L’undicesimo re – Capitolo 4 (seconda parte) Elber

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L’oscurità dominava completamente quel luogo abbandonato, privo di una qualsiasi presenza umana. Imperturbabile quanto il destino, il buio sembrava animarsi a ogni suo passo verso il fulcro dell’ombra, determinato a raggiungere ogni anfratto o crepa nel marmo distrutto dalle pietre, per incrementare le tenebre di quelle macabre rovine. Nonostante fosse ancora giorno e al tramonto mancassero ancora alcune ore, il cielo si mostrava plumbeo e l’aria intrisa di umidità, rendendo quel luogo ancora meno invitante. Un sottile strato di nebbia già lo avvolgeva, facendo apparire la distesa di macerie come una grande città fantasma, spezzata dalla guerra e poi dal passare del tempo.
     Gheraf si mosse veloce tra i cumuli di pietra e marmo disgregato dagli edifici crollati. Era straordinario come il tempo avesse roso la roccia per trasformarla in qualcosa di persino più resistente, senza però trasformarne del tutto la forma né distruggendo interamente quegli ultimi superstiti di una guerra lontana di secoli.
     L’oscurità si addensava verso il centro di una piazzola che contava ancora in una candida pavimentazione di marmo, tra le cui crepe si facevano strada le erbacce. Si fermò in piedi nel mezzo del cerchio bianco, s’inginocchiò a terra e toccò il marmo soffiandoci più volte sopra per allontanare la terra e lo sporco di molti anni. Era da tempo che non visitava quelle rovine, eppure ricordava l’ultima volta come fosse passato nemmeno un giorno; nella sua mente era rimasto tutto come allora.
     Scosse la testa per scacciare quei cupi pensieri. Il passato era passato, doveva solo pensare ad andare avanti e col tempo tutto si sarebbe sistemato. Aveva un compito, ricordò a se stesso, ed era necessario portarlo a termine.
Spazzò via con le mani l’ultimo strato di terra e fanghiglia. Il marmo sotto era più candido di quello già visibile, stranamente non erano evidenti macchie né alcuna imperfezione. Sotto l’ultima traccia di fango, però, cominciarono a intravedersi delle linee arcane, che seguivano un percorso tortuoso fino a una roccia vicina.
     “Trovato”. Si avvicinò alla roccia e seguì la sottile linea nera con un dito fino a che sentì con il polpastrello una lieve protuberanza rocciosa. Si chinò continuando a tenere la mano ferma sulla roccia per non perdere il punto, poi, esattamente dove la sporgenza si allineava con il pavimento, batté quattro colpi con il manico del pugnale. Sorrise tra sé. Anche questo lo ricordava, per sua fortuna. Si alzò, riponendo l’arma nel fodero, e attese paziente che accadesse ciò che si aspettava.
Passò qualche minuto e a un tratto sentì quattro colpi in risposta, che provenivano sempre dal pavimento, sotto i suoi piedi.
     «Ehi, tu» lo chiamò una voce leggera e distante.
     Gheraf si volse da quella parte: «Devo parlare con i maestri, per conto del principe della capitale. È importante».
     La figura apparsa in quel momento a qualche passo da lui gli fece segno di avvicinarsi: «Seguimi».
Lo condusse attraverso una serie di passaggi, scavati nel terreno come fossi tra le macerie; celati dalle imponenti rovine di colonne di marmo e templi di pietra, oltre che dalla nebbia che saliva verso sera, quei passaggi stretti, alti quanto un uomo, consentivano di  muoversi con maggiore agilità in quel posto disagevole e di creare tramite altri passaggi una fitta rete di strade sotterranee. Gheraf stesso le aveva utilizzate molte volte nel corso della sua vita, ma quelli erano ricordi remoti che avrebbe voluto cancellare dalla sua mente. Ripercorrendoli, però, si sentì come se fosse tornato ragazzo e uno strato di pesante nostalgia gli si posò sul petto.
     Avanzava nel buio, in silenzio, il cielo grigio, che s’intravedeva a tratti tra i pezzi di pavimentazione e di macerie che fungevano da soffitto, era coperto da nubi che permettevano una scarsa illuminazione, ma la figura incappucciata davanti a lui non sembrava curarsene. “Moccioso. Sarà uno dei nuovi allievi di Idhios, quella vecchia mazza di Stecrus non aspetta che il momento in cui arriverà il suo perfetto eroe delle ombre. Al diavolo…”. Sputò per terra. Quasi aveva dimenticato perché non voleva più avere a che fare con quella gentaglia.
