L’undicesimo Re – Capitolo 8 (prima parte) Il veleno

Eccoci con l’appuntamento settimanale dell’undicesimo re!

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No cari lettori, non vi ho presi in giro, sto ancora male purtroppo, ma il capitolo ce l’avevo già pronto perciò non aveva un gran senso non pubblicarlo. Certo è un po’ scomodo da cellulare…
Potrebbero esserci più refusi del solito, vi invito se potere a segnalarmeli, mi fareste un gran favore.
Un abbraccio e buona lettura.
Vi ricordo che dopo pubblicheró anche la seconda parte del capitolo, dato che è pronta 😉

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I fuochi ormai erano in parte spenti. Tutt’intorno a lui gli uomini dormivano e russavano, solo alcuni erano svegli a fare la guardia o a bere birra per scaldarsi. Anche Aaron dormiva, non molto distante da lui vicino a Barhan. Questi russava sonoramente, non sembrava sentire il freddo né tantomeno la posizione scomoda pareva disturbare il suo sonno. Quanto era folle quell’uomo… e ancora di più burbero e scontroso. Eppure era anche uno dei migliori guerrieri della capitale; un vero uomo del nord.
     Tutti in realtà sembravano dormire tranquilli, nonostante il freddo e le scomodità; probabilmente ne era più abituati di lui, che dopo aver riposato distrutto dal dolore e dalla stanchezza, non riusciva a riprendere sonno senza essere colto da un violento spasmo ai muscoli o una fitta acuta alla ferita.
     Tentò di concentrarsi sulla stanchezza che sembrava averlo condotto in un punto di stallo, dove lui si sentiva sfinito ma il sonno non poteva coglierlo. Sperava che pensando alla spossatezza che gli invadeva le membra, il dio dei sogni avrebbe infine dovuto cedere, e concedergli qualche ora di riposo prima dell’alba. Invece nulla funzionava, e il dolore stava aumentando.
     Si tirò su a sedere faticosamente, facendo leva sulle braccia stanche e doloranti; la ferita gli mandò una fitta lancinante, che gli fece scivolare una lacrima bruciante. Represse qualche colpo di tosse, soffocandolo su un fazzoletto. Si soffermò a fissare la stoffa bianca dove piccole macchie color rubino rovinavano il pulito candore.
     La ferita pulsava di dolore, ma provò a non pensarci stringendosi nei mantelli per scacciare il freddo. Si accorse anche che Aaron gli aveva ridato il suo mantello; non se n’era nemmeno accorto.
     Si sentiva male, più tossiva e maggiori erano i dolori che avvertiva al petto, e si irradiavano alle braccia, le spalle, la pancia.
     Volse i suoi pensieri al suo castello, alle sue stanze, al calore del fuoco nel camino, al suo letto morbido, ma il suo tentativo di distrarsi dal dolore non funzionò, perché una fitta terribile lo costrinse a mordersi il labbro per non urlare, cosicché quei dolci pensieri si dissiparono nella sofferenza.
     Si sentiva bollente, la sua fronte scottava; sentiva il sudore colargli lungo la schiena e la ferita pulsare di sofferenza nonostante le cure di Aaron. Cosa gli stava accadendo?
     Aveva paura, anche se tentava di calmarsi dicendosi che andava tutto bene, dentro di sé sentiva che non era così. Non andava affatto bene; stava troppo male. Cominciava a chiedersi se quella donna, Séfina, non avesse ragione sulla ferita.
     “Se davvero la freccia di Tràk fosse avvelenata?” Avvertì il terrore insinuarsi nel suo cuore, afferrargli le viscere e torcerle fino a strappargli un gemito di orrore. Magett non voleva morire, non prima di aver compiuto i suoi doveri nei confronti della famiglia e del regno. Prese forma quindi nella sua mente una soluzione che in un primo momento trovò assurdo, poi con il trascorrere di quei momenti di dolore e paura, cominciò sul serio a prendere in considerazione. Doveva andare da lei, era l’unica cosa che poteva fare. Dentro di sé non riusciva ad ammetterlo, ma in realtà intuiva che era l’unica soluzione possibile se voleva ottenere almeno delle risposte.
     Fece fatica ad alzarsi, la testa vorticava e le sue gambe tremavano nello sforzo di mantenerlo in piedi dopo quella giornata stancante. Tuttavia Magett non poteva permettersi di crollare, non in quel momento, doveva essere forte per poter raggiungere il suo obiettivo.
     Lasciò a terra il suo mantello e tenne quello di Aaron; gli infondeva una forte sicurezza e con ardente calore gli instillava coraggio e determinazione. Si assicurò di avere il suo pugnale ma non prese la spada; non voleva sembrare una minaccia e in ogni caso in quelle condizioni non sarebbe stato nemmeno in grado di reggere il peso dell’acciaio, figurarsi di sostenere uno scontro. Sperava in realtà di incontrare solo Séfina, che bene o male gli sembrava innocua, e di riuscire a convincerla chiedendo scusa per il suo comportamento di poco prima.
     Barcollando si allontanò cercando di non produrre rumori che avrebbero potuto destare i suoi soldati; come avrebbe potuto spiegare ciò che stava per fare? Forse solo Aaron avrebbe potuto capire, e anche su di lui nutriva qualche dubbio sul fatto che potesse davvero comprende quell’azione disperata di implorare l’aiuto di un’affermata nemica.
