L’undicesimo Re – Capitolo 10 (prima parte)- Roan

Ciao a tutti! Eccomi qui, un pochino in ritardo XD, con la prima parte del decimo capitolo.

L'undicesimo Re jpg

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Avrei voluto pubblicare questo capitolo in quattro parti, perché fossero più brevi, ma siccome sono in ritardo mi trovo costretta a pubblicare in due parti, oggi e domani.
So che è abbastanza lunghetta, ma spero vi piacerà. 🙂 Buona lettura!

 

L’accampamento ferveva di agitazione per la partenza. Nessuno sembrava intenzionato a rimanere in quel luogo un altro istante, perciò tutti dai soldati ai guaritori si prodigavano per non allungare la loro sosta a Elber.
     Mey osservava gli uomini affannarsi a caricare i feriti sui carri; un armigero dalla faccia sconvolta contava il numero dei caduti segnandolo poi su una pergamena, un paio di giovani valletti sistemavano delle coperte sopra ai corpi, storcendo il naso per il cattivo odore che emanavano.
     Era una visione raccapricciante, ma anche colma di speranza e a tratti ironica. Mey osservò un religioso camminare qua e là vaneggiando tra sé parole incomprensibili. Vestiva con la tunica dei guaritori ma teneva le mani intrecciate sul ventre e il volto abbassato. Ogni tanto alzava lo sguardo verso il cielo visibile in brevi squarci e sollevava le braccia come a voler invocare gli déi. Era talmente falso da divertirla, nonostante in cuor suo provasse pena per quell’uomo divorato dalla fede in un modo tanto malsano da spingerlo a delirare piuttosto che aiutare il prossimo.
     Sembrava completamente estraneo a ciò che accadeva intorno a lui, non prestava la minima attenzione ai feriti che a pochi passi da lui faticavano a camminare, costretti ad arrancare per raggiungere i carri.
     Proprio vicino a dove il religioso continuava a blaterare la sua nenia, stava passando un giovane dall’aspetto gracile e malato, che barcollava appoggiato a un pezzo di legno troppo corto per essere chiamato bastone.
     Mey gli si avvicinò pensando di poterlo aiutare, ma prima che lo raggiungesse questi rovinò a terra proprio a pochissimi passi dall’uomo di fede. Quest’ultimo lanciò una maledizione invocando a gran voce gli déi. «Oh, santi padri del cielo! Cosa mi tocca vedere alla mia età? Un povero vecchio costretto a chinarsi per aiutare chi dovrebbe essere molto più in gamba e pronto a sostenere un buon religioso. Grandi déi del cielo…». Così dicendo fece un passo indietro e alzando le braccia ricominciò con la sua nenia.
     Mey avrebbe aiutato lei stessa il ferito, ma ignorò il suo istinto ricordando le regole a cui, come principessa, doveva attenersi in ogni occasione. Una reale non doveva per chinarsi per nessun motivo al cospetto di chi è minore del suo rango, a meno che non fosse una questione davvero importante, e che non fosse presente qualcuno che poteva farlo al posto suo. Così si rivolse al religioso. «Perdonate padre» disse per richiamare la sua attenzione, «vedo che non avete intenzione di aiutare questo giovane, mi sbaglio?» Indicò il ferito a terra, che tentava inutilmente di sollevarsi, ma il religioso non li degnava di uno sguardo.
