L’undicesimo Re – Capitolo 5 (quarta parte) – L’oracolo

Ecco qua la quarta parte del quinto capitolo! Una sorpresina per voi ^_^
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Dopo che l’anziano ebbe pronunciato quelle brevi parole la gente dietro di lui proruppe in un applauso fatto di grida e mani che cozzavano una contro l’altra, voci all’unisono che ripetevano in coro: sangue, sangue, sangue, sangue scorrerà.
     Magett non si capacitava di come quella gente potesse pensare al sangue, e poi parlare di pace. Erano tutti pazzi, questo era evidente, ma non comprendeva cosa passasse nelle loro menti malate; sperava solo che non avessero ragione.
      «Portateci dal vostro oracolo» cedette infine in un sussurro. Accanto a lui Aaron bofonchiò la sua disapprovazione, ma non osò intervenire.
«Seguiteci senza fare rumore. Se disturberete la sua meditazione, la Madre non vi ammetterà al suo cospetto» li avvisò Waral oltrepassandoli e raggiungendo la porta. L’anziano capo lo seguì dappresso, trascinando con sé anche il ragazzo, Dalis. Magett non poté fare altro che seguirli, e Aaron dietro di lui.

Waral, in testa al gruppo, li condusse oltre le capanne del villaggio. Imboccò poi uno stretto sentiero nascosto dall’erba alta, che sembrava snodarsi lungo un tratto che costeggiava il folto del bosco.
Tra un colpo di tosse e l’altro, il re camminava sforzandosi di non crollare in ginocchio. Si sentiva stremato, tutto il suo corpo urlava di dolore, ma non poteva darlo a vedere, e ancora meno fermarsi per riposare. Dopo le ore passate a cavallo tra la capitale fino a Elber, la stanchezza diveniva sempre più pesante.
Aaron gli stava accanto, ogni qualvolta un colpo di tosse scuoteva il suo corpo lui si voltava preoccupato, ma non proferiva parola. Magett si chiese più volte se davvero si fosse offeso per la sua indulgenza nei confronti degli elberiani, ma in fondo era ciò che un buon sovrano doveva fare, essere benevole verso il popolo, o almeno questo era quello che pensava benché nel suo cuore avvertisse una strana sensazione.
Un colpo di tosse lo soffocò interrompendo i suoi pensieri. Fu costretto a fermarsi per non arrendersi a un improvviso capogiro. Si sentì osservato e questo gli provocò un enorme senso di disagio. Non sopportava di sentirsi in primo piano a causa della sua malattia, gli provocava un fastidio tremendo che gli stringeva le viscere e il cuore.
«Ho come il terribile presentimento che il nostro re non sia nel pieno delle forze» affermò Waral sprezzante.
«Taci, elberiano, non mettere alla prova la mia pazienza» ribatté Aaron mostrandogli in segno di avvertimento la spada che teneva ben in vista appesa al fianco.
Magett si vide costretto ad appoggiarsi a lui per riprendersi, ignorando l’insolente sarcasmo di Waral. La tosse diveniva sempre più insistente, si sentì mancare il fiato mentre il vento rafforzava da nord soffiando contro gli alberi la sua ira.
Rifiutò il braccio che Aaron gentilmente gli offriva e respirando profondamente si ristabilizzò lanciando occhiate fulminanti a Waral, che lo osservava sorridendo sprezzante.
Proseguirono per un bel tratto nel folto della boscaglia. Il sole cominciava a scendere oltre gli squarci aperti tra le chiome alte degli alberi; i suoi raggi imporporavano la volta celeste, creando sfumature viola tra le ampie fasce di blu ceruleo.
Nel contempo il gelo s’insinuava come un malvagio e spettrale nemico tra le loro vesti, penetrando fino all’anima. Magett non poteva che chiedersi come potessero i tre elberiani non temere il freddo, poiché pareva per loro cosa talmente normale che nemmeno rabbrividivano in quegli stracci consunti e leggeri che indossavano. Lui al contrario si stringeva addosso il mantello, strofinando il collo sul bordo di pelliccia per attenuare i brividi che gli salivano lungo la schiena; e intanto osservava il folto della foresta. Intorno a lui vi era Elber in tutta la sua selvaggia maestosità, un luogo che era naturale temere a causa della profonda soggezione che gettava negli animi di chi la scrutava a fondo.
