L’undicesimo Re – Capitolo 6 (seconda parte) – Il mendicante

Ciao a tutti! *-* Rieccomi finalmente con L’undicesimo re!
Purtroppo non sono ancora guarita ma almeno oggi ce l’ho fatta a pubblicare questa puntata. Non mi piace restare indietro.

L'undicesimo Re jpg

INDICE CAPITOLI & INFORMAZIONI
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Le ombre oramai possedevano il villaggio di Elber, soltanto una soffusa traccia di indaco solcava il cielo scuro oltre le fronde degli alberi, a indicare che il tramonto del sole aveva da poco ceduto il posto al crepuscolo.
     Tutt’intorno alle capanne immerse nell’oscurità regnava un’atmosfera lugubre, impregnata di tetro silenzio, che  rafforzava la sensazione di essere in un luogo malvagio. Il legno, nero alla scarsa luce notturna, fessurato e decadente, e quelle finestre piccole contribuivano a permeare il villaggio di un’oscurità selvaggia e un’invadente senso di pericolo.     Mettevano angoscia solamente a guardarle, perciò distolse gli occhi da quei simboli di miseria umana e degradazione dello spirito e li volse verso Aaron, che gli camminava a fianco: «Dovremmo affrettarci, cavaliere». Sorrise incontrando il suo sguardo assorto, teso a captare ogni minimo movimento che potesse indicare un pericolo.
     Aaron lo guardò scuotendo la testa e sorridendo a sua volta. Magett sapeva che amava quando lo chiamavano cavaliere, specialmente se era lui a farlo, lo riempiva d’orgoglio e gli ricordava il tempo in cui, fino a pochi anni prima, si rincorrevano per i freddi giardini di Kart con le spade di legno in mano. Allora tutto era più semplice; potevano permettersi di essere amici.
     «Sì, Maestà, affrettiamoci. Non è saggio trattenerci qui a lungo. Poi sir Rudolf sarà in ansia, a quello verrà un colpo se non ci vedrà arrivare entro il crepuscolo».
     Magett rise, poiché sapeva che era vero. Da quanto aveva capito di Rudolf Ruyn, quell’uomo non era tipo da fare il leccapiedi per denaro, ma poteva comunque esserlo per un altro motivo; sembrava infatti voler fare buona impressione su di lui a tutti i costi e non in modo normale ma piuttosto invadente. Doveva stare attento a lui, non poteva fidarsi troppo, in fondo era pur sempre un Ruyn, e di quella casata era sempre saggio non fidarsi.
     Perso nelle sue riflessioni, per non cedere alla stanchezza, quasi non si era reso conto di dov’erano arrivati. Erano nei pressi della casa dove poco prima avevano discusso con l’elberiano di nome Trak. Cercò di non pensarci, non voleva che le ultime parole dell’oracolo risuonassero di nuovo nella sua mente, erano troppo terribili e suonavano oltremodo veritiere. Accelerò il passo, perdendosi nel rumore degli stivali che calpestavano fango ad ogni passo.
     A un certo punto un sibilo catturò la sua attenzione, e un’immediata sensazione sgradevole di pericolo lo pervase. Non ebbe il tempo di voltarsi a guardare cosa fosse; proprio mentre nella sua testa comprendeva ciò che poteva provocare quel rumore, sentì un dolore acuto al braccio sinistro e si lasciò sfuggire un urlo strozzato di sorpresa.
     Udì Aaron imprecare, il rumore della spada che veniva estratta dal fodero, e nella sua mente formulò un pensiero.    “Siamo forse sotto attacco?” Si volse verso di lui, ma quel movimento gli strappò un gemito. Si portò istintivamente una mano al braccio, che gli rimandò un dolore intenso tale da farlo barcollare. Trovò il coraggio di dare uno sguardo e vide che una freccia era conficcata nel suo braccio, tre o quattro pollici più in giù della spalla.
     “Maledizione!” Senza pensarci strappò via un pezzo della freccia, troncando di netto l’asta e gettandola a terra, per non dover vedere quella punta di ferro che fuoriusciva dalle sue carni. Il sangue cominciava a scorrere, sebbene la freccia piantata ne bloccasse in parte il flusso. Continuando a premere la mano destra sulla ferita, si voltò e vide Aaron con la spada in pugno, il volto ricolmo di rabbia, che fissava un punto poco lontano. Magett lo seguì con lo sguardo. Era la casa dell’uomo di nome Trak, la porta era aperta, immersa nelle tenebre. In piedi, seminascosto dalla penombra, vide l’elberiano; teneva ancora un arco teso, pronto a scoccare una nuova freccia.
     Aaron gli rivolse uno sguardo teso: «Cosa devo fare mio signore?»
     «Non fare nulla» disse Magett. «Tanto non tirerà».
     «L’ha appena fatto mio signore».
     «Non lo farà di nuovo. Non oserà tanto».
     «Quanto mi piacerebbe ucciderlo» disse Aaron facendo un passo verso Trak. «Quanto godrei nel conficcare la mia spada sul corpo di quel vile bastardo!». Digrignò i denti con rabbia, lo sguardo pieno di disprezzo.
     «Temo che dovrai rimandare, cavaliere». Nonostante il dolore si concesse un sorriso, che però sentì divenire una smorfia a una nuova ondata di sofferenza. Cercò di resistere stringendo i denti e premendo forte sulla ferita, poi mise una mano sul braccio di Aaron. «Metti via la spada, è lui che è in vantaggio su di noi. Ci conviene non minacciarlo e andarcene».
     «Intendi che dovremmo fuggire come pecore? Non sono di certo un elberiano io.»
     «Ho detto andarcene, non fuggire, non è la stessa cosa. Ci voltiamo e continuiamo per la nostra strada, non sarebbe saggio provocare colui che ci punta contro una freccia, non credi?».
     Per quanto fosse restio, Magett lo notava dallo sguardo nei suoi occhi divenuti scuri, il cavaliere infine, sbuffando, decise che obbedire era più importante; così abbassò la spada e la ripose nel fodero. Con un urlo di rabbia si rivolse a Trak: «Per ora ti va bene, maledetto elberiano! La prossima volta non saremo tanto indulgenti!».
     Magett notò una smorfia di derisione distorcere i lineamenti dell’uomo.
     «Schifoso, marcio elberiano, la prossima volta ti appenderò a un albero» sussurrò Aaron scuotendo il capo. Fu allora che il cavaliere sembrò accorgersi della freccia che sbucava dal braccio del suo re, poiché Magett lo vide sbarrare gli occhi mentre lo guardava per dire qualcosa. «Ma sei ferito! Quel dannato…»
     «Non è nulla Aaron» disse interrompendo le sue imprecazioni. «Andiamo prima che cambi idea e ci uccida entrambi».
     «Se avesse voluto l’avrebbe fatto».
     «Meglio non rischiare, torniamo dagli altri, ormai si è fatto buio». “E io sono stanco” pensò. Strinse i denti per il dolore, ma un capogiro lo colse inaspettato e per poco non crollò a terra; il cavaliere gli fu subito vicino per sostenerlo e lentamente ripresero il cammino.

