L’undicesimo Re – Capitolo 8 (seconda parte) – Il veleno

Ecco la seconda parte dell’ottavo capitolo!

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Mey si alzò poco prima dell’alba. Non aveva dormito molto quella notte, tra i lamenti dei feriti e l’angoscia che provava. Il sole era alto nel cielo quando aveva udito i primi movimenti dall’esterno, segno che finalmente i soldati del re si stavano preparando.
     Corse verso la porta, ansiosa di vedere la luce del sole tra i preparativi per la partenza. Presto sarebbe stata in sella alla sua Isil e sarebbe potuta arrivare al castello che in quei giorni aveva tanto sognato.
     Non fece in tempo a uscire, però, perché la porta si aprì rivelando la presenza del re. Aveva un aspetto migliore della sera prima. I capelli erano spettinati e appiccicati, forse dal sudore o dall’umidità, ma i suoi occhi brillavano di vita e il suo volto aveva ripreso colore.
     Fu lui a prendere la parola per primo, in tono sorpreso: «Sorella, non credevo di trovarti qui, pensavo fossi con sir Rudolf».
     «Perché, dove si trova sir Rudolf?» chiese Mey parlando con naturalezza. Si stupì di riuscire a farlo, una parte di sé quasi se ne compiacque.
     «Nella prima capanna, probabilmente, perché nell’altra non c’è e nemmeno qui a quanto pare».
     «No, infatti, qui ci sono solo io» confermo prontamente. Poi però si rese conto di aver detto una sciocchezza. «E i guaritori… e anche i feriti». Abbassò la testa vergognandosi, si era persino dimenticata di salutare secondo la dovuta grazia, si era rivolta al re come fosse sua pari, ma lui non sembrava curarsene. Si guardava attorno con aria triste, la porta era ancora aperta dietro di lui e il vent ne entrava muovendo dolcemente i suoi capelli, facendoli turbinare attorno al viso.     Mey rimase incantata da quella vista, sembrava uno di quei dipinti che aveva ammirato nei corridoi della casa dei Ruyn.
     Si sentì turbata quando lui si spostò dall porta  passò oltre, andando vers i guaritori, che si stavano prodigando nel rimettere in sesto i feriti meno gravi perché potessero camminare. Avevano continuato a cambiare bende anche durante la notte, Mey li aveva sentiti camminare avanti e indietro senza sosta.
     Il re si rivolse a loro: «Miei bravi guaritori, quanti sono i feriti?»
     «Molti mio signore» rispose uno. «Solo una decina sono forse in grado di camminare, appena una ventina potranno reggersi in sella. Comunque la situazione è peggiore nell’altra capanna, dove il bravo cavaliere aiuta i nostri compagni guaritori con i feriti più gravi. E sono molti».
     «Una brutta situazione» commentò il re. «Cercate di fare tutto il possibile, tra non molto dovremo partire».
     «Sì vostra maestà». I guaritori si inchinarono con deferenza, mentre suo fratello tornava indietro verso di lei.
«Ora andrò a vedere come se la cava sir Rudolf, così potrò vedere anche gli altri feriti. Vieni con me sorella?»
Mey annuì. Uscirono insieme e vennero investiti dal sole freddo di Elber, in parte oscurato dalle fitte chiome degli alberi.
     Si diressero dall’altra parte, verso sinistra, mentre tutto attorno di udiva il mormorio dei soldati unito al canto degli uccelli, un suono allegro che le fece spuntare un sorriso.
     Si avvicinarono alla capana in silenzio. Lui aprì subito la porta, svelando l’interno. Mey, spaventata dalla morte che regnava in quel luogo, si era vista costretta a darsi da fare con gli altri feriti meno gravi, perciò non aveva potuto vedere bene quella capanna.
     Era un ambiente povero, un luogo piccolo, anche se più grande di  dove si trovavano prima e c’erano ben tre finestrelle ma nessun camino. Quando furono entrati, avvertì l’odore acre e forte del sangue penetrarle le narici e diffondersi dentro di lei come una malattia. Vide il re storcere il naso, ma non si coprì con una mano come stava facendo sir Rudolf, invece rimase dritto e si guardò intorno.
     Mey gli indicò il cavaliere. Se ne stava chino su di un ferito, aveva una mano munita di fazzoletto a coprirgli la bocca e il naso e si dava da fare con una mano sola con bende e tutto il resto. Ma in quel modo era impacciato e non stava combinando molto, se non qualche gemito strappato a quel povero infotunato.
     Suo fratello lo guardò con rabbia, poi avanzò verso di lui. Mey lo seguì. I giacigli dov’erano stesi i feriti erano disposti uno accanto all’altro, quasi non si riusciva a passare in mezzo da quant’erano vicini.
     «Sir Rudolf».
     Il cavaliere alzò lo sguardo e vedendo il re si sbrigò a togliere subito il fazzoletto dalla bocca. «Maestà, che cosa ci fate qui? È pericoloso sapete? Questi morenti sono…»
     «Miei sudditi» lo interruppe bruscamente. «E non sta a voi decidere dove devo essere».
     «Ma io volevo solo…»
     «Taci sir Rudolf, devi prepararti alla partenza. Si fa già tardi, è passata l’alba ormai».
     «Va bene maestà». Il cavaliere chinò la testa e non disse altro.
Intanto Mey seguiva suo fratello, che stava girando tra i feriti osservandoli con sguardo triste. Più di una volta si chinò a carezzare la fronte di uno, a stringere la mano di un altro, a sussurrare parole dolci e incoraggianti.
     Si sentì piena di orgoglio. Come aveva potuto temere quel sovrano che si mostrava così buono e compassionevole? Non era da temere, quanto da rispettare e ammirare profondamente.