     «Scusate, gentile maestro di fede, parlo con voi. Sono la vostra principessa, la sorella del re, gli déi non vi impongono forse di prestare ascolto ai miei ordini? E non è poi vostro dovere essere caritatevole con ogni buono e devoto figlio di Sarra?»
     A quelle parole l’uomo si volse  ricomponendosi. Abbassò le braccia e tornò a fissare il terreno in segno di riverenza. «Costui è un infedele, vostra Altezza, in caso contrario gli déi lo sosterrebbero». Fece una pausa per estrarre dalla manica della tunica un minuscolo libro dalla copertina marrone e consunta. «Egli non crollerebbe mai poiché i Signori che dominano il Cielo e la Terra sarebbero il suo bastone, così è scritto nel sacro testo che i nostri antichi adoravano».
     Mey inspirò a fondo il fastidio che le saliva in gola. Come poteva nominare uno dei testi sacri e non attenersi alla prima regola dei religiosi
     Inghiottì acido e rivolse un’occhiata impassibile a quell’uomo rivoltante: «Padre, ne convengo che gli déi abbiano la forza per fare ciò che dite, ma il povero soldato che giace ai nostri piedi non è un infedele, altrimenti non si sarebbe unito a una scorta reale ben sapendo che molti pericoli potevano attenderlo».
     Respinse con un cenno della mano lo sguardo di rimprovero che l’uomo osò rivolgerle, e ignorando lei stessa le regole si chinò per aiutare il giovane. Notò che era ferito a un braccio e aveva una benda insanguinata appena sopra al ginocchio destro.
     «Figliola, gli déi vedono il tuo gesto da eretica» disse il religioso guardandola con sdegno.
     «Anche la dea Temia vedrà, ne sono certa» ribatté Mey. La Signora della guarigione avrebbe certamente castigato quell’uomo vergognoso per il suo comportamento.
     «Attenta ai malvagi seduttori! I servi dei maligni sono in ogni luogo, specialmente in luoghi oscuri come questo».
     Mey non gli diedi ascolto. Come poteva considerare quel soldato un servo del male? Aveva combattuto per lei durante l’imboscata, era rimasto ferito per proteggerla, rischiando la vita per compiere il suo dovere. Non meritava di essere chiamato a quel modo. “Malvagio seduttore… come può questo giovane essere un malintenzionato?»
     Lo guardò rimettersi in piedi servendosi meno possibile del suo aiuto. Teneva lo sguardo basso in segno di rispetto. Era un bravo soldato.
     Il religioso invece continuava la sua nenia, con il libro tra le manie lo sguardo assorto. “Sono i loro i seduttori del male” si disse mentre accompagnava il giovane ferito verso l’unico carro dove c’era ancora del posto libero. Lì si guardò attorno. I feriti gemevano, nell’arcano silenzio che regnava a Elber si udivano i loro strazianti lamenti, i singhiozzi dei più giovani e i deliri dei morenti.
     “No” pensò la principessa. “Se davvero esistono dei demoni del male, di certo non albergano tra questi eroi”.

