L’undicesimo Re – Capitolo 9 (prima parte) – Elian

Non è ancora mezzanotte, ma dettagli… XD Fingiamo che sia venerdì. Ssh, che resti tra noi però.

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«Mio signore, sei certo che sia una buona idea tornare in questo posto?»
     Il cavaliere smontò dal destriero con un incredibile agilità, considerata la sua mole, e gli rivolse uno sguardo contrariato da sotto le sopracciglia cespugliose.
     Magett lo seguì trattenendo un lamento. Portò una mano al braccio ferito concedendosi una smorfia. «No Aaron, per nulla, ma devo farlo».
     «Immagino non mi sia permesso conoscerne il motivo».
     «Lo saprai presto» tagliò corto lui. «Andiamo».
Lasciarono i cavalli liberi accanto agli alberi a brucare l’erba che cresceva tutt’attorno, mentre loro si avvicinarono alle capanne del villaggio. Erano avvolte dalla leggera foschia mattutina, il sole non le sfiorava nemmeno, se non per un pallido raggio che era riuscito a fare breccia tra le chiome, ma non raggiungeva quell’umida terra. Era come se il villaggio stesso si fosse isolato dal mondo esterno, anche dall’inizio della dolce stagione.
     Mentre si avvicinavano alla meta, Aaron cominciò a guardarsi attorno circospetto. Muoveva la testa a destra e a sinistra, continuamente, e si era appiccicato a lui come temesse che qualcuno uscisse da una di quelle catapecchie per rapirlo.
Tutto questo lo irritava, si sentiva trattato come un bambino indifeso. «Aaron, è tutto apposto, non serve che stai in allerta».
     «L’ultima volta che ho abbassato la guardia ti hanno quasi ucciso, o sbaglio? Non posso permetterlo di nuovo».
La sua risposta schietta, persino brusca, lo infastidì ancora di più, ma poi notò la dolce apprensione nello sguardo del cavaliere, e capì che per non alterare il precario equilibrio della loro amicizia doveva sforzarsi di lasciarlo fare. Dopotutto era il sogno di Aaron di diventare la sua guardia personale,  perciò era comprensibile che si comportasse a quel modo.
     Intanto era giunti alla casa di Trak, dove la nebbia appariva più fitta. Aaron si irrigidì, i muscoli tesi e la mascella contratta. «Perché siamo in questo posto?» chiese a denti stretti.
     Magett non rispose, gli intimò di tacere.
     «Mio signore» insistette l’altro, «questa è una follia. Hanno già rifiutato il nostro aiuto, noi…»
     «Questa volta non rifiuteranno» lo interruppe in tono secco. Si fece avanti e bussò alla porta senza esitare; non avrebbe temuto Trak, non dopo essere riuscito a sopportare tanto dolore. Sarebbe stato forte, avrebbe agito con coraggio.
     La porta si schiuse con un rumore secco di legno scheggiato, lasciando trapelare un fievole bagliore. Dall’interno proveniva il pianto di un bambino, troppo simile a un lamento di sofferenza. Magett provò dolore udendo la pena di quel piccolo, ricordava quando l’aveva visto in braccio alla madre avvolto di stracci insanguinati. 
     «Voi…» un suono rude e strascicato lo distolse dai suoi pensieri. Era talmente assorto da non riuscire più a vedere ciò che lo circondava. Sbatté le palpebre e mise a fuoco, vide Trak in piedi sulla soglia della casa, erano così vicini che poteva sentire il rumore pesante del suo respiro, ma non si sarebbe fatto indietro. 
     «Sì. Noi. Spero non ti dispiaccia» ribatté sprezzante.
     L’elberiano grugnì. Solo allora Magett soffermò lo sguardo sul suo volto. Non aveva considerato il suo aspetto la prima volta, impegnato com’era a fargli comprendere le sue intenzioni, mentre la seconda volta era troppo scombussolato a causa della ferita per osservarlo meglio.
     «Perché siete qui? Non vi è bastata la mia freccia, o ne volete un’altra?»
     Sorrise di scherno. «Pensavi di avermi ucciso, non è così? Non ti è bastato farti beffe di me, hai voluto dimostrare la tua abilità nel tiro con l’arco… e hai mancato il punto esatto».