     D’un tratto una voce attirò l’attenzione di entrambi. Non si capiva cosa dicesse, era poco più che un suono rauco. Qualche colpo di tosse, poi si poterono distinguere le parole: «Mio signore… siete voi?»
     Mey si volse verso la voce, intuì che apparteneva a un ferito che cercava di alzarsi e tendeva le braccia verso il re. Lui se ne accorse e si avvicinò, nei suoi occhi si leggevano curiosità e un leggero senso di smarrimento. Si conoscevano? Mey ricordava di aver parlato con quel giovane il giorno prima, gli aveva anche bendato le ferite. Aveva una gamba messa male, anche se fosse guarito l’avrebbe sicuramente persa, ma una brutta lacerazione all’addome gli lasciava poche speranze di guarigione. Ricordò che sir Rudolf avrebbe voluto in un primo momento procedere con un’amputazione della gamba, per tentare di salvarlo, ma il soldato aveva affermato di preferire la morte alla perdita dell’arto. Piena di ammirazione aveva però provato a convincerlo ma senza alcun risultato, così si era limitata a tenergli compagnia per qualche istante fino a che si era addormentato.
     Si avvicinò anche lei, notando che suo fratello sembrava avesse davvero riconosciuto il giovane.
     «Sì soldato, sono il re» disse chinandosi accanto a lui. «Qual è il tuo nome?»
     Il giovane provò a parlare, ma un accesso di tosse lo colse d’improvviso e dovette tacere. Sembrava sfinito, chiuse gli occhi per qualche attimo poi li riaprì e un lampo illuminò le iridi opache. Non provò a parlare, ma tirò fuori da sotto la coperta che lo avvolgeva un involucro di stoffa. Era blu scuro, macchiato e sbiadito dalla polvere e dal tempo. Lo porse al re. Lui lo afferrò e dispiegò il pezzo di stoffa scrollandolo, assumendo uno sguardo incuriosito, la fronte aggrottata per lo stupore. Quel semplice ritaglio di tessuto mostrava un disegno semplice che Mey riconobbe subito.
     «Lo stemma della mia casata…» affermò suo fratello mentre i suoi occhi andavano dalla stoffa al soldato, mentre una misteriosa consapevolezza prendeva il posto dello stupore. «Quindi tu sei davvero…».
     Il soldato annuì debolmente, ma un sorriso gli affiorava sulle labbra. Il re posò la stoffa e gli strinse entrambe le mani con forza, sorridendo. «Non credevo ti avrei più rivisto, caro amico. Sarebbe una vera gioia… Ma vedo che non sei in una bella situazione». Gettò un rapido sguardo alla gamba fasciata che fuoriusciva dalla coperta e i suoi occhi si riempirono di apprensione. «I guaritori si sono presi cura di te vero?»
     Il giovane annuì di nuovo, poi volse la testa verso di lei. Il re comprese subito: «Sorella? Anche te ti sei occupata di lui?»
     «Sì mio signore. Ho bendato le sue ferite, e ho controllato la febbre».
A quell’ultima parola suo fratello assunse un’aria quasi spaventata. «Febbre?» Guardò il soldato, a cui continuava a stringere le mani, come temendo di separarsi da lui, poi tornò a rivolgersi a lei. Aprì la bocca, ma non disse nulla e invece chinò la testa sconsolato. La febbre non era mai un buon auspicio.
     Poi però sembrò ridestarsi dalla sua apprensione, e tornò a sorridere al soldato: «Non temere amico mio, ti cureremo. Tra non molto si partirà per la capitale, arriveremo entro il mattino e poi i guaritori si prenderanno cura di te. Sono in molti al castello, sicuramente sapranno guarire le tue ferite».
     Nel suo tono c’erano speranza e un sincero affetto. Mey si chiese chi davvero fosse quel soldato e perché suo fratello sembrasse adorarlo tanto.
     Il giovane però non sembrò credere molto alle sue parole, dal suo sguardo triste era chiaro che non nutriva le stesse speranze del suo re. Sussurrò qualcosa, che Mey non riuscì a sentire.
     L’altro scosse la testa: «Non ti abbandonerò, mai. E tu resterai vivo. Ora devo andare dai miei uomini a vedere come procedono i preparativi per la partenza, poi tornerò da te. Ci rivedremo presto, non preoccuparti». Il suo tono di voce era così dolce, quasi commosso, che Mey sentì le lacrime pungerle gli occhi. Quel soldato doveva essere davvero molto importante per suo fratello perché fosse spinto a tanta dolcezza.
     Lui raccolse la stoffa blu e gliela avvolse in una mano, poi la strinse. Gli disse qualcosa, Mey distinse solo la parola coraggio perché si era allontanata di qualche passo rendendosi conto che quella scena aveva molto di intimo. Era palese che i due si conoscessero abbastanza bene, il re sembrava provare sentimenti diversi e contrastanti. Era curiosa, ma si ripromise di non fargli domande per non sembrargli indiscreta. Se avesse voluto gliene avrebbe parlato lui.

Si allontanarono insieme dalla capanna per poi separarsi subito dopo. Mey andò ad aiutare i soldati e i guaritori che stavano sistemando i feriti sui carri, il re invece, dopo averle detto che si sarebbero rivisti nell’ora della partenza, si diresse verso sir Aaron, ormai ricordava il suo nome.
Vide i due prendere i cavalli, montare in sella e allontanarsi. Per un momento aveva temuto che se ne stessero andando lasciandola lì, ma subito dopo si rimproverò del suo pensiero e si convinse che probabilmente c’era qualcosa di importante che dovevano fare. 
Immaginò che riguardasse gli abitanti di Elber. Un’altra curiosità che avrebbe dovuto tenere per sé.

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