Spettri – Per il Circolo di Scrittura creativa Raynor’s Hall

Salve a tutti! 😀 e buona domenica.
Oggi vi presento un racconto breve realizzato per il Circolo di scrittura – Raynor’s Hall di Alice Jane Raynor. Buona lettura!

Spettri-IreneSartori-copertinaverticale ridotta

spettri-copertinaxwattpadAutore: Irene Sartori (Erin Wings Krown)

Titolo: Spettri

Oggetto: Per il I contest del circolo Raynor’s Hall

Tema scelto: “Spettri” di Erin Wings

Genere: racconto breve.

Sottogenere: horror/thriller, psicologico, drammatico

N. di caratteri (sp. inclusi): 8.000

N.d.A

Non so per quale motivo mi è venuto naturale scriverlo in prima persona, nonostante io sia più per la terza. Ditemi cosa ne pensate, sono curiosa. Con quale vado meglio (voi che mi avete già letta?) Spero non mi diciate in seconda persona. 😉


Quella porta. Quella grigia, con le sbarre, in fondo alla stanza.
È sempre uguale, eppure non posso costringermi a non fissarla in continuazione. Da lì provengono i rumori, oltre di essa c’è la vita, il mondo che ho abbandonato.
Mi guardo attorno al sibilo improvviso del vento, che irrompe da un invisibile crepa sul muro. «No. No, no!». Urlo, mi stringo la testa tra le mani. «Qui non c’è vento!» Sbatto i piedi, premo le dita sulle tempie per far uscire dalla mia testa le loro voci. «No! Qui il vento non entra!» “Qui non c’è vento”, ripeto a me stesso. “Qui non c’è vita”.  Ci sono solo io.
Eppure so che non è così. Perché io li vedo. Avvolti dalle tenebre in un angolo, come se indossassero un nero cappuccio di ombre; avanzano ma non si muovono, non come farebbero persone normali. Tengono china la testa e le mani lungo il corpo sottile, quasi trasparente. Un candore inumano contorna le loro figure di tenebra, accecano i miei occhi ma loro non se ne curano. Perché dovrebbero? In fondo mi vogliono morto. Perché dovrebbero curarsi dei miei sentimenti, anziché aumentare le mie paure?
Abbasso gli occhi, impotente. Sento che continuano ad avanzare e mi guardano con i loro occhi di oscurità invisibile, sembrano volermi penetrare fin dentro l’anima, e non so come fanno senza nemmeno guardarmi. Forse loro non hanno bisogno di vedere con gli occhi, scrutano direttamente nel mio cervello e nella mia anima macchiata di nero. Scuoto la testa, ricordandomi di non dimenticare. L’avevo promesso a Stef che avrei ricordato. Non sono loro i mostri.

***

Sentivo l’erba sotto i miei piedi sfiorare la pelle in un bacio umido di rugiada. Gli steli duri s’impiantavano tra le dita, rosicchiavano l’alluce come topolini verdi e sottili, s’infiltravano in ogni ferita causata da chissà quale vaso rotto. Era sempre così; ogni notte rompevo un vaso e dato che mia madre ne aveva una costosa collezione, avevo deciso di inchiavare la porta dove li teneva. Eppure quei cocci piantati sui piedi… di cos’altro potevano essere?
Tornavo a casa scalzo, dopo il mio ultimo attacco, quello della notte scorsa. Indossavo dei jeans, ma il mio busto era nudo e rivelava un petto da ragazzino ancora acerbo, pieno di graffi e cerchi violacei. Me ne accorsi guardandomi allo specchio, dopo essermi trascinato fino in casa. Aprii l’acqua della doccia e mi sciacquai velocemente. Uscendo con l’accappatoio chiuso sul davanti, mi resi conto di aver lasciato una scia di sangue sul pavimento dalla porta d’entrata a quella del bagno.
Fu allora che mi accorsi di avere i piedi feriti da grossi pezzi di vetro. Esplorai ogni centimetro delle piante e riuscii a estrarre tutti i pezzi e a metterli insieme, sanguinanti, sul tavolo, per ricomporre l’oggetto che avevo rotto stavolta. Il sangue ancora mi gocciolava dai piedi, che tenevo sopra un’altra sedia, e finivano a terra dove si era formata una piccola pozza scura.
Mancava l’ultimo pezzo, ancora sopra al tavolo, ma ormai avevo ben compreso di cosa si trattasse. Era la cornice preferita di mamma, di vetro soffiato, difatti qualche pezzo era di un blu accesso, altri trasparenti, altri ancora rossi e color miele. Una cornice importante, quasi più dei suoi vasi. Era troppo preziosa, al punto che la considerava come una figlia. Quell’oggetto di vetro era la sua stessa vita. La teneva sempre accanto al suo letto, sopra a un comodino rosso sangue.

***

Non basta il tormento che sento dentro solo al pensiero di ciò che ho fatto. Loro non fanno che gettarmi ombre di cui non ho colpa.
«Non ucciso Stef, avete capito? Non l’ho uccisa!» urlo contro alle immobili figure in un angolo. «Non ho ucciso Stef» ripeto più a me stesso che alle ombre. Trattengo le lacrime e mi lascio cadere sul letto. L’ha ammazzata mio fratello, anche se in prigione ci sono io, a sopportare il dolore, a morire lentamente. Ci sto io qua al posto suo, ma non posso odiarlo per questo. Ho fatto la mia scelta.

