     Si voltò a guardarla sforzandosi di mostrarsi sereno: «No, sorella, sto bene».
     «Forse è il viaggio che vi sta spossando» rispose lei con sguardo apprensivo. Quella compassione che lesse nei suoi occhi era insopportabile. Si chiese come potesse compatirlo per un banale graffio al braccio. Lei non sapeva che nel suo sangue scorreva veleno.
     Stava per rispondere quando il pensiero appena formulato gli bloccò le parole in bocca.
     “Certo, il veleno!” Ricordava quando Séfina gli aveva consegnato una pozione da bere; aveva un colore scuro, bluastro. Bevine un sorso ogni tanto. Impedirà al veleno di tornare.
     “Tornare… il veleno… Ecco perché sto male!” Aveva compreso cosa intendesse davvero la donna. Non si trattava solo di una cura per il dolore, ma per scacciare il veleno che scorreva ancora nel sangue infettandogli la ferita. Come poteva non averlo compreso subito?
     Si diede dello stupido per non aver bevuto nemmeno un sorso della pozione, quando in quel momento invece non poteva senza farsi vedere dagli altri.
     «Mio signore, tutto bene?» La voce di Mey lo strappò ai suoi pensieri. Sorrise immaginando di avere un’espressione da vero sciocco. «Sì, non preoccuparti, stavo solo… pensando».
     «Mi auguro che non fossero cattivi pensieri».
     «Niente affatto, sorella. Solo preoccupazioni, come tutti». Diede di sprone allontanandosi senza aggiungere altro. Doveva trovare il modo di prendere la pozione senza che nessuno lo vedesse.
     Come immaginava Aaron gli andò dietro, così si fermò poco distante dall’ultimo carro in coda e gli ordinò di tornare dalla principessa ricordandogli che un buon cavaliere non abbandonava mai una fanciulla indifesa. Aaron obbedì e lui poté disporsi in parte al sentiero, attendendo che gli altri andassero avanti. Non poteva rischiare che qualcuno lo vedesse bere  quella strana pozione.
     Attese pochi istanti, poi si mise a frugare  sotto il mantello fino a estrarre una piccola boccetta contenente un liquido bluastro. Lo aprì, all’inizio titubante. Il dolore però cominciava a essere forte, così si decise a berne un sorso. Era amaro e odorava di erbe selvatiche, quando deglutì gli bruciò la gola. Gli occhi lacrimarono. “È terribile. Che sia questo il veleno? Altro che cura…”.
     Spronò il cavallo per raggiungere Aaron e Mey. Proprio allora un soldato gli si fece appresso. «Maestà, uno dei feriti desidera parlare con voi. Io gli ho detto che non è il momento, ma lui insiste».
     Magett aggrottò la fronte: «Ti hanno detto per quale motivo desidera parlarmi?»
     «No, maestà, però mi ha dato questo». Il soldato allungò un braccio e gli porse un pezzo di stoffa di colore blu. «Ha ripetuto più volte che voi avreste capito».
     “Ma certo!” Come poteva essersi dimenticato? Troppe cose erano accadute, tante informazioni. L’oracolo, il villaggio, Elian… Prese il pezzo di stoffa dalla mano del soldato e annuì: «Portami da lui». Aveva promesso che gli sarebbe stato accanto, non poteva esserselo scordato.
     Si lasciò condurre fino a un carro quasi in coda al gruppo in marcia. Era colmo di feriti che gemevano, ma tra loro Magett riconobbe subito il suo vecchio amico. Giaceva sotto una coperta sbrindellata, le membra abbandonate sul legno del carro. Sembrava respirare a fatica.
     «Roan?» lo chiamò tentando di attirare la sua attenzione. Il soldato però sembrò non sentirlo, oppure era troppo debole per tenere gli occhi aperti. Il suo volto era molto pallido, la gamba ferita fuoriusciva dalle coperte; si accorse che le bende erano sporche di sangue.
     Diede l’ordine di fermarsi. Questo era un buon motivo per farlo. Scese di sella e si avvicinò a Roan, si sedette al suo fianco dove c’era un po’ di spazio tra i feriti. Gli sfiorò la fronte delicatamente per non disturbare il suo riposo. Scottava, le sue condizioni sembravano peggiorate di molto da prima della partenza.
     Gli carezzò i capelli, scostando alcuni ciuffi sudati. “Non ti abbandonerò amico mio”, promise più a sé che a lui.
     Ripartirono dopo pochi minuti; non potevano perdere tempo. Magett procedette a cavallo stando vicino al carro, senza perdere di vista Roan. Non poteva lasciarlo morire, non quando stavano per giungere al castello dove avrebbe ricevuto le cure adeguate.
     Non passò molto che vide Mey e Aaron raggiungerlo, quest’ultimo in evidente stato di apprensione. «Mio signore, perché ci siamo fermati?».
     «Non angosciarti per nulla Aaron, va tutto bene. Volevo sincerarmi sulle condizioni dei feriti».
     L’altro non sembrava convinto, ma non disse nulla rimanendo al suo posto, limitandosi a scuotere leggermente la testa. 