     Continuò a seguirlo silenzioso, lasciando libero sfogo solo ai suoi pensieri su quella follia. Sarebbe dovuto andare al rifugio secondario, quello che alcuni conoscevano e il suo padrone stesso aveva scovato, ma la sua testa dura gli ricordava in ogni momento possibile la scelta compiuta e non poteva più tornare indietro. Sarebbe stato tutto fuorché un codardo.
Quando la figura ammantata di nebbia si bloccò davanti a un oscuro passaggio che sbucava dalle tenebre della terra,      Gheraf dovette abbassarsi per non sbattere la testa. Entrò cercando di non pensare a quanto fosse stretto lì dentro o all’odore di chiuso e di marcio che penetrava le sue narici. Ormai aveva stretto un patto e doveva onorarlo, altrimenti rischiava di fare l’orribile fine che i maestri avevano riservato al suo compagno di stanza. Era accaduto oltre venti anni prima, ma Gheraf non poteva dimenticare. Quel giorno si era promesso che non sarebbe morto in un modo così disonorevole, da vero codardo. Quello fu uno dei motivi che lo spinse a fuggire da quel posto tempo prima, lontano dall’oscurità.
     L’altro entrò a sua volta e richiuse la porta facendo rotolare un masso di pietra, nascondendo così l’entrata. Una volta che furono dentro entrambi il moccioso si rivolse a lui: «Possiamo consentirti di vedere solo fino a qui. D’ora dovrai procedere bendato, secondo gli ordini del maestro».
     «Va bene ragazzino, basta che ti muovi». Gheraf si lasciò bendare con un pezzo di sudicia stoffa che prima il ragazzo, si rese conto, teneva legata al polso. Si ricordò che anche lui faceva così, ma scacciò quel pensiero e si concentrò nel  mettere un piede davanti all’altro senza inciampare.
     Lasciò che il moccioso lo guidasse tenendolo per un braccio, anche se si sentiva uno stupido. Comunque non fecero molta strada, perché gli parvero trascorsi solo pochi attimi quando lo fermò e gli tolse la benda.
     Gheraf si guardò intorno, strizzando gli occhi per abituarli all’oscurità. Nemmeno la notte era nera quanto le tenebre che avvolgevano i cunicoli che spuntavano ai lati della stanza. Anche il freddo si faceva sentire, rabbrividì nel mantello e sputò a terra, per rendere partecipe il luogo stesso della sua presenza. Dopo tutti quegli anni, era ritornato.
     Il moccioso interruppe i suoi pensieri: «Perdonami se non posso accompagnarti oltre, devo andare. Comunque ti basterà prendere…»
     «Il terzo passaggio a destra, per arrivare direttamente alla sala delle ombre, ma non è lì che voglio andare». Sorridendo di scherno, dinanzi alla faccia sbalordita del ragazzo, Gheraf gli fece segno in modo brusco di andarsene.
     L’altro non se lo fece ripetere; si allontanò in fretta sparendo nel primo cunicolo a sinistra. Lui invece prese quello nel mezzo e avanzò solo dopo aver preso la torcia che brillava appesa a una parete da un attrezzo di ferro.
     Gheraf conosceva quel luogo da quand’era solo un ragazzetto sporco e cencioso che chiedeva l’elemosina ai passanti, eppure ogni volta che lo ripercorreva si ritrovava afflitto da un incontrollabile senso di disagio e il suo spirito era reso inquieto dalle ombre oscure di cui percepiva la presenza, che lo accompagnavano durante tutto il tragitto come guardiani fedeli. Un’aura d’inganno pervadeva quei luoghi, lo sapeva molto bene, ma non si sarebbe fatto prendere da loro. Strinse la presa sull’elsa della spada e continuò ad avanzare, tentando di scacciare tutti i suoi timori come gli avevano insegnato molto tempo prima i maestri dell’ombra. Era passati anni dall’ultima volta, ma ricordava le stesse sensazioni, come se percorresse quei cunicoli ogni giorno.
     Non ci mise molto a raggiungere la meta. Era una grande stanza circolare, fredda e umida. Dalle pareti rocciose gocciolava acqua, sottili ruscelli andavano a formarsi percorrendo antiche iscrizioni in rune ai suoi occhi sconosciute. Non era mai stato portato per lo studio delle rune, perciò non aveva mai imparato a leggerle. Sapeva che molti le trovavano meravigliose, ma Gheraf vedeva in quelle linee solo i segni dell’oscurità che avanzava. Quei luoghi erano stati costruiti in parte dagli elberiani, gli abitanti di quelle rovine prima che i maledetti Krown li sterminassero tutti dal primo all’ultimo. Quelle stesse rune erano state incise da loro e i significati in esse celati non potevano che essere intrisi di odio e maledizioni.