Si addentrarono proprio là dove incuteva più timore, inoltrandosi nel cuore stesso del villaggio elberiano, nero come la desolazione che la miseria porta con sé.
Il cammino era ostacolato da alcuni alberi caduti e foglie bagnate che rendevano scivoloso lo stretto sentiero che percorrevano, cosicché la strada sembrò più lunga di quanto in realtà dovesse essere.
Si fermarono al termine del sentiero, che si diramava in altre due direzioni, dove una grotta era nascosta parzialmente agli occhi di chi non sapeva riconoscerla. Fu Waral a mostrarla a Magett, che inspirò con ansia prima di fare un cenno affermativo ad Aaron. Ormai erano giunti fin lì, non potevano tirarsi indietro.
Il primo a entrare nella grotta fu l’elberiano, facendosi strada tra le fronde degli alberi che la celavano in parte, e il muschio che era cresciuto talmente tanto da percorrere tutta la roccia coprendo buona parte dell’imboccatura. A seguire furono Dalis e l’anziano, che aveva un sorriso malizioso dipinto in volto; la sua faccia era un’intera maschera di follia, in netto contrasto con il viso da ingenuo fanciullo dell’altro.
Dopo che furono spariti nelle tenebre della grotta, Magett si affacciò e scrutò l’interno. Il buio era denso e opprimente, appena rischiarato da una torcia che Waral aveva preso dalla parete, e teneva dinanzi a sé per fare luce.
Un colpo di tosse secco e sfiancante lo accompagnò dentro alla grotta, rendendo quell’esperienza ancora meno gradevole; il vento sibilava furente e gelido anche all’interno, facendo tremolare la debole fiamma della torcia, che gettava inquietanti bagliori sull’orribile cicatrice di Waral.      La luce dorata rischiarava di un particolare candore attraversato da luci rossastre la sua pelle divorata da quella che Magett immaginava una brutta ferita del passato.
Quando anche Aaron li ebbe seguiti si concesse la libertà di guardarsi intorno, meravigliato da come la natura avesse preso pieno possesso di quel luogo.
Waral gli rivolse uno sguardo di rimprovero: «Nessun mortale è degno di ammirare la bellezza di questa grotta sacra. Distogli lo sguardo, Krown. Alla dea non importa se tu sei un re. A lei basta che tu gli offra del sangue».
Avanzarono nel buio pesto, dato che la torcia era sempre più debole tra le mani di Waral. L’umidità era talmente elevata da condensare il loro fiato in piccole nuvole di vapore che si disperdevano come fumo attorno ai loro volti. Magett, mentre camminava, gettava ogni tanto lo sguardo sulle pareti della grotta tutt’intorno. Goccioline d’acqua percorrevano la roccia fredda e umida, disegnando sottili rivoli ghiacciati che brillavano al loro passaggio come minuscoli diamanti. Si lasciò sfuggire un sorriso, meravigliato da come quel luogo all’apparenza tenebroso celasse in realtà una bellezza tanto splendente.
«Di qua, muovetevi» disse Waral strappandolo a quel momento quasi magico. Si accorse che stavano per arrivare all’inizio di uno stretto varco tra le pareti; solo il pensiero di doverci entrare gli bloccò il respiro. “Coraggio, Magett, fatti forza”, si disse guardando Waral, Dalis e il vecchio abbassare la testa e avanzare senza esitazioni nella fitta penombra.
«Non dovremo andarci» affermò Aaron che come lui fissava diffidente la stretta apertura davanti a loro.
«Sì, Aaron, temo che tu abbia ragione, ma oramai non possiamo tirarci indietro».
«Come dici mio re, in ogni caso io ti seguirò».
Magett scosse la testa: «Puoi anche precedermi se vuoi».
Senza farselo ripetere Aaron obbedì, nonostante non fosse un esplicito ordine, calò la testa di una buona spanna e s’infilò nel passaggio. Poi si fermò ad aspettarlo: «Qualcosa mi dice che hai paura mio signore».
