Le lune di Chantel – capitolo 5 (prima parte)

Eccomi qua con la nuova “puntata” de Le lune di Chantel 🙂

LldC - copertina 7

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A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: Ma dov’eravamo arrivati?

Riassumiamo…

Nella quarta puntata, la nostra Sherry si risveglia dopo un incubo su quella strana casa dove sembra abitare il suo strano vicino. Il pomeriggio, mentre esce per un passeggiata, le viene in mente quel particolare della cassetta della posta, quando Harry, il vicino, le aveva detto di sapere il suo cognome perché l’aveva letto lì. La trova sepolta sotto una pianta rampicante, e, colpo di scena, il suo nome non c’è scritto. Ce n’è scritto un altro, invece: Adrian Blake. Poi c’è un altro nome cancellato. Come faceva, quindi, il vicino a sapere il suo nome?

In quel momento arriva proprio lui, Harry, che la invita a fare un giro. Nella misteriosa via delle nere, Harry la porta in un negozio strano dove una vecchietta ancora più strana e inquietante gli consegna un sacchetto di plastica. Cosa può esserci dentro?                                                                                  

La sera, tornata a casa, Sherry trova sopra al tavolo un enigmatico biglietto firmato B. Subitolo ricollega al nome sulla cassetta della posta. B di Blake, come Adrian Blake.

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Capitolo 5, prima parte
L’ultima casa di Blake Street

Freddo. Sudore freddo gli appiccicava la pelle come un velo di morte. Sentiva le lenzuola pizzicargli il petto e assurdamente percepiva il materasso sotto di sé. Il rumore del suo stesso respiro lo affannava ancora di più, esortandolo a correre.

Così lui correva, più veloce di quanto avrebbe mai creduto. Eppure gli sembrava che non bastasse mai; per quanto guadagnasse terreno, restava tutto così immobile; era come se corresse da fermo e il mondo gli sfilasse attorno.

Quelle urla terribili lo inseguivano. Urla disumane, né femminili né maschili, che gli penetravano le orecchie. Stavano per prenderlo, come mani gelide e scheletriche che lo afferravano da dietro. Stavano arrivando, acute e terrorizzanti; così forti, così vicine…

Sbarrò gli occhi e si sollevò dai cuscini, urlando. Il suo respiro correva come un treno, il cuore gli martellava nel petto. Si sentiva addosso una brutta sensazione di umido, sudaticcio.

Si rese conto che non era lui a urlare. Quei rumori agghiaccianti provenivano da lì, dal mondo reale. Doveva fare qualcosa, doveva fermarle. Si alzò, rimanendo a torso nudo e pantaloni del pigiama. Il suo respiro era ancora accelerato.

Fuori nel corridoio non c’era nessuno, ma le urla continuavano. «No, no, no!»

“No, basta!” La testa gli doleva per quel rumore e il terribile risveglio. Barcollava, reggendosi con una mano alla parete, ubriaco di sonno.

     «No, no, no!» In fondo al corridoio le urla si fecero più forti. “No”. La porta era quella, segnata di bianco. Una porta bianca che sembrava condurre al Paradiso. “No, ti prego non voglio”.

Le urla aumentarono. Erano strilla disperate. Doveva fare qualcosa. Si avvicinò alla porta, un passo dopo l’altro, cercando di tenere a freno il battito irregolare del suo cuore. “No. No, non voglio”. Le tempie pulsavano, mentre le urla si facevano sempre più intense. Non aveva altra scelta, se voleva farle smettere.

Ignorando il suo subconscio afferrò la maniglia, con la mano in preda agli spasmi, e aprì la porta.

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«Sì, mamma, verrò la prossima domenica».

«Ma tesoro, è dopodomani domenica».

«Bene, allora verrò dopodomani». Sherry alzò gli occhi al cielo, esasperata.

«Bene, Shantie». La voce di sua madre era stucchevole da far fastidio. «Domani dirò a tuo padre di mandarti la tua auto nuova».

“Cosa?” Sherry per poco non lasciò cadere il cellulare.

«Domani? Quindi papà l’ha già comprata?»

«Sì, tesoro. Domani mattina sarà davanti alla tua porta. Promesso». “Evvai!” Sentì l’eccitazione scorrerle nelle vene.

«E domenica…» continuò sua madre.

«…Sì, domenica vengo a trovarvi. Non preoccuparti mamma, ci sarò».

«Bene. E ricordati che è anche il compleanno di tuo fratello».