Ormai erano arrivati, ma un’inquietudine avvolgeva il suo animo, una sensazione di pericolo, unita a un senso di morte imminente che gli infondevano una sgradita angoscia. Con disprezzo verso se stesso, si accorse di avere paura.
    Mentre si avvicinavano allo spiazzo dove si erano radunati i soldati, che stavano seduti a chiacchierare attorno al fuoco, si chiese se quella ferita potesse essere grave, così tentò di guardarla con più attenzione. Il sangue gli macchiava i vestiti e continuava a scorrere; disgustato da quella vista, distolse lo sguardo per mandarlo altrove, fino alle capanne bruciate, sul sentiero lì vicino. Si concentrò sul fuoco rosso e vivo mentre continuava a camminare, preso da una stanchezza insostenibile.
     Il terrore gli stringeva le viscere; non era la sua prima ferita ma non erano nemmeno state molte le esperienze in merito accumulate nelle poche battaglie che aveva combattuto. “A parte una” si disse, ma non volle pesarci troppo. Erano ricordi che stava meglio rimanessero sepolti dentro di lui.
     In quel momento la porta di una delle capanne si spalancò, li avevano visti arrivare, e sir Rudolf venne fuori in preda all’agitazione. Gli rivolse uno sguardo colmo d’angoscia.
     «Maestà, mio signore, eravamo così preoccupati… Cos’è accaduto? Gli elberiani hanno ascoltato le vostre richieste?»
     «Sì, hanno ascoltato, ma di accettare non c’è stato verso» rispose con una voce che non gli sembrava la sua tanto era debole e greve.
     «Maledetti elberiani, possano essere dannati!» proruppe Aaron al suo fianco. «Non solo non hanno riconosciuto sua Maestà come il loro re, ma si sono profusi in stupide e umilianti profezie sul conto della nobile casata Krown».
     Sulla faccia di sir Rudolf comparve lo sconcerto, ma lui capì che non era per le parole di Aaron. Stava infatti fissando con esagerata apprensione la mano insanguinata che lui aveva involontariamente lasciato spuntare da sotto il pesante mantello, insieme al moncone di freccia ancora piantato nel braccio.
     «Mi-mio signore, siete ferito? Co-cos’è accaduto?»
     «Non è nulla, sir, sto bene» disse ritirando la mano sotto il mantello e facendo intanto dei respiri profondi per calmare il cuore che batteva con forza nel suo petto. «L’avevo detto che gli elberiani erano ostili alla corona».
     «I guaritori, bisogna chiamarli, subito. Voi! Venite qui, muovetevi!»
     «No! Non serve, sto bene, ci sono feriti che stanno molto più male di me. Che i guaritori continuino a occuparsi di loro. La mia ferita non è grave, ci penserà Aaron».
     Nel mentre apparve dietro sir Rudolf la figura minuta della principessa. Era avvolta in una coperta di tela grezza e il suo sguardo era stanco, gli occhi arrossati e gonfi, non doveva aver riposato molto nonostante ciò che era accaduto.
     Le lanciò uno sguardo per capire se stesse bene, e i loro occhi s’incontrarono. Lei appena vide che era ferito parve subito preoccuparsi, così Magett si sforzò di sorriderle rassicurante. Poi si volse, lasciando sir Rudolf nella sua angoscia e si allontanò con Aaron verso lo spiazzo dove si erano radunati i suoi uomini; voleva stare lontano dalle capanne, distante da quei feriti che gemevano agonizzanti. Il freddo nella foresta era pungente, ma era sempre meglio che stare a guardare i moribondi tra il tanfo che doveva esserci là dentro e i loro terribili lamenti.
     «Dimmi che sai come curare una ferita, Aaron».
     «Sì, mio signore, ma non me ne intendo bene. Sono un cavaliere, non un guaritore, non ho curato molte ferite, soprattutto da frecce».
     «Non importa, devi solo estrarla, il resto non è difficile» spiegò Magett allontanando cupi pensieri dalla sua mente. “Non è una ferita grave, non è grave” si disse per tranquillizzarsi.