     Eppure Séfina gli aveva offerto il suo aiuto quella sera, sempre se era veramente un aiuto e non un inganno, perciò perché non provare a fidarsi di lei pur di avere un opportunità di salvezza?
     Magett rifletteva su questi pensieri mentre si trascinava verso il villaggio poco distante, che in quel momento gli pareva lontano quanto la sua capitale. Si sentiva triste, e aveva paura di morire, ma proprio l’istinto di sopravvivenza lo spingeva a compiere un altro passo verso un’ipotetica salvezza che avrebbe visto solo avendo la forza di affrontare quel doloroso cammino.
     La ferita doleva a tal punto che sarebbe volentieri in ginocchio e si sarebbe rannicchiato lasciando scorrere le lacrime, ma non era più un bambino, era un uomo da anni ormai, ed era un re, non si sarebbe lasciato abbattere da una difficoltà che poteva ancora essere superata.
     Un passo, un altro passo, Magett andava avanti nonostante i denti che battevano per il freddo e la fronte che bruciava di febbre. Teneva il cappuccio a coprirgli la testa, per ripararsi dal vento gelido che ancora dopo un’intera giornata soffiava forte da nord come un mostro assetato di vittime.
     Sollevò lo sguardo quando fu certo di essere arrivato. Davanti a lui la casa dell’uomo che gli aveva inflitto quella ferita sembrava nera nell’oscurità della notte. I suoi occhi si erano abituati al buio ma non vedeva molto; non aveva rischiato di farsi troppo notare portando una torcia con sé; non conosceva le abitudini di quella gente, a che ora si ritiravano per dormire? fece il giro della casa, cercò di vedere se c’era una porta sul retro e la trovò. Non sapeva se era la cosa migliore bussare, temeva di trovarsi davanti Tràk, ma spinto dal dolore lancinante infine si arrischiò a dare due timidi colpetti sul legno.
     Chiuse gli occhi tentando di domare quelle fitte laceranti al braccio che si irradiavano fin sopra alla spalla, e quando li aprì si trovò davanti Séfina. Fu sollevato che ad aprire fosse stata lei, ma il timore che l’altro apparisse comunque dietro la moglie gli afferrò lo stomaco. Stava per crollare in ginocchio quando la donna si mosse in avanti, lo prese per un braccio e lo trascinò dentro richiudendo la porta dietro di loro.
     «Non sembri sorpresa» mormorò tossicchiando mentre tentava di riprendersi invano.
     «Sapevo che saresti venuto, Krown, non te l’avevo forse detto?»
Senza badare alla sua risposta cadde sfinito sulle ginocchia, che però cedettero sotto il peso della sofferenza.
     «Anche questo ti avevo detto, no? Ora mi credi re del nord, adesso che sei vinto dal dolore?».
Séfina lo fissava con occhi neri come la pece, duri e penetranti, ma le sue labbra sorridevano di scherno. «Io ti avevo avvertito. Ora morirai».
     «No… tu mi aiuterai» disse con un filo di voce. Intanto pensava a come poterla convincere.
     «Perché dovrei?»
     «Avevi detto che l’avresti fatto. Le tue parole… Se cambierete idea saprete dove trovarmi. Mentivi?»
     «No, non mentivo, ma non mi va più di aiutarti». Gli volse le spalle, andò ad accendere una candela ma non si avvicinò a lui. Si sedette su una sedia, posando quella flebile luce sul tavolo. «Quando la cera sarà consumata del tutto allora ti aiuterò. A meno che tu non mi convinca a curarti prima, però temo non sarà così facile».
     Magett strinse i pugni per la rabbia, tentò di sollevarsi ma la testa vorticava e il braccio faceva troppo male. «Ti prego aiutami, sono pronto a pagare qualsiasi prezzo».
     «Non ho bisogno del tuo denaro».
     «Certo, come no». Ebbe la forza di guardarsi intorno nonostante il dolore; alla luce debole della candela i suoi occhi videro una stanza circolare, un pavimento di legno e fango, pareti scurite dal fumo, niente camino. «Un ambiente gradevole dove vivere».
     «Taci! Non sta a te affermare questo». Séfina si alzò di scatto, facendo traballare il tavolo e rovesciando quasi la candela.
     «Cosa vuoi che faccia, se non ti interessa il denaro?»
     «Tu saprai cosa fare, non devo dirtelo io. Devi solo promettermi di farlo quando sarà il momento».
     «Tutto qui?» Magett fece forza con le braccia, ignorando il dolore terribile, e si sollevò sulle ginocchia, ma ricadde subito stremato dalla fatica. Lei si avvicinò con passo silenzioso, gli sollevò il mento per guardarlo in viso. «Voglio la tua parola, non importa quanto possa sembrare insignificante alle tue orecchie ignoranti».
     «Hai la mia parola» sospirò Magett ignorando l’ennesima offesa alla sua persona. «Ma vorrei qualche dettaglio. Cosa dovrò fare?»
     Non udì mai la risposta. In quel momento un dolore più forte degli altri lo gettò in una sofferenza atroce. Gli sembrò di urlare, ma qualcuno o qualcosa gli tappava la bocca. Il dolore continuava, acuto, feroce, gli dilaniava le carni, dentro di sé pensò che fosse la fine. Stava morendo. Eppure aveva promesso, le aveva dato la sua parola. Forse era troppo tardi?
     Si spense l’ultima luce nella sua mente, il dolore raggiunse l’apice, poi tutto divenne oscurità e gelo.