Fu distolta dai suoi pensieri dal soldato, che la ringraziò più volte per l’aiuto.
     Rimase con lui finché un guaritore arrivò a prendersene cura, poi si allontanò verso la sua puledra Isil, che era legata a un albero poco distante.
     Passando accanto al religioso gli rivolse un’occhiata di rimprovero, ma lui era talmente impegnato nelle sue assurde invocazioni che nemmeno si degnò di guardarla.
     «Che uomo orribile» disse rivolta a Isil, mentre le accarezzava la candida criniera. «Se i religiosi si comportano in questo modo, allora come può il mondo stare bene?»
     La cavalla sbuffò scuotendo il muso, come a volerle rispondere. Mey sorrise e la accarezzò di nuovo.
     In quel momento sentì i soldati agitarsi, rumore di sospiri e voci che esultavano tutt’intorno. Qualcuno pronunciò la parola “maestà”. Doveva essere tornato suo fratello.
     Si chiese dove fosse stato, certamente verso il villaggio ma ciò non bastava a soddisfare la sua curiosità. Magari avrebbe trovato il coraggio di chiederglielo.
     Voltandosi per vedere cosa stava realmente accadendo fu sorpresa di trovarselo davanti.
     «Mio signore» disse spaesata arretrando di un passo. Il re non si trovava così vicino ma non si era ancora abituata alla sua presenza, quindi preferì mettere ancora più distanza.   
     Lui parve accorgersene, ma non si fece indietro, continuando solamente a rispettare una giusta distanza. Mey si permise di fissarlo un istante. Aveva i capelli appiccicati alla fronte, lo sguardo stanco ma una luce di contentezza, o forse compiacimento, gli brillava negli occhi. Le sorrise: «Pronta per partire?»
     «Sì, certo».
     «Bene, perché anch’io sono impaziente di andarmene da qui. Non appena i soldati saranno pronti partiremo».
     Mey vide arrivare anche il cavaliere, ser Aaron, con il destriero nero e quello bianco del re. Notò che in braccio teneva qualcosa, ma non riuscì a distinguere che cosa fosse.
     «Quanto tempo sarà necessario per arrivare al castello?» chiese al re per spezzare la leggera tensione che cominciava a percepire.
     «Almeno tre o quattro ore per la capitale, considerando le condizioni del terreno e il fatto che i carri sicuramente ci rallenteranno. Poi un’altra ora per attraversare la capitale e giungere al castello».
     «Anche più di un’ora» intervenne ser Aaron.
     Mey vide suo fratello sollevare gli occhi al cielo: «Sì, come dice Aaron, anche più di un’ora».
     Si lasciò sfuggire un sorriso, ma poi portò l’attenzione sul cavaliere che era già accanto al re e gli aveva consegnato le redini del suo cavallo. La principessa soffermò lo sguardo sul fagotto che il cavaliere portava tra le braccia e solo allora comprese di cosa si trattava. «Quello è un bambino?»
     Suo fratello annuì; sembrava sorpreso che lei gli avesse rivolto quella domanda.
     «Chi è?»
     «Il figlio di una coppia elberiana» spiegò lui. «È molto malato, così mi sono offerto di portarlo con noi».
     «Davvero? Lo portiamo alla capitale?» chiese meravigliata da tanto altruismo.
     Lui sorrise: «Mi sembri sorpresa sorella, lo trovi così strano?»
     Mey non rispose, temendo di essere offensiva. Il re allora si rivolse a ser Aaron: «Va’ a portare il bambino ai guaritori e ordina che si prendano cura di lui per tutto il tragitto fino al castello. E assicurati che trovino una coperta, non voglio che prenda freddo».
     Il cavaliere annuì stringendosi al petto il bambino con fare protettivo. Tra le sue braccia sembrava così piccolo che Mey si intenerì a guardarlo.
     «Farò come tu dici mio signore» disse prima di allontanarsi verso i carri.
     Allora Mey prese il coraggio di avvicinarsi al re di un paio di passi. Non sapeva cosa dire così chiese: «Ha un nome quel bambino?»
     Suo fratello doveva essere distratto, perché la guardò con espressione interrogativa.
     «Ho chiesto se il bambino ha un nome».
     «Elian, si chiama Elian».
     «Ha un significato?» Mey ricordava di aver letto su un libro che tutti i nomi elberiani avevano un senso, di solito riguardante il carattere che i genitori volevano attribuire al figlio, oppure un augurio, o ancora un nome che fosse simbolo di pace, coraggio e forza.
     «Speranza, almeno così ha detto sua madre». Il re sorrise, ma qualcosa nel suo sguardo comunicava ben altra emozione. «Ora è tempo di andare, saranno pronti spero. Cavalcherai al mio fianco Mey?»
     La principessa sussultò sentendosi chiamare per nome, ma cercò di ricomporsi e annuì: «Sarà un piacere mio signore».
     «Il piacere sarà mio».
     Con delicatezza, senza sfiorarla più del necessario, il re l’aiutò a salire in sella a Isil. «Vi ringrazio».
     Lui rispose con un sorriso e un cenno del capo, quindi, accarezzando prima il muso del suo cavallo, montò a sua volta con estrema agilità.
     Mey lo guardò salire in sella, ammirando la sua grazia e permettendosi di fissare deliziata i suoi occhi blu notte seminascosti dai ciuffi dorati.
     «Mi segui sorella?» la invitò lui facendo un cenno verso la cavalla.
Mey si riscosse, e ancora intontita accennò un sorriso. Diede un buffetto a Isil, poi la spronò verso il destriero bianco del re.

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Fine prima parte!
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4 pensieri su “L’undicesimo Re – Capitolo 10 (prima parte)- Roan

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