     «Farò del mio meglio» sentenziò il cavaliere poco convinto.
     Lui intanto si sedette con la schiena appoggiata al tronco di un albero, senza smettere di premere forte attorno alla ferita. Il sangue gli colava tra le dita scendendo dalla mano e formando un rivolo lungo il suo braccio. Lasciò che Aaron spostasse il mantello e ne approfittò per dare uno sguardo stavolta accurato alla ferita; vide che la tunica era già zuppa di sangue, la freccia spezzata spuntava solo di mezzo pollice. Dietro invece si era già troncata da sola, o forse l’aveva fatto lui senza rendersene conto, toccando sentì solo il buco sotto le dita; trattenne un gemito di dolore. Sarebbe stato più difficile estrarla; non era stata una grande idea spezzarla subito, si rese conto, ma ormai il danno era fatto; aveva agito secondo l’istinto e ora ne avrebbe pagato le conseguenze.
     «Farà male mio signore» lo avvertì Aaron guardando la ferita con sguardo cupo.
     «Lo so, non importa. Fa quello che devi, e in fretta». Prese un respiro profondo, mentre l’altro premeva molto forte attorno alla ferita provocandogli fitte terribili. Strinse i denti quando Aaron impugnò il moncone della freccia e incominciò ad estrarla lentamente. Avrebbe voluto urlare, gridargli di muoversi, ma si frenò per non mettergli ansia.
     Solo quando l’asta uscì si lasciò sfuggire un urlo soffocato. Aaron lo ricoprì con il mantello e ordinò agli altri di accendere più fuochi in modo che il calore si espandesse fino a raggiungerli. Lui intanto era talmente preso dal dolore alla ferita che non si accorse di nulla; tuttavia quando sollevò lo sguardo vide la sorella, in piedi sull’uscio della capanna, fissarlo con apprensione. Era carina anche con i capelli e gli abiti in disordine, ma di certo non come si era aspettato; eppure quegli occhi dolci che lo guardavano gli destarono un senso d’amore fraterno che credeva di avere seppellito ormai da tempo.
     Tentò di rimandarle un sorriso, ma dalla sua espressione capì di non essere stato molto convincente. In quel momento però Aaron versò del vino nella ferita, per poi cominciare a bendarla, e un dolore molto forte lo costrinse a distogliere lo sguardo.
     «Perdonami mio signore, tra poco avrò finito» mormorò Aaron con sguardo preoccupato. Nei suoi occhi, che teneva abbassati, intravide un profondo senso di colpa.
     «Aaron, non è tua la colpa di questa ferita, non devi accusarti di ciò che non hai fatto».
     «Sono stato negligente, mio signore, dovevo stare più attento, dovevo sapere che avrebbero tentato di farti del male».         L’espressione di dolore che vide nei suoi occhi quasi gli fece più male della ferita stessa. Gli prese debolmente un braccio e lo strinse, tentando di confortarlo, vedere un giovane robusto e forte come lui in preda a un tormento tanto profondo lo riempiva di tristezza.
      «Aaron, davvero va tutto bene, non devi preoccuparti. Non è stata una tua negligenza, non avresti potuto fare nulla. Nondimeno temo che Trak e gli elberiani abbiamo sottovaluto il mio desiderio di pace, forse ora potrò convincerli dato che mi hanno ferito e io non mi sono ribellato».
     «Come tu dici mio signore» disse l’altro stringendo le bende attorno al braccio ancora sanguinante. «La fasciatura non basterà, bisognerebbe richiudere la ferita» gli fece notare poi.
     «No, va bene così, non voglio disturbare i guaritori con tutti i feriti gravi che necessitano di cure urgenti».
     «Come desideri, spero solo che tu non perda troppo sangue, bisognerebbe cauterizzarla, io potrei farlo. Non ha senso aspettare, sei già troppo debole».
