Le lune di Chantel – capitolo 4

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Capitolo 4 – Blake Street 

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La via era scura, parzialmente illuminata dalla luce arancio di un unico lampione. Era sera inoltrata, la luna d’argento baciava la notte e i capelli biondi di Sherry, mentre lei camminava a passo svelto lungo il marciapiede.

Tutto era come sfocato, avvolto da una nebbia sottile. Man mano che si avvicinava alla fine della via, Sherry vedeva la nebbia diradarsi, diventare sempre meno fitta. Poi la vide: la casa. Immersa nella notte, alta e col tetto nero, che si confondeva nel buio. “La casa delle streghe”, pensò, mentre si guardava attorno perduta. Cosa ci faceva lì, perché non tornava indietro? Sapeva che sarebbe stata una buona idea scappare via di corsa; eppure i suoi passi la conducevano sempre più vicino alla casa.

Sherry arrivò alla porta. Enorme, nera, minacciosa. Le girava la testa. Si sentì cadere, e in quel momento la porta si aprì. Un urlo terribile venne dall’interno e si propagò per tutto il cortile. Sherry urlò a sua volta, il terrore che la possedeva. Non poteva muoversi; si sentiva afferrare da mani di gelo, morse d’acciaio.

Quando sollevò lo sguardo, spaventata, vide solo due occhi di ghiaccio e scure occhiaie viola.

La nebbia si stava avvicinando in fretta, un mostro con mani grigie senza forma né un peso. Si strinsero attorno a lei, la nebbia la chiuse in un bozzolo.    Sherry urlò, mentre quegli occhi diventavano più grandi, e la fissavano…

“No!”. Sherry fu svegliata dal suo stesso urlo angosciato. La paura le attanagliava lo stomaco. Respirava con affanno. Si alzò a sedere, scostando le coperte con un gesto frettoloso. Si portò una mano al petto. “Mio Dio, che incubo”. Le era sembrato così reale, talmente che per un attimo si guardò attorno per essere certa che quella in cui si trovava fosse la sua stanza. “No, non la mia stanza. Questa non lo sarà mai”, pensò con tristezza. Si abbandonò ai cuscini, mentre il suo respiro, lentamente, andava calmandosi.

“Perché ho fatto un sogno del genere, maledizione!” Sotto la sua mano, sentiva il cuore battere forte. “La casa delle streghe. Era proprio quella? La casa di Harry”. Pensare al suo nome le mise ancora più angoscia. Quegli occhi di ghiaccio erano i suoi, ci avrebbe scommesso. “Perché ho sognato che voleva farmi del male?” Sperò che non fosse una specie di sogno premonitore. Il vicino di casa pazzo e maniaco. Non sarebbe stata certo una bella scoperta; e nemmeno una cosa tanto strana, si disse prendendo un respiro profondo.

Un abbondante colazione la aiutò a calmare i nervi e a dimenticare, in parte, il sogno. Non pensò più.

Quel pomeriggio chiamò sua madre, tanto per farle sapere che era viva.

«Sì, mamma, sto bene» ripeté per la millesima volta. «Non è così male qui, mi ci abituerò». Dentro di lei era ancora arrabbiata, ma non era il caso di angosciare ancora di più sua madre.

«Bene, tesoro, sono contenta di sentirtelo dire. Io e tuo padre eravamo preoccupati. Allora, com’è l’appartamento?»

«È carino mamma. Mi piace il divano, e anche la mia stanza. Mi sembra di essere a casa».

Dall’altra parte si sentì un mezzo singhiozzo: «Mamma, tutto apposto?»

«Oh, sì, tesoro». Ora Sherry sentiva che stava piangendo. «È solo che mi manchi, tesoro».

«Verrò a trovarvi».

«Non hai la macchina, Shantie cara. Forse avrei dovuto darti la mia». “È vero, la macchina”.

«Non importa mamma. Verrò in bus».

«No, non se ne parla neanche tesoro. Dirò a tuo padre che ti mandi un assegno. O meglio ancora, gli dirò che ti mandi una macchina».

“Oh, wow, una macchina…”. Sherry sentì il cuore mancare un battito. «Ma non aveva detto di volermela comprare per il diploma? Manca ancora un anno scolastico…»

«Sì, è vero». Sherry sentì la voce di sua madre calare di tono. «Magari proverò a dirglielo, va bene?»

«Va bene mamma, grazie».

«Ci sentiamo tesoro. Ti chiamerò tra un paio di giorni, ok?»

«Sì, mamma, ok. Stammi bene». Un nodo in gola le impedì di dire altro. Deglutì. Le mancava sua madre, più di quanto avrebbe pensato.

Riattaccò. Ecco, prima la paura, ora la tristezza. Una perfetta combinazione, si disse affondando il broncio tra i cuscini del divano.

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Alle cinque di sera il sole si nascose tra le nuvole, ma Sherry decide comunque si fare una passeggiata. In quella via il movimento nelle strade era ridotto a zero, ma bastava imboccare Paper street per uscire da quella calma piatta. Là c’era qualche quartiere, e in un parchetto non lontano i bambini giocavano sulle altalene.