* * *

Quando aprì gli occhi il dolore era svanito solo in parte. Un forte male alla testa e un pulsare doloroso al braccio sinistro erano rimasti, insieme a una sensazione di paura che gli provocò un’intensa vergogna.
     Si sollevò a fatica. Era ancora nella casa di Séfina e un improvviso timore lo afferrò trasmettendogli una terribile angoscia. E se fosse rimasto lì per troppo tempo? Si erano accorti della sua presenza mancante? Che cosa potevano pensare, che era fuggito? Oppure che l’avevano rapito gli abitanti di Elber?
     «Finalmente sei sveglio». La voce di Séfina lo distolse dai suoi angosciosi pensieri. «Come stai?» Perché si permetteva di dargli del tu? Pensandoci anche prima l’aveva fatto, era forse una mancanza di rispetto? In fondo non poteva esserne così sorpreso.
     «Come vuoi che stia? Mi hai quasi ucciso».
     «Io?» La donna d’improvviso si lasciò andare a una risata. «Questa è bella sai? Io ti avrei ucciso…».
     «Quindi cos’hai fatto?».
     «Ti ho salvato, è ovvio».
     «Perché quel dolore allora? Credevo di morire…».
     «Credimi, la morte è ben peggiore».
     “E questo come lo sa?” «Era quello il prezzo?»
     «Suppongo di no se lo stai chiedendo a me».
     Non capiva. Perché si era sentito così male? Era strano… aveva sentito come se una forza oscura gli stesse infliggendo sofferenze terribili. Forse era la morte che stava per prenderlo, e dopo che aveva perso i sensi lei lo aveva curato. Sì, doveva essere andata così. «Come hai fatto a curarmi se davvero stavo morendo?»
     La donna sorrise: «Davvero lo vuoi sapere?».
     Magett scosse la testa. Aveva ben altro a cui pensare. Per prima cosa doveva alzarsi, poi sbrigarsi a tornare dagli altri. A quel pensiero una domanda lo folgorò nuovamente. Si rivolse a Séfina con urgenza: «Quando tempo è passato da quando sono svenuto?»
     «Non preoccuparti, è ancora notte se è questo che vuoi sapere».
    “Bene, almeno questo sembra a posto. Sono ancora in tempo per non farmi scoprire”. Non voleva che nessuno sapesse quello che era accaduto, specialmente Aaron. Si sarebbe preoccupato troppo e avrebbe fatto molte domande a cui non sapeva rispondere.
     Si alzò tremando tutto, ignorando il dolore che si ostinava a rimanere e a torturarlo. Fece per andarsene, ma Séfina lo fermò.
     «Aspetta, Krown, dimentichi qualcosa».
Magett si volse, incuriosito. La donna teneva in mano un piccolo contenitore, al suo interno si vedeva un liquido scuro.     «Bevine un sorso ogni tanto. Calmerà il dolore, e impedirà al veleno di tornare».
     «Tornare?»
     «Tu fai come ti ho detto, starai meglio».
     Si avvicinò, scacciando quell’astiosa diffidenza che lo aveva stretto nella sua morsa. Afferrò quell’oggetto che lei gli porgeva. «Ti ringrazio, per questo e per avermi aiutato. Non lo dimenticherò». Un po’ di riconoscenza in fondo gliel’ha doveva.
      «Forse non mi sono pentita di averlo fatto allora. Tu però non scordare la tua promessa».
     “Il prezzo”. «Ho dato la mia parola».
     «La parola di un Krown per noi non vale nulla».
     «Eppure tu me l’hai chiesta».
     Un sorriso increspò le labbra di Séfina. Non rispose, e Magett non disse altro. Spinse la porta, che era semiaperta, e uscì nel freddo della notte.