     Magett s’irrigidì, ma se ne accorse e prontamente cercò di non darlo a vedere. Aaron era già in pena per lui, non c’era era alcun bisogno di peggiorare il suo stato d’animo alimentando i suoi sensi di colpa.
     «Starò bene, non la cauterizziamo per ora, preferisco aspettare. Tu non angosciarti inutilmente, ora va’ dagli altri, io intanto cercherò di riposare».
     «Avrai freddo qua fuori» constatò Aaron.
     «Non ha importanza».
     «Sì, invece, a me importa mio signore». Il giovane si tolse l’ampio e pesante mantello; era di lana spessa, bordato di pelliccia scura e grigiastra; glielo porse senza esitazioni. Sotto portava una cotta di maglia, ma nulla che potesse tenerlo davvero al caldo.
     Magett tentò di respingere l’offerta, in fondo lui aveva già il suo mantello, ma Aaron insistette. «Mio signore, sei ferito e stanco» disse omettendo il fatto che era anche malato, cosa che Magett apprezzò molto. «Ti prego, non voglio rischiare che tu muoia di freddo. Tieni». Gli avvicinò il mantello, ma lui scosse la testa, così l’altro si chinò e glielo appoggiò sopra come fosse una coperta, poi si allontanò senza che lui potesse in alcun modo ribattere né ringraziarlo subito per quella cortesia.
     «Avete un buon amico, maestà».
     «Cosa?» Era una voce di donna, giunta d’improvviso alle sue spalle. Magett si volse, vide una figura minuta avvicinarsi a lui. Non la riconobbe subito, ma appena lei si avvicinò distinse i lineamenti irregolari del volto, gli occhi grandi e il corpo esile. «Siete la moglie di Tràk, cosa ci fate qui?»
     Quella sorrise, ma un’ombra di tristezza le oscurava il volto. «Dimenticate che questa è la mia casa, il mio villaggio. Queste capanne» disse indicando le tre casette bruciate, «fino a due anni fa, per quanto distanziate, facevano parte del villaggio. Vi abitavano delle famiglie, tra cui una donna che era mia amica. Questa è la mia casa, maestà, e voi non avete il diritto di darmi ordini».
     «Certo, ma tu dimentichi quello che tuo marito ha appena fatto».
     La donna scosse la testa: «Vi sbagliate, re del nord, io non dimentico le ingiustizie». Avvicinandosi di un altro passo allungò le mani a mostrargli qualcosa. Magett guardò e vide che teneva in mano una ciotola coperta da un panno bianco, senza macchie notò, e se ne sorprese dato che gli stracci che la donna indossava indicavano ben altro rigore di pulizia.
     «Che cos’è?»
     «Un’offerta di pace».
     «Che tipo di offerta? Un veleno?»
     L’elberiana sembrò ritenersi offesa, ma lui non ritirò la sua domanda. «Del veleno scorre già nelle tue vene, Krown, perché dovrei dartene anch’io?»
     Magett aggrottò la fronte: «Cosa? Quale veleno?»
     «Quello che mio marito ha versato sulla punta della freccia. Si chiama Teéria Lés, nella nostra lingua, significa erba velenosa. Provoca dolori terribili e infezioni molto gravi. Se mio marito è riuscito a colpirti almeno a un braccio o a una gamba, allora in quel caso morirai entro la notte, data la quantità che gli ho visto mettere. Ma soffrirai molto, e sentirai la morte afferrarti…»
     Magett non voleva più ascoltarla, non riusciva a credere a ciò che stava sentendo. Si alzò in piedi, in uno scatto di rabbia allontanò i mantelli, che caddero a terra. «Tu mi stai mentendo. Intendi solo spaventarmi, non è così? Vuoi umiliarmi, donna, dì la verità».
     Lei gli rivolse uno sguardo imperscrutabile, senza rispondere. Poi tutto d’un tratto scoppiò a ridere; una risata cattiva, che a Magett ricordò l’oracolo. «Tu credi che io sia dalla parte di loro, ma ti sbagli sciocco di un ragazzino. Io sono un’elberiana; una vera elberiana, non un’assassina e nemmeno una crudele menzognera. Ascolta il dolore, Krown, ascolta la tua ferita. Non senti il sangue scorrere sotto quelle bende, e il veleno bruciare le tue vene? Stai morendo e nemmeno te ne accorgi. Apri gli occhi!»