“Oh, merda, vero… il 13 giugno”. «Sì, certo mamma. Gli farò un regalo. Ciao, ora devo andare».

«Ciao, tesoro, non vedo l’ora di vederti». “Manco solo da neanche tre settimane, mamma!”

Sherry chiuse la comunicazione, infastidita. “Maledizione, anche il compleanno di Danny”. Strinse il cellulare in pugno, con rabbia. Era venerdì, fuori pioveva, e aveva programmato di passare il pomeriggio a guardare film d’azione e leggere romanzi di Stephen King. Invece era costretta a correre per negozi in cerca di un regalo decente per il suo fratello stronzetto.

“Fanculo”. Posò il cellulare sul tavolo e si diresse alla finestra. La pioggia continuava; gocce dalla forma di lacrime scivolavano sul vetro appannato. “Una giornata perfetta per un pomeriggio di shopping selvaggio”, ironizzò Sherry.

Poi le venne in mente la tv che ancora non aveva comprato. Forse quello era il momento buono per farlo.

“Maledetto autobus!” Erano due ore che aspettava, sotto la pioggia, alla fermata. “Perché non arriva?” L’ombrello sopra di lei era zuppo, le gocce battevano furiose.

Diede un’occhiata all’ora sul cellulare. Erano già le quattro del pomeriggio. Ancora mezz’ora e avrebbe perso la speranza. “Dieci minuti, c’è tempo. Arriverà” si disse.

In quel momento un rumore di passi la distrasse. Si volse. “Harry?” Correva sotto la pioggia, in maglietta a maniche corte e pantaloni di tuta. Se non fosse stato così mortalmente pallido, Sherry lo avrebbe trovato quasi sexy.

«Ehi, Chantel!» la salutò lui. Si fermò con le mani appoggiate alle ginocchia. Aveva il fiatone. Da quant’era che correva?

«Ciao. Stavi correndo?»

«Sì, mi piace correre sotto la pioggia».

«Davvero?»

«Sì. Tu che ci fai qui?»

Sherry gli mostrò il biglietto per l’autobus. Lui, in modo del tutto inaspettato, si mise a ridere.

«Che c’è? Lo trovi divertente? È da due ore che aspetto».

«Puoi aspettare anche fino a domani» affermò Harry. «Oggi gli autobus non passano di qua».

«Ma è venerdì!» “Non ci posso credere”.

«Infatti, è festivo».

«No che non è festivo».

«Sì che lo è».

Sherry scosse la testa. “Non è possibile…”.

«Qui lo è».

“No…”. Guardò sconsolata il punto dove sarebbe dovuto spuntare lo sgangherato. “Niente regalo per Danny. La mamma mi ammazzerà”.

«Vieni, se vuoi ti accompagno a casa». Harry sorrise. Quando lo faceva ero molto più carino; sembrava persino meno pallido.

«Tu vorresti accompagnarmi? Guarda che sono io quella con l’ombrello» rise Sherry. Indicò con un cenno della testa il grande ombrello blu sopra di sé.

«Pazienza. Vorrà dire che sarà per un’altra volta». Con una smorfia sulla faccia, fece per andarsene.

«No!» lo fermò Sherry. «Aspetta!»

Lui la guardò con espressione perplessa.

«Forse non è una cattiva idea. Insomma…» alzò le spalle. «Posso anche accompagnarti io, se ti va».

«Quindi il venerdì è festivo».

«Sì» confermò Harry.

«Tutti i venerdì».

Annuì con aria decisa. La pioggia gocciolava dai suoi capelli, facendoli sembrare ancora più neri. Gli occhi risaltavano come due diamanti azzurrini. Le occhiaie violacee li facevano sembrare più chiari e ancora più grandi.

«E che si festeggia?» domandò Sherry in tono infastidito, cercando di concentrare lo sguardo sulle gocce che cadevano attorno a loro.

Lui scrollò le spalle. «Non interessa a nessuno».

«A me sì» insistette Sherry. «Se devo perdere l’autobus ogni venerdì, almeno voglio sapere il perché».

Harry si accigliò. Era chiaro che la trovava divertente, forse anche buffa.

«Dimmelo. Voglio saperlo» s’impuntò lei.

«Va bene. Non è nulla di che, comunque. Il venerdì è il giorno in cui fu finita di costruire questa città. Solo che, col tempo, finì per perdersi la vera data e così tutti cominciarono a festeggiare la fondazione della città tutti i venerdì».

