L’undicesimo Re – Capitolo 9 (seconda parte) – Elian

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Il pianto del bambino interruppe i suoi pensieri. Era in braccio alla donna, un fagotto cullato da quelle braccia amorevoli e protettive.
     Trak si era allontanato, stava seduto su una delle sedie al tavolo e tracannava da un piccole otre, qualche goccia gli scendeva sulla barba in rivoli gialli.
     Magett distolse lo sguardo, disgustato. Si avvicinò a Séfina. «Posso vederlo?»
     Lei d’istinto si ritrasse, ma poi ci ripensò e annuì. Tese le braccia per mostragli il bambino. Già a una prima occhiata notò che era una creaturina fragile, non poteva avere più di qualche mese ma sembrava un neonato da quant’era piccolo. La testolina era poco più grande del suo pugno, il corpicino avvolto nelle coperte era uno scheletrino scarno, privo della morbida freschezza che Magett ricordava di aver visto nei bambini di tenera età. Si chiese se tutti i figli di poveri fossero così.
     Un moto di compassione gli strinse il cuore, sentì gli occhi annacquarsi. «È molto malato vero?»
     «Sì, ma è forte. Sanguina ogni notte da quando è nato, ma è ancora vivo come vedi». 
     Anche Aaron, accanto a lui, guardava il bimbo con occhi colmi di pietà. La forza di Séfina e la sua speranza lo riempirono di buone intenzioni, così chiese: «Posso fare qualcosa per lui?»
     La donna si illuminò: «Puoi risparmiargli orribili sofferenze, se vuoi. Il mio bambino ha bisogno di cure, io credo non sia destinato a morire perché altrimenti se ne sarebbe già andato».
     «Basterebbe un guaritore quindi». Magett scambiò uno sguardo con Aaron. avrebbe voluto consultarlo, ma non c’era tempo. Dovevano fare in fretta, ne avevano già perso troppo. «Ho una proposta» disse a Séfina. D’un tratto gli era tutto chiaro. Doveva aiutare quel bambino. 
     «Parla Krown» rispose dolcemente la donna. I suoi occhi erano quelli di una madre che non ha mai abbandonato la speranza di dare al figlio una vita normale.
     Si fece forza, colmo di quella speranza. «Non posso lasciare un guaritore qui, non potrei mai fidarmi e ce n’è bisogno per i miei feriti. Inoltre temo che in quest’ambiente freddo e sporco il bambino non potrebbe comunque guarire».
     La donna lo ascoltava, continuando a cullare il suo fagotto con un enorme dolcezza. 
     «Se voi» andò avanti rivolgendosi anche a Trak, «mi concedeste di portare con me il bambino, io potrei fare in modo che venga curato nel migliore dei modi. Sarà trattato come un principe, non gli mancheranno cibo, guaritori, coperte calde, il fuoco nel camino, vestiti puliti».
     Séfina scosse la testa: «Non posso accettare questo, sarebbe una richiesta troppo…»
     La interruppe: «Sono io che lo chiedo a te, per me non sarebbe un peso».
     Lei non ebbe modo di poter rispondere perché in quel momento il marito si alzò dalla sedia e gettò l’otre a terra, spandendo il resto della birra che conteneva.
     «Perché credi che noi ti daremo nostro figlio, Krown? Pensi forse che io sia stupido? Tu vuoi solo ingannarci, prendere il bambino per poi usarlo per i tuoi scopi. Dì la verità, intendi ricattarci vero?»
     «Ricattarvi per ottenere cosa? Perché dovrei? Io non sono come te, Trak. Le mie intenzioni sono pacifiche, quante volte dovrò ripeterlo ancora?»
     Séfina si intromise: «Ha ragione Trak. Nostro figlio sta male, quanto potrà resistere ancora in queste condizioni?»
     «È colpa sua e della sua gente se siamo ridotti così».
     «Sì, ma se ora rifiuteremo il suo aiuto toglieremo al nostro bambino la sua ultima possibilità» ribatté lei. «E poi la sua morte sarebbe solo colpa nostra. Non capisci?     Lui ci sta offrendo il suo aiuto ora! Sta a noi accettarlo, oppure condannare nostro figlio alla sofferenza e alla morte».
     Le sue parole sembrarono riscuotere l’elberiano, che apparve scosso profondamente da quella schiettezza che forse la donna non aveva mai osato nei suoi confronti.
     «Allora, accettate?» chiese Magett fissandolo. L’altro teneva la mascella serrata duramente, lo fissava con occhi colmi di rabbia, ma infine, con sua sorpresa, cedette e annuì. In fondo doveva volere bene al figlio, non poteva certo essere così crudele da condannarlo.
     «Bene» disse. «Potrei anche offrirvi di venire con lui, nonostante la tua ostilità. Potreste vivere con vostro figlio, vederlo crescere, se riuscirà a guarire, e…»
     «No» lo interruppe Séfina, «ti ringrazio ma questo non è possibile. Questo è il nostro villaggio, questo è il posto in cui dobbiamo stare».
     «Ne sei proprio sicura?»
     «Sì, mia moglie ha ragione» intervenne Trak. «Elber è la nostra casa, non possiamo lasciarla. Ma daremo una possibilità a nostro figlio, lui è ancora in tempo per andarsene».
     Il modo in cui lo disse fece pensare a Magett che quel villaggio non fosse altro che una prigione, ma tacque, e annuì mentre la donna si faceva avanti. «Prometti di prenderti cura di lui, non abbandonarlo mai».
     «Non lo farò, non è mia intenzione. Mi prenderò cura di lui. Hai, avete» si corresse rivolto a Trak, «la mia parola d’onore. Di Krown, di re, di nordico, ma soprattutto di persona».
     Chinò il capo rispettosamente, sigillando la sua promessa ponendo sopra al cuore quattro dita della mano destra. 
     L’elberiano grugnì, Séfina invece sorrise, gli occhi colmi di gratitudine. Allungò le braccia porgendogli il bambino, che aveva ripreso a piangere sommessamente. Magett fece un passo indietro capendo che lei voleva darglielo in braccio, non ricordava di aver mai preso un bambino, ma vedendo che Aaron lo incoraggiava sorridendo si fece avanti e lo prese delicatamente.
     Guardò il viso del bambino e un sentimento di tenerezza si insinuò nel suo cuore. Sorrise a quella creatura, pensando che un giorno anche lui avrebbe avuto un figlio suo.
     «Come si chiama?» chiese a Séfina.
     «Elian, il suo nome è élian, sacrificio». La donna sorrise, gli occhi lucidi comunicavano tutta la sua speranza, il suo dolore a lasciare il figlio, il vuoto di una perdita, ma anche un immensa gratitudine. Quella commozione fece scuotere la testa a Trak, che sollevò gli occhi e poi sputò a terra. Séfina invece mise entrambe le ginocchia a terra e chinò il capo.
     «Che cosa fai donna! Sei forse pazza?» tuonò il marito.
     Lei gli lanciò uno sguardo di fuoco: «No, affatto, non sono pazza. Mi inchinò dinanzi al mio re, Trak, e tu dovresti fare lo stesso». Ma l’uomo scosse la testa, era troppo orgoglioso per piegarsi a un simile gesto. Nel suo sguardo Magett vide solo rabbia e avvertimenti, come dal suo tono di voce quando infine disse: «Krown, se gli fai del male giuro che mi vendicherò. È mio figlio, ricordalo quando sarai nel tuo dorato castello».
     “È tutto fuorché dorato”, pensò Magett, ma si limitò ad annuire con un cenno del capo. Dopotutto aveva dato la sua parola.  

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