     Trak assunse uno sguardo rabbioso, la bocca ridotta a una malvagia linea ritorta. Una pallide cicatrice la tagliava a metà di traverso, non si notava molto, infatti non l’aveva colpito sin da subito, ma ora che gli stava più addosso poteva vedere anche altri segni sul suo viso. In un lampo ricordò l’orribile cicatrice di Waral, il figlio del capo del villaggio, e una domanda prese forma nella sua mente. “Sembrano i segni di una battaglia, che abbiano combattuto a qualche guerra?” Non gli sembrava probabile, eppure cicatrici del genere dovevano di certo essere frutto di uno scontro. Liquidò quel quesito pensando a qualche lotta tra di loro nel villaggio, magari tra Waral e Trak dato che sembravano odiarsi, e riportò l’attenzione sull’elberiano. Fremeva di rabbia, ma non osava rispondere. Forse non sapeva neppure cosa dire. 
     «Perché sei di nuovo qui, Krown?» chiese infine sputando un grumo di saliva ai suoi piedi. «Non sei il benvenuto nella mia casa.» 
     Sorrise pensando alla notte scorsa. Se Trak avesse saputo che era stato a casa sua con la moglie e che lei stessa l’aveva curato… allora come avrebbe reagito?
     Notando il suo scherno l’uomo si innervosì ancora di più. «Cosa volete maledizione! Parlate, o giuro sulla Madre e sul mio dio di ucciderti subito con le mie mani dannato Krown!»
Quella minaccia scatenò la reazione del cavaliere, che imprecò alla volta di Trak. Sentì rumore d’acciaio in un sibilo furente, e anche senza vederlo immaginò che Aaron avesse estratto la sua spada. “Maledizione, Aaron, controllati!”
     Invece il cavaliere fece un passo avanti, sfidando l’elberiano, che era rosso in viso per la collera. «Come osi portare armi nella mia casa? Voi nordici non siete degni di calpestare un solo piede della terra di Elber, e vi permettete di sfoderare l’acciaio che il mio dio aveva forgiato per i suoi figli?»
     «Che sia dannato il tuo dio» imprecò Aaron, «che siate tutti maledetti creature del maligno! Come osi feccia di Elber, cosa credi di fare contro di me?»
     «Aaron! Basta così, ora fermati» lo fermò in tono autoritario. Non si volse, per non dare le spalle a Trak. 
     «Rinfodera la tua arma, nordico, qui non sei nel tuo regno».
     «Sbagli elberiano, questa foresta è nei territori dei Krown, perciò io…»
     «Tu niente, Aaron». Stavolta Magett si volse. Puntò lo sguardo nei suoi occhi profondi, colmi d’ira. «Non fare sciocchezze» sussurrò scuotendo appena la testa.
     «Mio signore…»
     «No. Lascia fare a me, Aaron».
     Il cavaliere serrò un attimo gli occhi, stava tentando di resistere alla furia che l’aveva afferrato. Poi rimise la spada al suo posto, ma continuò a fissare Trak con un espressione di puro disprezzo.
     «Allora, cosa ci fate qui, dannazione!»
     «Volevo chiederti di poter entrare».
     «Per quale motivo?» Nelle sue iridi di ghiaccio era disegnata un’ombra fitta di diffidenza. “Codardo”. 
     «Se non parli dovrai andartene. Non farò entrare in casa mia due dannati Krown».
     «Io non sono un Krown» ribatté Aaron.
     Magett sorrise: «Lui non è un Krown».
     L’elberiano pestò un piede, furente di rabbia, infastidito dalla loro insistenza. Stava per sputare di nuovo contro di loro il suo disprezzo quando la figura minuta di Séfina apparve dietro di lui. «Re del nord» lo salutò con un accenno di sorriso. 
     «Dama Séfina» rispose educato Magett. Per quanto poco sapesse sulle tradizioni di Elber, conosceva comunque qualcosa sulle loro abitudini. Ogni donna un minimo rilevante aveva diritto all’appellativo di “dama” e lui fu onorato di riservarle quel riguardo. Nonostante i sentimenti d’odio che ancora notava in lei, quella donna gli aveva salvato la vita. Come minimo doveva mostrargli rispetto. Forse in quel modo si sarebbe conquistato la sua fiducia.
     Trak apparve turbato dal tono gentile della moglie. La guardò con occhi raggelanti, ma lei non si lasciò intimorire. «Marito, hai ragione a non volere i nordici dentro casa nostra, ma se lo chiedono con questa urgenza ci sarà un motivo valido non credi?»
     «Perché allora non lo dicono questo motivo?»
     «Perché in ogni caso non farebbe differenza» si intromise Magett.
     «Significa che non è così importante».
     «Questo lo dici tu».