 ***

«Ehi, vieni, entra. Ti prego, sbrigati, Gio, è un disastro».
Ero entrato con il respiro affannoso, la lingua penzoloni come un cane e un rumore di scarpe nuove a segnare i miei passi.
«Sta calmo, okay? La sistemiamo questa faccenda. Non devi agitarti».
«Va bene ma non chiamare nessuno, ti prego». Mio fratello mi guardava con occhi stralunati che in lui non avevo mai visto. Possibile che non fossi solo io lo svitato? Me lo chiesi mentre varcavo la soglia della sua bella villetta in periferia, dove abitava con la moglie, che poi scoprii essere incinta. Appena mi trovai dentro percepii che qualcosa di orribile era accaduto; chiamiamolo uno strano sesto senso, o forse il fatto che ormai era abituato a sentirlo ogni volta che si avvicinava uno dei miei attacchi.
Lui mi seguì continuando a farfugliare; era in preda alla disperazione e forse anche a un mezzo attacco isterico.
«Sta calmo, Fran’, andrà bene okay?» ripetei tentando di istillare un po’ di sicurezza dentro di lui e calmare quei nervi pronti a scattare. La conoscevo troppo bene l’isteria per rimanerne sconcertato o impassibile. Lui nemmeno mi rispose e non dovette condurmi nella stanza dove sapevo avrei trovato qualcosa. Fu l’istinto a guidarmi; erano le undici di sera e a quell’ora mio fratello e la moglie Stefania se ne stavano sempre sul divano a guardare la tv. Lo sapevo, era anche una mia abitudine.
Il primo passo in cucina e mi sentii togliere il fiato; i miei polmoni si svuotarono, la testa cominciò a ballare come quella volta che avevo bevuto whiskey e champagne alla cerimonia di nozze di Stef.
Sul pavimento bianco, sangue scuro era sparso a schizzi e macchioline e una lunga striscia sottile e più chiara correva verso il salotto. «Diavolo Fran’, che hai fatto?» Mi uscì solo un sibilante sussurro, come se mi avessero schiacciato le corde vocali. Il mio brutto presentimento si era realizzato in pieno. Mio fratello mi rivolse un’occhiata da pazzo. Aveva le orbite fuori dalle testa da quanto teneva gli occhi sgranati. Quegli stessi occhi che quando ero piccolo mi cullavano e m’infondevano fiducia e coraggio, ora erano pozzi scuri in cui vedevo solo follia e disperazione.
Svenni prima di raggiungere il salotto. In ogni caso, ancora prima di vedere i loro corpi martoriati, avevo preso la mia decisione. Mio fratello meritava una seconda possibilità; io, di fatto, avevo commesso un omicidio peggiore, anche se non ne avevo mai avuto la certezza. Così mi presentai alla polizia e giurai di essere stato io ad ammazzare la moglie incinta di mio fratello. Dentro di me morivo mille volte. Perché amavo Stef e sarei voluto andare con lei.

 

* * *

Per questo ho preso la mia decisione, quella finale, l’ultima che posso fare prima di venire trasferito in un carcere di massima sicurezza dove probabilmente dovrò passare il resto dei miei giorni. Tengo saldamente la coperta arrotolata. Ne ho fatto un cappio, che lego un’estremità sulla sbarra del letto; il secondo è abbastanza in alto perché io possa penzolare tranquillo senza toccare terra. Stranamente ora va tutto bene, quasi mi sento felice. O forse è solo l’euforia prima del salto nel vuoto.
Quando mi lascio andare la mia testa è piena della bellezza di Stef. Sento la corda premere morbida sul mio collo e poi uno strattone. Senza nemmeno rendermene conto, inizio a soffocare. Loro sono tutti lì che mi guardano: mia madre, ancora grassa e bella come la ricordavo, Sara, la mia meravigliosa sorellina, e Stefania, che sarebbe dovuta essere mia. Ha ancora il pancione, ma quella è l’unica cosa umana che vedo in lei. Una lacrima mi scivola lungo le guance mentre muoio lentamente. È solo un sogno, mi dico, come quando non riuscivo ad addormentarmi dopo i miei attacchi. Mi lascio andare, senza più tentare di respirare; le mie mani smettono di artigliare la corda di coperte che mi stringe il collo e le braccia ricadono inermi e penzoloni. È solo un sogno, ripeto guardando per l’ultima volta la mia fredda cella. È tutto un terribile incubo, ma io sto per risvegliarmi.


Licenza Creative Commons“Spettri” di Irene Sartori è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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18 pensieri riguardo “Spettri – Per il Circolo di Scrittura creativa Raynor’s Hall

        1. Ne sono lieta, si solito tendo a utilizzare la prima persona più per i racconti brevi, mentre per i lunghi prediligo la terza perché adoro sviluppare diversi punti di vista. Comunque scriverò sicuramente qualcos’altro anche in prima. 😉 grazie ancora per l’attenzione.
          A presto! ^-^

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  1. Porco giuda Ire! Ma sin dall’inizio lui era uno spettro?
    Uno dei racconti più angoscianti del contest… brrrr
    Onestamente non ho molto da dire a livello tecnico e/o altro. La lettura l’ho trovata scorrevole, non appesantita, ho recepito tutto sino al tremendo epilogo!

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    1. Ahahah XD questo è un commento epico! La verità? L’epilogo è aperto, sono diverse le possibilità e ognuno può interpretarla in modo diverso… Grazie, grazie ^^

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  2. Ciao ^^ Ho letto un po’ di tempo la storia ma solo adesso ho avuto l’opportunità di lasciarti un commento 🙂
    La tua storia mi è piaciuta tantissimo, sia per lo stile che per la trama.
    E’ coinvolgente, con un epilogo aperto a creare ancora più suspance nella mente del lettore… davvero bellissima, complimenti 🙂

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