«Ma no… che dici, non ho paura» ribatté guardandolo con rimprovero. «Mi sto solo chiedendo cosa ci aspetterà oltre questo angusto varco».
«Sì, maestà, me lo chiedevo anch’io. Temo che ad aspettarci non ci sia nulla di buono, ma se non ci affrettiamo potremo perderci».
«Mi chiedo se non sarebbe una fortuna» disse Magett mentre acceleravano il passo. Si sentiva il fiato mozzo, ma si impose di mantenere la calma.
Sentì il cavaliere sospirare al suo fianco: «Direi che non ci resta che scoprirlo».

Avanzarono nel buio velocemente per ritrovare gli altri; nel mentre il re gettava sguardi tutt’intorno, alle rocce fredde color della pece, come se temesse di trovarvi un qualche segno di cattivo presagio.
Riunitisi a Waral e ai due compagni, infine sbucarono in un’enorme stanza circolare, che si aprì dinanzi a loro come una gelida speranza. Sulle pareti erano appese molte torce, le cui fiamme rischiaravano parzialmente l’ambiente. In fondo alla stanza, avvolto da una mistica luce rossastra, si trovava una scranno posto in alto, costruito con rami di legno intrecciati tra loro; molte foglie sbucavano dallo schienale, che ne era quasi del tutto ricoperto. Ciò che attirò maggiormente la sua attenzione, però, fu la figura che occupava quello strano seggio. Avvicinandosi insieme agli altri, notò che vestiva con un’ampia pelliccia scura, che contrastava in modo terribile con la sua pelle candida.
Molto prima di arrivare ai piedi dello scranno, il capo del villaggio, Waral e il ragazzo misero un ginocchio a terra e pronunciarono parole in un’arcana lingua di cui Magett non riuscì a comprendere il significato. Nonostante fosse riluttante a chinare il capo, decise che era saggio comportarsi a dovere. S’inginocchiò a sua volta e con lo sguardo invitò Aaron a fare lo stesso. Poi l’anziano capo si rialzò prendendo la parola nella lingua comune perché tutti potessero capire ciò che diceva:      «Ti saluto, mia signora di Elber, vengo a turbare la quiete di questo luogo sacro per presentare al tuo cospetto il re Krown del nord. Egli richiede la tua gentile ospitalità nel villaggio per se e i suoi uomini e ho ritenuto opportuno avvisarti perché potessi prendere la decisione migliore».
Magett si alzò e pose lo sguardo in quello della figura. In quel momento una luce potente e chiara avvolse l’intero scranno, gettando riflessi dorati sul suo volto, cosicché lui potesse vederla. Era una donna anziana, probabilmente più di quanto sembrasse. La pelle del suo viso era rugosa e pallida, la bocca una linea sottile, la fronte appariva come una mela avvizzita e denotava una certa saggezza. I suoi occhi però erano troppo grandi, scuri come le ombre della stanza e allo stesso tempo troppo chiari, gelidi come fossero coperti di ghiaccio liquido; bianchi e lattiginosi, lo scrutavano con una tale forza che fu quasi tentato di abbassare lo sguardo.
Si costrinse a farsi avanti, senza mostrare alcun timore, nonostante l’aura di potenza che quella donna emanava. Ma non poteva permettersi di dare a vedere le sue impressioni; in fondo era solo una vecchia, perché avrebbe dovuto spaventare lui che era un re? A una decina di passi dallo scranno chinò la testa in segno di rispetto: «Mia signora di Elber, il mio nome è Magett Krown della capitale del nord. Come ha appena detto il capo del villaggio, sono qui per chiedere la tua gentile approvazione alla mia richiesta. Purtroppo è accaduto un fatto spiacevole, di cui certo sarai a conoscenza, un agguato ai danni della scorta che aveva il compito di accompagnare mia sorella la principessa fino al castello. Sono giunto con i rinforzi, ma i feriti sono molti per cui non è stato possibile ripartire».