     Scosso da quelle parole avrebbe voluto ribattere, ma in fondo sentiva che Séfina aveva ragione; lo sentiva dalla pelle del suo braccio, che scottava già sotto la tunica, dalla mano ancora bagnata del suo stesso sangue. E d’improvviso ebbe paura, in una maniera integra e profonda, di morire. Molto prima che la tosse lo portasse via sarebbe crollato a causa delle sua indulgenza, della troppa bontà con cui aveva trattato quelle persone. Aveva offerto la pace, e loro gli avevano inflitto una ferita mortale.
     «Che cosa devo fare?»
     «Bevi questo» disse la donna passando stranamente al tu. «Ma bevine solo metà, e l’altra tienila per domattina. In questo panno sono avvolte delle erbe, applicale sulla ferita e guarirai senza problemi».
     Per un attimo fu tentato di afferrare quella ciotola che lei gli porgeva così facilmente, ma poi la diffidenza prese il sopravvento: «Perché dovrei crederti? In fondo è stato tuo marito a ferirmi».
     «Io non sono mio marito e non sono dalla loro parte».
     «Eppure, anche se affermi questo, sono certo che non stai dalla mia, non è così? Altrimenti mi avresti giurato fedeltà, mi avresti riconosciuto come tuo re accettando la mia protezione».
     «Questo è vero, non sono dalla tua parte, ma non ti sono nemmeno contro. Io sono a favore della pace, e della rinascita di Elber».
     «Rinascita?»
     «Un giorno avverrà. Forse non ora, ma accadrà. Me lo sento, ne sono sicura. Voi Krown tornerete nel vostro abisso di malvagità, mentre noi risorgeremo e diverremo una cosa sola, di nuovo un popolo unito e fedele, come un tempo». Mentre parlava gli occhi le brillavano, enormi come quelli dell’oracolo, e neri come pozzi.
     «Dici che sono malvagio, eppure mi aiuti».
     «Non ho detto che vedo malvagità in te. Accetta il mio dono e basta».
     «Che cosa vuoi in cambio?» Se c’era una cosa che aveva ben compreso era che gli elberiani richiedevano sempre un prezzo.
     «Nulla, come ho già detto questo te lo offro in segno di pace».
     «Mio signore!» Aaron stava giungendo da lui, sugli occhi c’era una rabbia ceca. «Cosa ci fa qui questa donna? Vattene strega!».
     «Non sono una strega, cavaliere, bada a come parli».
     «Siete tutte streghe, e stregoni, voi elberiani».
     «Basta Aaron» lo zittì Magett, «questa donna è qui per aiutarmi».
     «E tu accetti l’aiuto di colei il cui marito ti ha piantato una freccia su un braccio?»
     «No, non ho detto di avere intenzione di farlo». Si rivolse poi a Séfina; ormai aveva preso la sua decisione. «Ti ringrazio, ma non posso accettare la tua offerta. Tuo marito ha scelto guerra, e allora guerra avrà».
     Un sorriso si dipinse sul volto scarno della donna: «Come volete, maestà» disse tornando al voi, in segno di scherno.     «Ma ve l’ho detto che soffrirete. Lo avete deciso voi». Allungò un braccio e in un gesto di disprezzo lasciò cadere il contenuto della ciotola, che si sparse a terra. «Se cambierete idea saprete dove trovarmi».
     «Non ne ho intenzione».
     «Oh, lo credo bene, ma cambierete idea stanotte, quando il dolore si farà sentire, e urlerete, altroché se urlerete, quando il veleno inizierà a uccidervi». Con queste parole la donna gli voltò le spalle, e se ne andò.
     «Di che cosa stava parlando mio signore? Veleno?» Aaron gli rivolse un’occhiata in tralice.
     «Erano solo farneticazioni di una donna folle, non preoccuparti io sto bene».
Invece sapeva che non era così, ma in cuor suo sperava solo di non aver ragione.