A Sherry piaceva andare lì, e respirare aria di gioia. La metteva di buonumore.

Indosso i suoi jeans chiari mezzi strappati, una felpa leggera e le converse. Fuori la temperatura era tiepida, ma il cielo grigio prometteva pioggia.

Osservò i due alberi piantati nel suo giardino; erano scossi dal vento. Chissà chi li aveva piantati. A volte se ne faceva di queste domande.

Avvicinandosi al cancello i suoi occhi si posarono sulla pianta rampicante. Cresceva per metà del cancello, disordinata e selvaggia. Era punteggiata di piccoli fiori rossi, sparsi tra le foglie verde pallido. Sembravano lacrime di sangue.

Sherry uscì e chiuse il cancello. La sua mente fu folgorata da un’immagine. Due occhi di ghiaccio, una mano che fruga nella tasca alla ricerca del pacchetto di sigarette. Poi quella voce strana, misteriosa. Moon, mi pare… c’è scritto nella cassetta della posta.

    Sherry rimase con la mano attaccata al cancello. L’aveva appena chiuso, ma, d’improvviso, la voglia di camminare le era passata. Il suo sguardo si posò su una macchia grigia tra le foglie del rampicante. Sembrava metallo, forse ferro.

“La cassetta della posta”. Moon… c’è scritto nella cassetta della posta.

Sherry affilò lo sguardo, istintivamente. Portò una mano su quel punto e scostò il pallido rampicante verso sinistra. Ed eccola, la cassetta della posta. “Certo che non l’avevo vista prima. Era nascosta da questa pianta”.

La cassetta della posta era mezza sfondata da un lato, ma c’era scritto qualcosa sopra. Sherry si chinò in avanti per leggere una targhetta giallastra grande quanto il suo mignolo. “Moon. Chantel Moon”. Invece non fu quello il nome che vide. «Adrian Blake?» lo disse ad alta voce. Non era il suo nome. D’un tratto le parve assurdo. Come aveva pensato che potesse esserci scritto Chantel Moon su una cassetta della posta che non aveva mai visto?

“Blake… come Blake Street. È questa via”. Per un attimo Sherry pensò che il suo appartamento fosse appartenuto a qualcuno che aveva dato il nome alla via. Era possibile? non rimase lì a pensarci. Si volse per andarsene a fare un giro…

E sbatté addosso a qualcuno. Le uscì un gridolino di sorpresa, mentre le arrivava alle narici un buon profumo di menta, soffocato dall’odore del fumo. “Fumo? O mio Dio”. Sherry si allontanò bruscamente da quella situazione imbarazzante. Si ritrovò davanti proprio chi pensava.

«Ehm… Harry, giusto?»

Lui sorrideva. Le parve strano, dato il suo sguardo tranquillo e per nulla imbarazzato. «Ciao. Chantel».

«Che… che ci fai qua?»

«Ero di passaggio. Avevo pensato di salutarti». Il sorriso era già scomparso dal suo volto. Ora si guardava attorno con sguardo indagatore. «Cosa stavi facendo?»

«Potrei chiederlo io a te… mi stavi osservando?»

«Sono solo arrivato nel momento sbagliato». Sollevò le spalle.

«Okay». Sherry sentì un brivido correrle lungo la schiena. Aveva appena scoperto la sua bugia e fatalità se le era trovato davanti. Fu quasi tentata di chiedergli il motivo della sua menzogna, ma decise che era meglio non farlo. O forse preferiva non saperlo, soprattutto in quel momento.

«Scusa, forse ti ho disturbata». Harry fece un passo indietro. «Me ne vado».

Sherry aggrottò la fronte: «Dove vai?» Non sembrava dover tornare a casa. Infatti puntata verso sinistra. “Non sarebbero affari miei, però”, si disse Sherry.

Anche lui parve sorpreso dalla domanda: «Vado in centro. Devo comprare una cosa. Vieni con me?»

«Con te?» Sherry per poco non sbarrò gli occhi. Cercò di trattenersi. “Perché diavolo dovrei dirgli di sì?” Eppure lo fece. Annuì.

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«Dove si va di preciso?» chiese Sherry pochi minuti dopo.

Si trovavano all’inizio di Paper Street, dove si affacciava il primo, piccolo quartiere della periferia.

«In via delle nere» rispose Harry. Le camminava affianco e lei poteva sentire il suo strano profumo. Non pensava potesse odorare così di buono, persino con il fumo addosso.

«Via delle nere?» S’immaginò un mucchio di donne dalla pelle d’ebano, affaccendate attorno alle case, incollate ai muri nelle braccia di uomini vogliosi. Si sentì arrossire. Quel nome “via delle nere” aveva un che di erotico.

«Sì, tutti la chiamano così» disse Harry, distogliendola dalla sua fervente immaginazione. «In realtà il suo nome è Blake Avenue».

Sherry alzò un sopracciglio: «È come Blake Street».

«Si collega a Blake Street».

«Oh. Quindi che ci andiamo a fare a Blake Avenue?»

Harry scrollò le spalle: «Nulla di che. Devo solo comprare una cosa».