«E quale sarebbe la tua richiesta?» domandò l’anziana dal suo scranno, con una voce che Magett pensò non potesse essere la sua, tanto era dolce e soave come fosse di una fanciulla. Ne rimase per un momento ammaliato, ma poi si riscosse notando una luce di vittoria nei suoi occhi.
«Chiedo di poter trascorrere la notte qui a Elber e usufruire dell’ospitalità dei suoi abitanti, per me e miei uomini. In cambio riceverete generosi compensi, una volta che avrò fatto ritorno al castello».
La donna si alzò con agilità, le fiaccole vacillanti la inondarono di porpora e un cupo arancio dorato la avvolse interamente. “Fuoco nelle tenebre”, pensò Magett.
«La tua richiesta è senz’altro ingiusta nei nostri confronti, vista l’ospitalità che già abbiamo offerto ai numerosi feriti».
«Non comprendo le vostre motivazioni, signora di Elber. Ho affermato di volere la pace con il vostro popolo e voi rifiutate una richiesta tanto semplice? Non dovreste essere abitanti pacifici?»
«Pacifici non significa stupidi, dannato Krown!» esclamò Waral, sputando a terra con disprezzo. «Ci chiedi di prostrarci ai tuoi piedi, ma noi non lo faremo mai».
Magett si trattenne dal rispondergli con il medesimo tono, non intendeva abbassarsi al suo livello di ratto codardo sempre pronto a puntare il dito e attaccar briga, così respirò profondamente e lo ignorò, con l’intenzione di umiliare il suo orgoglio sprezzante. Invece rispose alla donna: «Signora, mai ho voluto dissapori con il tuo popolo. Se volessi la guerra già l’avrei cercata. Vi ricordo che sono al trono da più di un anno, se avessi voluto mi sarebbe bastato ordinarlo e il villaggio ora sarebbe distrutto».
«Sì, ne convengo, distrutto come lo fu la magnifica Elber quando voi bestie Krown decideste di sbarcare nelle nostre acque e passare a fil di spada ogni singolo abitante. Non è così, giovane Re?»
Magett serrò i pugni per la rabbia; lui non aveva colpa di ciò che i suoi avi avevano compiuto secoli prima. Non riuscendo a tacere espresse i suoi pensieri, cercando di tenere un tono garbato: «Non sono colpevole degli errori dei miei antenati, Signora, e nemmeno intendo risponderne».
«Certo, non sarei affatto sorpresa di constatare che siete tutti uguali, belve assettate di sangue e affamati di cadaveri».
«Lo stesso potrei dire di voi elberiani» ribatté il re in tono fermo. «Per quanto ne so potrebbero essere solo storie che avete inventato per screditare la mia gente e la mia famiglia. Non sono venuto qua per lasciare che mi offendiate senza motivo, datemi una risposta ora, che sia definitiva».
«Inginocchiati, Krown e presentati come è giusto, secondo le usanze elberiane» disse la donna, muovendo qualche passo verso di lui.     Vedendola avvinare tenne la testa alta. Non si sarebbe inginocchiato, si era già dimostrato anche fin troppo ossequioso e dato il suo rango sarebbe dovuto essere il contrario. «Io non conosco le vostre usanze».
«Sì, invece».
«Vi sbagliate, mia signora».
«Non sono la vostra signora, come voi non siete il mio re. Ora fate ciò che ho chiesto, se volete che io accetti la vostra richiesta».
Magett a quelle parole smise di celare il suo disgusto verso quell’anziana priva di saggezza e criterio. Iniziava a dargli la nausea. Parlò ostentando il suo disappunto. «Quindi è questo il prezzo».
«No. Questo è solo per presentarci».
Quella risposta gli trasmise un senso di confusione. L’oracolo era ormai a metà di una decina di passi da lui, la sua figura appariva leggera, ma non donava maggior eleganza alle sue forme oramai inacidite dalla vecchiaia. Era certo l’anziana di minor bellezza che avesse mai veduto e in tal senso avrebbe potuto affermare che non fosse stata colma di grazia neppure da giovane. Nonostante questo però si trovò ad osservarla, rapito dai tratti minuti e arroganti del suo corpo, disgustato ma allo stesso tempo affascinato da quel volto cascante che un tempo doveva essere rotondo.