«Okay». “Che razza di festa”.

«Te l’ho detto che non è nulla di fantastico».

“Oh, Dio, legge nel pensiero?”

La pioggia cominciava lentamente a smettere. Si stavano avvicinando a Blake Street. Una nebbiolina, sottile e grigia, avvolgeva le case, tagliata dalla pioggia. Sembrava di essere in autunno, invece che in piena estate. “Questa città è peggio di Forks”, pensò Sherry.

Teneva l’ombrello in alto, in modo che coprisse le teste di tutti e due. Harry era bello alto. Forse sul metro e novanta. Era per questo che si sentiva così attratta da lui in quel momento?

«Quindi dovevi prendere l’autobus» cominciò Harry.

«Sì, volevo andare in centro»

Lui aggrottò la fronte: «Bel tempo per fare un giro…».

«Va beh, non era solo per fare un giro. Dovevo comprare un regalo per mio fratello. Domenica compie gli anni».

«Ah».

Rimasero in silenzio per un po’. Lui camminava a testa china. Sherry, di tanto in tanto, lo guardava di sottecchi. Poté così cogliere qualche dettaglio in più del suo volto: un piccolo neo nell’angolo del sopracciglio sinistro, il naso leggermente storto, la curva leggera delle labbra che terminavano con gli angoli in giù.

«Ehi. Che fai?»

«Cosa?» Sherry si riscosse. «Ni-niente, no-non sto facendo niente».

Lui sollevò un sopracciglio: «Siamo arrivati».

Sherry si guardò intorno. Erano davanti a casa sua. «Non vuoi che ti accompagni? Ce l’ho io l’ombrello…»

«Non serve, tanto sono vicino».

«Va beh, tienilo tu allora». Gli porse l’ombrello e lui rimase per un attimo a guardarle la mano. Poi lo afferrò. «Okay, se insisti… te lo riporterò».

Sherry alzò le spalle: «Fa niente, è solo un ombrello» disse e corse via per non bagnarsi tutta.

“Gli ho dato il mio ombrello”. Le veniva da ridere. Si tolse le scarpe e si appoggiò alla porta con la schiena. “Niente regalo per Danny, e niente ombrello”. Si mise a ridere così tanto, che pensò di non finire più.

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Mentre cenava riesaminò la misteriosa lettera che aveva trovato sul tavolo giorni prima.  Si era asciugata e aveva assunto l’aspetto di un rigido foglietto spiegazzato. Si vedeva bene che era scritto a mano, con una calligrafia minuta, elegante, ma un po’ frettolosa. Sembrava che il mittente stesse tremando mentre la scriveva.

Il bello era che non si poteva definirla proprio lettera. Sherry l’aveva trovata sopra al tavolo, non era stata spedita. Era solo un foglietto, per di più malmesso.

“B. Adrian Blake”. Non riusciva a spiegarsi il significato di quelle parole.

È stato un pomeriggio piacevole. Vorrei tanto rifarlo. Presto.

B.

Era assurdo. Quale pomeriggio piacevole? Rifarlo? Presto? Sherry sentì il cuore battere forte. Quelle parole le comunicavano un senso di profondo disagio. La facevano sentire irrequieta. Qualcuno la stava pedinando? Chi poteva essere Adrian Blake, autore della lettera e proprietario della casa prima di lei? Ed era davvero quello il suo nome? B poteva indicare moltissimi nomi, non per forza Blake. Eppure il nome sulla cassetta della posta… e il fatto che Harry… “E se fosse stato lui a lasciarmi questo biglietto?” In effetti Harry sapeva il suo indirizzo, essendo un vicino di casa, e poi avevano passato insieme il pomeriggio, quel giorno in cui aveva trovato la lettera sul tavolo.

“Forse dovrei chiederglielo”. Piantò la forchetta sull’ultimo boccone, soppesando quella possibilità.

Mise il piatto sul lavello e fece per buttare via il foglietto che aveva in mano. Poi ci ripensò e lo lasciò sul tavolo. Meglio tenere le prove. Che cosa provava, però, quel foglietto? Probabilmente nulla, si disse.

Eppure un senso doveva averlo e lei l’avrebbe scoperto.

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Questa era la prima parte della quinta “puntata”.
Vi aspetto il prossimo venerdì con la seconda parte e magari, se ce la faccio, anche con la sesta puntata.

Grazie per la lettura, 🙂 Alla prossima!

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