 

Rimase vicino al soldato, cavalcando a un passo dal carro, e intanto rimuginava sul loro incontro. Era passato molto tempo,  ma non se lo sarebbe mai dimenticato.
     A un tratto sentì un gemito provenire dal carro. Era lui, si era svegliato e sembrava molto sofferente. Diede l’ordine di fermarsi e scese di sella.
     Si accostò al carro e sorrise rassicurante in direzione di Roan. L’altro invece si limitò a fissarlo con sguardo malinconico e colmo di nostalgia.
     Fu lui a spezzare il silenzio dopo molti istanti. «Forse avrei dovuto accettare dopotutto». La sua voce era roca, indebolita dalla sofferenza.
     «No, non è vero. Avevi il diritto di scegliere, e l’hai fatto. Va bene così».
     «Sì, ma sto morendo. Ora che senso ha l’aver rifiutato la proposta di un re?»
     Magett soffrì sentendo lo sconforto nelle sue parole. «Non devi pensare a questo adesso. Devi riposare. Quando arriveremo al castello tutto avrà un senso».
     «No, vi sbagliate» ribatté il soldato stringendo per un attimo gli occhi.
     «Perché mi sbaglio? Non è forse per questo che fai parte della scorta?»
     Lui scosse la testa: «Non è questo il punto, mio signore. Io non arriverò al castello».
     Dopo quelle dure parole cadde il silenzio. Per Magett quell’improvvisa rivelazione fu come una pugnalata al cuore, ma il soldato sembrava davvero convinto di ciò che stava dicendo. Scosse comunque la testa, non poteva accettarlo: «No, non dire così, tu ce la farai. Siamo quasi arrivati ormai, non ci vorrà ancora molto, devi solo resistere».
     «Non posso farcela».
     Magett lo ignorò: «Poi al castello ti cureranno, vedrai, sono sicuro che ti guariranno».
     «No, le mie ferite sono troppo gravi. Non guarirò».
Vide la convinzione nei suoi occhi, insieme a una coraggiosa rassegnazione, e la speranza di chi crede cecamente nel regno degli déi. Sentì di ammirarlo per questo e non poté fare a meno di pensare che anche lui sarebbe morto giovane, che avrebbe dovuto affrontare la morte entro cinque anni se era fortunato.
     «Ascolta» disse, «non devi arrenderti. Sei forte, lo ricordo bene, so che puoi resistere».
     «No». Il soldato scosse la testa, ma non continuò a parlare, tradito da un secco colpo di tosse. Il suo volto era di un pallore quasi traslucido, un velo di sudore gli copriva la fronte appiccicata di capelli riccioli.
     “Amico mio…”. Magett chinò la testa; non poteva insistere ancora. L’unica cosa che poteva fare era restargli vicino.
     Si girò per affrontare i suoi cavalieri, che nel frattempo si erano riuniti dietro di lui ad attendere gli ordini. «Dobbiamo ripartire subito, ma io non cavalcherò in testa. Aaron, Gidian, Keron, andate avanti e pensate a proteggere la principessa. Tutti gli altri, vi voglio vicino a me e ai lati della colonna».
     I cavalieri si dispersero secondo gli ordini, Aaron però rimase un istante di più. Sul suo viso si notava chiaramente un’espressione contrariata e confusa. «Va tutto bene Aaron, ma devo stare qui ora». Indicò Roan, che aveva di nuovo chiuso gli occhi, la testa abbandonata come quella di un pupazzo vuoto. L’altro sembrò capire, spronò il destriero e tornò al suo posto in testa alla colonna.
     Mey invece rimase. «Dovresti andare anche tu sorella» disse Magett invitandola a seguire Aaron.
     «Certo». Negli occhi della principessa vide dispiacere, e allora si ricordò che lei si era presa cura della ferita di Roan. «Però se vuoi restare va bene. Puoi continuare a cavalcare al mio fianco».
     Il viso della sorella si illuminò: «Lo farò con piacere maestà». Si avvicinò con la sua cavalla e procedettero in silenzio, senza turbare la quiete che la foresta manteneva intatta.
     Erano trascorse poche ore quando la colonna sbucò in una tiepida radura, dove gli alberi della foresta si diradavano in un morbido contorno.
     Magett osservò la sorella ammirare estasiata il paesaggio che si offriva dinanzi a lei. Oltre la radura infatti scorreva un placido fiumiciattolo, le cui acque scintillavano nel riverbero del sole. «Lo chiamano Rivolo piangente. I popolani della capitale attingono l’acqua dalle sue fonti, e si dice che trasporti con sé tutte le lacrime che la gente versa al suo interno».