Si riscosse grazie alla sua forza di volontà e rapidamente cercò di trovare una soluzione a quello che aveva l’aria di essere un indovinello a tutti gli effetti, dato che non pensava di poter conoscere ciò che lei gli chiedeva.
«Suvvia, re dei nordici, non ci tieni ai tuoi uomini? Vuoi davvero che dormano all’addiaccio?» ruppe il silenzio la donna sorridendo con malizia. «Ma forse non è per questo che sei qui, a te non importa di questo. Dopotutto soldati e cavalieri, specialmente del nord, debbono essere abituati al freddo che il vento porta con sé».
«Ve l’ho detto, signora, sono qui per la pace».
«La pace di chi? La vostra? Perché non credo che a un Krown possa davvero interessare di Elber e dei suoi abitanti».
«Vi sbagliate, oggi ho visto per la prima volta la povertà di questi luoghi, la miseria che la vostra gente deve sopportare, e non lascerò che innocenti soffrano perché voi, che vi fate chiamare regina, non volete la pace con il mio regno».
A quel punto intervenne il capo del villaggio, avvicinatosi alla sua signora: «Se per ottenere la pace con i nordici dobbiamo inchinarci a un ragazzo moribondo, allora è mio desiderio patire la fame». Sputò a terra rivelando tutto lo spregio che portava dentro, e allora Magett capì che non vi era più speranza per quella gente, avevano già preso la loro decisione da molto tempo. Ma non per questo sarebbe tornato da sir Rudolf e i feriti senza aver risolto nulla. Si chinò con un ginocchio a terra, ignorando le fitte che gli attraversarono le costole. E allora cos’avrebbe detto? Non conosceva nulla di Elber a parte ciò che aveva udito nelle vecchie leggende e letto nei libri di storia. Chiuse gli occhi per dissipare la tensione; aprì la bocca e le parole vennero da sole, senza che fossero state formulate dalla sua mente.
Riuscì a recepire in parte solo il finale: «Ikt aikemen».
     A quel punto l’oracolo annuì, lo vide rialzando la testa, e sussurrò parole simili traducendole poi nella lingua nordica: «Sia di ritorno la pace in queste terre sacre».
La tensione si spezzò ulteriormente. Magett era allibito: «Ho parlato elberiano, suppongo, com’è possibile?»
«Questo lo sapete benissimo, Magett Krown» disse l’oracolo avvicinandosi ancora, fino a che furono a un paio di passi di distanza.  «I vostri occhi…» La donna sollevò una mano, ma lui era troppo incantato dalla sua voce sempre più soave per sottrarsi a quel gelido tocco.  «Vedo occhi che non sono blu come credete, ma neri, come pece,  è questo ciò che vedo e che tu vedi nei miei».
«Che cosa state dicendo?» Le iridi della vecchia, così vicine alle sue, stavano sbiancando, fino a divenire un tutt’uno con il resto e formare pozzi innevati, gelidi e svuotati da ogni traccia di sentimenti. Erano ciechi.
«Occhi neri, malvagi» continuò la donna in tono alto e potente; Magett aveva la terribile sensazione che quella vecchia gli stesse lanciando un sortilegio. “È forse una strega, invece che un oracolo?”
«In questo volto bianco vedo il male, il dolore, sento la morte. Le tue labbra sono insanguinate, Signore di Elber».
«Non è vero» sussurrò tentando di farla smettere. Doveva porre fine a quella follia, percepiva la presenza di Aaron farsi sempre più rabbiosa. Non poteva permettere che si arrivasse a uno scontro.
«La tua tosse è un’onda di giustizia, che porrà fine alla vostra dinastia. Colei che mi porterà la tua anima…»
«Ma che cosa state dicendo?» Suo malgrado non riusciva a sottrarsi a quel contatto, come fosse intrappolato in una sorta di incantesimo.
«La morte ti ucciderà, Krown». L’urlò che uscì dalle labbra della vecchia era stridulo e glaciale. D’un tratto tolse la sua mano avvizzita e fredda dalla sua fronte e sputò a terra. «Ti ucciderà prima di quanto tu creda».