     «Dammi una ragione per farti entrare».
     «Non ne ho intenzione». Era stanco di quell’alterco infinito. La ferita ricominciava a fare male e ormai era giorno da un pezzo. Dovevano ripartire. «Prova a fermarmi se vuoi. Vediamo se ne hai il coraggio» lo sfidò. Sapeva che Aaron non gli avrebbe permesso di toccarlo. Si sentì un codardo, ma dentro di sé qualcosa gli diceva che era più importante entrare in quella casa che badare all’onore. Non era il momento di orgoglio e simili arroganti sentimenti. 
     Si fece avanti di un passo, Trak si frappose fra lui e la porta. Allora Magett avanzò ancora, fino a toccare l’elberiano con il corpo. L’altro era un po’ più basso, ma si guardavano come fossero pari in altezza perché Trak si ergeva orgoglioso in difesa della sua casa e così appariva elevato rispetto alla sua vera statura.
     «Fammi passare».
     «Mai».
     «Non te lo ripeterò ancora. Lasciami entrare».
     Trak si piantò davanti alla porta, spingendolo fuori. Magett barcollò e finì addosso ad Aaron, che grugnì rivolto all’elberiano e imprecò di rabbia.
     Non volle arrendersi. Riprese l’equilibrio e andò avanti, ignorò il dolore sempre più insistente alla spalla. Doveva superare anche questa sfida; per mostrarsi un vero re doveva essere in grado di affrontare tutto, anche le semplici liti tra nemici ma senza arrivare alle armi.
     Séfina lo guardava intensamente. Sembrava incoraggiarlo, anche se non lo poteva dire con certezza. Un altro passo avanti. Di nuovo molto vicino a Trak, si fece largo dandogli una spallata. L’altro, preso alla sprovvista, barcollò, e lui si intrufolò dentro la casa. Séfina si fece da parte per lasciarlo passare. 
     «Donna, cosa diamine fai, maledizione!» sbottò Trak saltando addosso a Magett. Aaron in un istante gli puntò la spada contro la gola, minacciando di affondare il colpo.
     «Dannazione!» imprecò l’elberiano. «Dannato codardo di un Krown! Sempre a nascondersi dietro il suo cavaliere».
     Lui sorrise: «Dì quello che vuoi Trak, però ho vinto io». Fece cenno ad Aaron di abbassare l’arma, lui obbedì ridendo sprezzante. L’altro si allontanò di qualche passo, togliendogli le mani di dosso. Magett scrollò piano le spalle, come per togliersi il suo odore dagli abiti. 
     Si guardò intorno. La casa gli appariva più tetra della notte passata. Il tavolo era cosparso di un liquido scuro, vino, per terra erano visibili delle macchie di sangue. L’odore di marcio che insozzava l’aria gli fece assumere una faccia disgustata, lo sentì nelle sue stesse labbra. Si sforzò di tornare a un espressione seria, non era lì per disprezzare quel posto, invece si trovava in quella casa per offrire il suo aiuto un’ultima volta. Era questo il prezzo da pagare, ormai ne era certo. Solo non sapeva come doveva fare. Séfina aveva detto che l’avrebbe saputo invece non avvertiva nulla, cominciava a credere che fosse tutta una sciocchezza e lui era solo uno sciocco a crederci.

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Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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17 pensieri su “L’undicesimo Re – Capitolo 9 (prima parte) – Elian

  1. Bravissima Irene, BRAVISSIMA, come sempre. Mi raccomando però…il primo pensiero e il primo impegno per curare la cervivalgia adesso… Tutto questo splendido lavoro ha bisogno della sua autrice in gran forma. E tutti noi lettori abbiamo bisogno della nostra giovane scrittrice emergente preferita in forma.
    Son sempre qui, ti abbraccio forte.
    Pamela

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        1. Queste cose sono lunghe tesoro, e il problema è notevole a quanto leggo, non è una cosa grave eh, ma dolorosissima e,sí, lunga da curare. Ma si cura. Per ora non vedi risultati, lo so, normale, funziona così. Ma i risultati col tempo arrivano eccome. Solo pazienza e NON scoraggiarsi. Adesso pensa solo a prenderti cura di te Irene, solo questo, è il punto di partenza imprescindibile per TUTTO. Andrà tutto bene. ❤️

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