     «Belle, vero?» una voce fiera e profonda fece il suo ingresso nella sala. «Sapienti e tristi ricordi di quegli ultimi giorni di speranza. Tu non puoi ricordare, certo, eppure se chiudi gli occhi potrai ancora sentire le loro urla e i loro pianti. Gli ultimi, prima della fine».
     La voce s’interruppe in un alito di vento e si manifestò d’improvviso dinanzi a lui una figura del tutto simile a uno spettro nero, tanto che pareva persino incorporeo. Era avvolto dal mantello nero del dio delle tenebre, che gli teneva coperto il volto ma anche il resto del corpo. La sua piccola figura così ammantata di scuro appariva imponente e incuteva un timore al di là delle comuni paure.
     Gheraf però sapeva già cosa lo aspettava, perciò non rimase sorpreso, se non per il fatto di trovarsi davanti al maestro senza alcun preavviso.
     «Alcune abitudini sfumano col tempo, ma non i nostri vizi come posso dedurre». Anche la sua voce era un brivido spettrale che attraversava il corpo e penetrava la mente, riempiva tutto l’ambiente rendendolo più tetro ancora. Gheraf capì che si riferiva alla spada e al pugnale che portava al fianco, non ammessi in quella stanza, ma lui non li avrebbe riposti.
     «Certi vizi preferisco tenermeli stretti maestro».
     L’altro sorrise, ma un’ombra di sospetto per un attimo gli adombrò il volto. «Sapevo che ti avrei rivisto presto, ma temevo che sarebbe stato quel tuo principe a cercarci».
     «Maestro Sedtan, onore alla tua maestosa presenza» ricominciò Gheraf, tentando un approccio più cortese.
     «Risparmia le lusinghe, Gheratran, da noi non funzionano e tu dovresti saperlo bene. Chiunque sia stato uno di noi sa che in questi luoghi l’unica cosa che conta è il volere del nostro dio. Perciò vieni al dunque e non risparmiarti in dettagli».
     Gheraf scosse la testa: «Non sono qui per darvi informazioni, ma per richiederne a voi maestro».
     «Parla allora, che cosa vuoi? Abbi fede e otterrai tutte le informazioni che ti servono».
     «Non è solo questo, cerco anche una persona. Un sicario, il suo nome non lo conosco ma so che è stato inviato per soddisfare il volere del mio signore».
     «C’è stato un accordo tra noi e il principe Krown, ma lui non sembra averlo rispettato».
     «Nemmeno voi» ribatté Gheraf.
     «Certo, è giunta voce che la principessa sia viva, ma questo non significa nulla. Ella può ancora trovare la morte per mano di uno dei nostri sicari».
     «Sì, ma il mio signore desidera parlare con il sicario che ha fallito nel tentativo».
     «Parlare… Ne sei sicuro Gheratran? Davvero il principe desidera parlargli o forse cerca solamente vendetta?»
Gheraf si trattenne dall’estrarre la spada; sapeva che non avrebbe fatto a tempo nemmeno a sollevarla che le ombre l’avrebbero circondato e allora sarebbe stato in trappola. Tentò per un’altra via, seppur non meno rischiosa.
     «Il mio principe teme che i vostri sicari non siano in grado di fare il loro lavoro, ma intende darvi una seconda possibilità. Per questo vuole parlare direttamente con colui che ha fallito la prima volta».
Come aveva immaginato il maestro si mosse, assumendo una forma corporea e si avvicinò a lui senza produrre alcun rumore.
     «Potrei anche darti il sicario che cerchi, ma dovrai pagare per questo».
     «Il mio signore possiede tutto il denaro che vuoi, a patto che…»
     «No» lo interruppe Sedtan. «Non è denaro che chiedo in cambio, ma sangue. Mi sorprende che tu non rammenta i nostri usi. Voglio una vita per una vita, come è giusto che sia». Gheraf comprese di non poter più sfuggire a parole. Il maestro aveva ben intuito ciò che il principe voleva fare al sicario, perciò non poteva che combattere e sperare di uscirne vivo, ma sapeva che era una follia, solo una vana speranza. Oppure poteva stare al gioco e sperare di venirne fuori combattendo con la sua mente, con cui il maestro era sicuramente migliore di lui. Gheraf era fatto per la spada, non per le parole, ma doveva pur esserci un modo per vincere persino l’astuzia.
     Si esibì in un sorriso tirato, ignorando i nervi pronti a scattare. «Il sangue di quale sventurato dovrei portarti, maestro?» Era quello l’unico modo che conosceva. Una sfida.