Un dolore improvviso, inaspettato, lo invase. Sentì la pelle bruciare, nel viso, nelle braccia, e le ginocchia crollare sotto il peso di una sofferenza troppo forte. Posò le mani a terra, ma le braccia tremavano senza riuscire a reggerlo. Riprese a tossire, ma questa volta quasi non se ne accorse, poiché vedeva tutto nero e i suoi sensi erano avvolti in una nebbia che li ottenebrava.
«Strega! Che cosa gli avete fatto!» tuonò Aaron, la cui voce suonava però distante, come un suono ovattato.
«Nulla che non gli stia facendo la malattia, cavaliere».
Magett provava a respirare, ma era come se un liquido rovente gli ostruisse la gola, i suoi polmoni si rifiutavano di funzionare.
«Questo è il segno, mia regina» diceva il vecchio capo in tono adorante. «Il segno della profezia, il primo dei presagi».
«Sì, Wonar, figlio di Elber, questo è il segno» rispose la voce angelica dell’oracolo. Magett udiva le loro parole dall’abisso di dolore che lo sopraffaceva. Attorno al suo corpo percepiva calore, qualcosa o qualcuno lo stringeva con delicatezza, ma non riusciva a capire, non poteva riemergere da quello stato.
Poi d’improvviso tornò la luce, accecandolo per un lungo momento. Il dolore diminuiva, lasciando il posto a un amaro sollievo, il suo cuore batteva forte. Scoprì che a reggerlo erano le forti ma delicate braccia di Aaron, che lo fissava preoccupato. «Mio signore?»
Sollevò a fatica un braccio per scostarsi dalla fronte un ciuffo di capelli fradicio di sudore. «Sto bene». Aaron lo aiutò ad alzarsi, lentamente. Sui volti degli elberiani vi erano sorrisi soddisfatti.
«Vecchia megera» sibilò Aaron con disgusto in direzione della donna, che era tornata a sedere sul suo scranno di foglie color del fuoco. «La pagherai maledetta meretrice!»
Stava per sfoderare la spada, ma abbassò la mano; Magett stava scuotendo la testa, non voleva scontri, nemmeno dopo ciò che era appena accaduto. Ora lo sapeva, il prezzo era quello. A terra, sul pavimento di roccia nuda e gelida si era formata una larga macchia di sangue scuro. Il suo sangue.
«Non ne vale la pena Aaron, è chiaro che non vogliono la pace come affermano le leggende sugli elberiani. Questa non è gente pacifica, ma solo piena d’odio. Non sono meritevoli di essere salvati». Voltò le spalle all’oracolo, in un gesto di puro disprezzo. In cuor suo provava dispiacere solo per quei poveri bambini, come il figlio di Trak e Séfina, creature innocenti condannate a morire prima dall’indifferenza di Lord Rud e poi dall’arrogante ottusità degli adulti che avrebbero dovuto proteggerli, anche dalla morte.
«Hai ragione, mio signore, non userò la mia spada contro persone immeritevoli della giustizia del re».
Magett gli sorrise debolmente: «Andiamo via da questo posto».
Mentre si appoggiava al cavaliere per poter camminare, udì però la voce dell’oracolo prepotente e chiara nella sua mente: «Moriranno in due, Krown, nel sangue e nella malattia. In due, prima della fine del decennio».      

Spero vi sia piaciuto, siate pure crudeli ed esprimete il vostro parere sinceramente. ^^ Se vi è piaciuto potete anche lasciare un votino al blog.

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10 pensieri riguardo “L’undicesimo Re – Capitolo 5 (quarta parte) – L’oracolo

    1. Grazie ^^ ho pubblicato doppio capitolo così almeno sono andata un po’ avanti e la storia si fa più interessante. Venerdì si vedrà

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  1. *Clap, clap*! Mi hai tenuto incollato allo schermo per tutto il discorso dell’Oracolo! Finora, questa è la parte che mi è piaciuta di più, ed è segno che la storia sta funzionando alla perfezione! 😉 Complimenti! 😉

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