     Mey sorrise, sembrava affascinata: «Non lo sapevo. Non avevo mai visto questo fiume».
     «Lo credo bene, non l’avevo mai visto neanche io da questa prospettiva».
     «Quale prospettiva?»
     «Quella di un fiume che contiene le lacrime del popolo. Non ho mai dato credito a questa leggenda, ma ora che lo vedo… potrei affermare che assomigli veramente a un fiume di lacrime che scorrono».
     La sorella non disse nulla. Passarono oltre; attraversata la pianura poterono cominciare a vedere i lati della grande collina dove sorgeva la capitale.
     Rivolo piangente era ormai alle loro spalle, e la meta sempre più vicina. Fu proprio al bivio delle due strade, l’elberiana, e quella che dovevano prendere, che Magett si accorse delle condizioni di Roan. Il soldato si era svegliato, ma i suoi occhi non vedevano nulla. Muoveva la testa in continuazione, agitato, e la sua fronte scottava di febbre. Con rammarico si rese conto che le sue condizioni erano precipitate, e probabilmente non ce l’avrebbe davvero fatta a raggiungere il castello.
     Decise di salire sul carro per stargli accanto, anche se non avrebbe voluto vederlo morire, ma glielo doveva. In fondo Roan era un suo amico e per lui aveva fatto molto di più.
     Le labbra del soldato si schiusero all’improvviso: «Mi dispiace».
     Magett gli prese una mano: «Per cosa?»
     «Per il mio rifiuto». Un colpo di tosse lo interruppe, stroncando ogni altro tentativo di conversazione.
     «Non preoccuparti Roan, amico mio, avevi preso la tua scelta. Era un tuo diritto. Ora questo non ha importanza, pensa a riposare».
     Roan non parlò, invece chiuse gli occhi. Magett gli strinse la mano e rimase in quella posizione finché sentì quella del soldato afflosciarsi nella sua.
     Addolorato, tornò in sella a Shiotgunt, che scalpitava con gli zoccoli sul terreno sempre più polveroso. Mano a mano che si avvicinavano l’ambiente cominciava a migliorare. La fanghiglia lasciava il posto a terra smossa, fresca ma non bagnata, l’aria era fredda e meno umida, l’atmosfera gli sembrò rassicurante.
     Si ripromise di cercare i parenti di Roan e di restituire alla madre, se era ancora in vita, il suo corpo. Pensandoci strinse attorno alla mano destra la fascia blu che lui gli aveva dato. Avrebbe scoperto chi aveva ucciso il suo amico; doveva vendicarlo, secondo la giustizia. La sua morte non sarebbe rimasta impunita.
     Proprio in quel momento alcuni soldati esultarono. Magett si riscosse, e guardò davanti a sé. Dopo la foresta, alle loro spalle, si apriva la piccola valle che terminava nell’alta e larga collina della capitale. Le mura grigie, le torri e il castello erano visibili da sotto, e lo spettacolo era meraviglioso.
     Accanto a lui notò che Mey sorrideva felice, e questo lo confortò. Almeno sua sorella presto sarebbe stata al sicuro.
     Le fece cenno di seguirlo e insieme tornarono in testa alla colonna dove Aaron li aspettava.
     «Sembra passato un secolo mio signore, dico bene?»
     «Sì, Aaron, dici bene». Anche a lui sembrava quasi impossibile essere tornati. Eppure era passato solamente un giorno, ma quel posto infernale che era Elber se l’erano lasciato finalmente alle spalle.

Alle porte esterne della capitale, Magett diede l’ordine alle guardie di correre al castello per avvertire i guaritori dell’arrivo dei feriti. Poi si volse verso la sorella. «Bentornata a casa Mey» disse.

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E con questo “L’undicesimo re” va in vacanza. 🙂
I prossimi capitoli saranno pubblicati da gennaio/febbraio.

Se finora la storia vi è piaciuta (anche se credo sia stata abbastanza noiosa) 😀 lasciatemi un votino come regalo di Natale.

A presto con i racconti natalizi!

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-Irene sartori (Erin Wings K.)


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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