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Eccoci qua, non so se ho scritto male o malissimo, ma comunque spero che vi sia piaciuto, altrimenti sentitevi liberi di esprimere il vostro parere. Le critiche negative (costruttive) fanno sempre bene. Forse ci saranno più refusi del solito, mi fareste un enorme favore a segnalarmeli. Nel caso di errori grammaticali lo stesso, perché è probabile che qualcuno mi sia sfuggito.
Se il capitolo vi è piaciuto potete anche lasciare un votino al blog. *-*  E noi ci vediamo… spero presto, altrimenti venerdì prossimo con la nuova puntata (forse).

Grazie di ❤ per la lettura

-Lady Erin Wings Krown (in convalescenza).

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Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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33 pensieri su “L’undicesimo Re – Capitolo 6 (seconda parte) – Il mendicante

  1. Bellissimo capitolo cosi’ come tutta la storia fino ad adesso. Da ora staro’ in ansia per il re vista la sua nuova condizione. Sono curiosa di sapere cosa fara’: se decidera’ di accettare l’aiuto della donna o preferira’ morire anche se non e’ la migliore delle cose.
    Colgo l’occasione anche di condividerti questa nomination 🙂 https://andrageaninatarnauceanu.wordpress.com/2015/10/04/prenderei-un-caffe-con-tag/

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  2. Finalmente inizio a recuperare ^^ Piano piano mi metterò in pari, promesso T.T
    Magett D: noo, povero caro non morire! Sono davvero curiosa di sapere la verità ma purtroppo devo andare a studiare quindi mi devo interrompere sul più bello 😦
    Complimenti è bellissimo **

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  3. Grandiosa l’azione in questo capitolo, non so come spiegartelo, ma tu, con poche parole, hai la capacità di far sentire, odori, sensazioni e rumori di quelle’poca medievale!
    I dialoghi tra Magget e la donna poi, da brivido!

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    1. Wow! Non esiste complimento migliore… Perché è proprio ciò che voglio trasmettere, diverse sensazioni… e pensare che ho sempre il terrore che la mia storia non sappia per nulla da Medioevo! Però il genere è anche storico d.u.m.i(M)… XD e sono felice che i dialoghi siano venuti bene, sono il mio punto debole.

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  4. Bellissimo capitolo! Mi ha preso tantissimo e l’ho letto tutto d’un fiato 🙂 Le descrizioni, come al solito, sono fantastiche, soprattutto quelle che introducono il capitolo 😉 Sigh, povero Magett, spero che se la cavi in qualche modo, anche senza l’antidoto dell’elberiana (li odio gli elberiani) XD

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