* * *

La luce del sole penetrò nel buio destandolo dal sonno. Qualcuno lo stava scuotendo delicatamente, una voce diceva qualcosa che non riusciva a percepire perché era ancora troppo intorpidito dal sonno. Aprì gli occhi. Il volto squadrato di Aaron si fece indietro per lasciargli spazio. «Buongiorno mio signore». Sorrideva, per quale motivo? Era successo qualcosa di buono?
     «Aaron, perché diamine sorridi così?» chiese mentre cercava di alzarsi. Aveva i muscoli doloranti, non ricordava di essere tornato all’accampamento e meno ancora di essersi addormentato, ma aveva come la sensazione che non fosse trascorso molto tempo da quando aveva abbandonato la casa di Séfina. Ricordava perfettamente cos’era accaduto. Il dolore, il buio, il suo risveglio, la cura che gli aveva dato la donna. “La cura”. Si guardò intorno spaesato, ignorando Aaron che forse gli aveva risposto. Frugò nel mantello, per fortuna le sue dita incontrarono ciò che cercava, ma non doveva farsi vedere da Aaron mentre beveva quella roba, si sarebbe posto mille domande.
     «Mi stai ascoltando mio signore?»
     «Cosa?»
     «Niente». Il cavaliere lo fissava torvo. «Dicevo solo che sorrido perché sono felice che tu sia vivo».
     «Ah, non avevo sentito, ero distratto, grazie Aaron».
Alla fine riuscì ad alzarsi con il suo aiuto. Si sentiva debole e impacciato, sensazioni che lo facevano vergognare e lo irritavano, ma almeno era vivo. Il ricordo di quella notte pulsava nella sua mente, il dolore era stato terribile. Tastandosi la ferita invece si rese conto che stava abbastanza bene, doleva ancora ma era un fastidio sopportabile.
     Fece colazione con Aaron, mentre gli uomini nel frattempo cominciavano già a spegnere i fuochi e a organizzarsi per la partenza da Elber. Si accorse di avere una fame tremenda, mangiò come non gli accadeva da molto tempo, per la gioia di Aaron che lo guardava ridendo di gusto. Era un pasto frugale e insapore rispetto a quello di cui era abituato, ma cercò di fare finta di nulla. Sorrise quando l’altro gli fece notare quanto schifo faceva quel vino. Era ben lontano dal sapore dolce che tanto gli mancava; eppure era passata praticamente solo una notte, ma già era ansioso di ritornare nel suo castello.

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6 pensieri su “L’undicesimo Re – Capitolo 8 (prima parte) Il veleno

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  2. Il capitolo mancante ! XD Ecco perché mi chiedevo come mai avessi tagliato la scena della notte da incubo, non l’avevo letto, che cvetina eh? Comunque non avrei voluto vedere Magget cedere e prostrarsi, in verità, ero convinta che tirassi fuori dal cappello qualcos’altro 😉
    Questa frase è incompleta vero: La ferita doleva a tal punto che sarebbe volentieri in ginocchio e si sarebbe rannicchiato lasciando scorrere le lacrime.

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