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Vi ringrazio per la lettura 🙂
Spero che il capitolo non sia zeppo di refusi, in ogni caso vi invito a segnalarmeli tranquillamente.
Non dimenticate di lasciare un commentino per farmi sapere la vostra opinione.
Se volete potete anche lasciare un voto al blog ^^

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VI ASPETTO IL PROSSIMO VENERDÌ PER IL QUINTO CAPITOLO.
BUONA, DOLCE, SERATA A TUTTI

– Lady Erin Wings Krown.


Licenza Creative Commons“L’undicesimo re” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

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18 pensieri riguardo “L’undicesimo re – Capitolo 4 (seconda parte) Elber

  1. Finalmente sono riuscita a leggerlo *^*
    Mi piacciono moltissimo le descrizioni *^* brava! Stai migliorando davvero tantissimo, non mi stancherò di dirlo!
    Sono molto curiosa di conoscere di più su queste persone e soprattutto Gheraf mi ha intrigata. E’ un guerriero ma si è rivelato anche in qualche sorta un perfido oratore.
    Mi piace perchè ha proposto una sfida e sono ben curiosa di conoscere le condizioni!
    Alla prossima ^^

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    1. Grazie mille 🙂 sono molto contenta che mi trovi migliorata, era proprio quello che volevo, diventare più brava. Wow, non pensavo che Gheraf potesse intrigare 😀
      In seguito si sapranno le condizioni, spero non ti deludano. ^-^ Alla prossima!

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  2. Certo che sei incredibile, e questo nuovo scenario? Fantastico, ma quante robe hai in quella testolina? ^____^
    Ad ogni modo questo capitolo è conturbante e misterioso, lo adorato e spero che verranno altre scene in quei turpi passaggi e quei misteriosi personaggi!
    (scusami se ogni volta non commento in tempo reale…)

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    1. Ciao 🙂 tranquilla non c’è mai fretta. Grazie mille per aver letto. Questa fa parte del fantasy che c’è nella storia, contenta che ti sia piaciuto. Hehe ce ne sono di idee… 😉 pian piano le porterò a compimento tutte.

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  3. Eccomi! Eccomi! SOno riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo e proseguire. Sono qui per lo scambio, il 14°, ma anche perchè sono curiosa come una donnola di vedere come proseguirai.
    Gheraf già mi piace! Tantissimo e finalmente scopriamo qualcosa in più su Elber. Non me lo sarei aspettato che la città nascondesse una vera e propria setta di assassini, ma questo risponde ai miei dubbi sul capitolo prima. eh sì!
    Prosegue davvero in modo interessnatissimo questa storia, forza e coraggio IRE! Sono più che certa che riuscirai a farne uscire qualcosa di epico.

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  4. Oooh, il mistero si infittisce XD Questa storia si fa davvero intrigante e non vedo l’ora di approfondire la conoscenza di Gheraf, si prospetta un personaggio interessante 🙂 Scusa per il ritardo, ma pian piano leggerò tutto XDXDXD E comunque complimenti, il tuo romanzo mi piace un sacco e sono d’accordo con Alice, migliori ogni volta di più 😉

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