Sherry capì che non doveva insistere, ma la curiosità rimase; anzi, divenne più forte. “Comprare una cosa…”. Le sapeva tanto da “comprare la roba”. Quell’idea non le piaceva per niente. Che fosse davvero drogato? Di certo era meglio non chiederglielo.

Harry cacciò una mano nella tasca dei jeans e tirò fuori un foglietto. Lei ne rimase sorpresa. Avrebbe pensato che prendesse una sigaretta.

«Cos’è?» “O no, che ho detto?” Si morse la lingua. “Maledetta curiosità!”

«È una lista» rispose lui in tono freddo. “Ecco, l’ho fatto arrabbiare”. Perché poi le interessava tanto? Forse era perché quello strano ragazzo era un potenziale drogato? Non ne era così sicura.

Decise di non insistere, così continuò a camminare in silenzio.

***

Alla fermata dell’autobus, Sherry si rese conto di non avere il biglietto. Proprio in quel momento arrivò lo sgangherato e Harry tirò fuori da una tasca due biglietti.

«Tieni» disse allungandone uno verso di lei.

Sherry lo afferrò: «Grazie».

Salirono sull’autobus e si sedettero vicini. Lei, accanto al finestrino, cercava di non lanciargli un’occhiata ogni due secondi. Era sbalordita. “Come faceva a sapere che sarei venuta con lui? perché aveva due biglietti?” Certo, poteva essere un biglietto di scorta, ma Harry non aveva l’aria di essere molto generoso, con quel suo sguardo freddo. O magari lo era?

Anche lui stava giocherellando con il biglietto, ma muoveva le dita in modo febbrile. Sembrava nervoso. Sherry si chiese cosa questo potesse significare. “Sicuramente nulla di buono” pensò.

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Via delle nere era un viale alberato. La strada era larga, ai lati crescevano piante alte dal fusto grosso. Un cartello recava scritto “Blake Avenue”, con le ultime lettere scolorite.

Harry si diresse deciso verso un punto che lei non riusciva bene a localizzare. Intanto, dietro di loro, lo sgangherato ripartiva.

«Vieni?»

«Sì». Sherry si affrettò a seguirlo. Camminarono per un centinaio di metri, poi imboccarono una via secondaria di cui Sherry non lesse il nome.

La via era immersa in una penombra spettrale. Il sole scendeva a picco frantumandosi sui terrazzi delle case, senza riuscire a toccare il suolo. In quella stradina era quasi buio; eppure era giorno.

Sherry si guardò attorno con la fronte aggrottata. Una via così cupa non poteva nascondere nulla di buono.

«Cos’è che devi comprare?» chiese a un tratto, per rompere il silenzio inquietante che li circondava. Forse non era una buona domanda, ma al momento era l’unica che le veniva in mente. Poi era giusto che lei sapesse dove stavano andando, visto che non sembrava un luogo molto rassicurante. Cosa si poteva mai comprare in quel posto, a parte la droga?

Harry scosse la testa e non rispose. Era chiaro che non aveva intenzione di dirglielo. Perché allora l’aveva invitata ad andare con lui? “Magari ha paura”, pensò. Però non aveva l’aria di uno che ci era stato la prima volta. “È già venuto qua. Eppure non sembra tranquillo”. Questo non fu un pensiero rassicurante.

***

Harry si fermò davanti a un negozio all’apparenza innocuo.

Entrarono. Un vago odore di fumo aleggiava, ma nulla di insopportabile.

Lo seguì dentro una stanzetta al di là del bancone. Lì l’odore divenne più forte.

«Ragazzo, sei tu?» Una voce raschiante provenne da un angolo. Sherry distinse una figura che dava loro le spalle, in penombra. Era abbastanza inquietante.

«Sì, sono io signora Bekker». Harry rimase vicino alla porta, come se avesse paura di lei.

Quando la figura si volse, riemergendo dall’ombra, Sherry capì il motivo. La signora Bekker era più che inquietante. Sulla sessantina, ma con i capelli ancora corvini, le guance scavate e la pelle grigiastra; il suo volto era coperto da cicatrici orribili, che le deturpavano anche parte del collo. Sembrava un’orrenda maschera di Halloween.

«Ancora qui ragazzo?» gracchiò la signora Bekker in tono acido.

«Non vengo da due mesi» ribatté Harry. «Ho bisogno della roba». Il modo in cui sottolineò l’ultima parola, fece capire a Sherry quanto fosse importante e segreto quell’incontro. “Allora perché ha portato anche me?” Non riusciva a capire; troppi misteri.

«Due mesi è poco, ragazzo. I miei clienti di solito ridacchiano abbastanza prima di tornare». “Ridacchiano?”.

Harry fece una smorfia. Tirò fuori di tasca qualcosa e lo posò sopra a un tavolino lì accanto. «Ecco le sue risate, signora Bekker». Sherry sbirciò con la coda dell’occhio. Era un mazzo di soldi, piuttosto consistente. “Le risate sono soldi, quindi”.

La signora Bekker si avvicinò con passo baldanzoso. Esaminò la mazzetta. «Sì, sì, può andare. Per ora».

«Allora mi dia quello che mi serve». Harry sembrava impaziente. “Perché è così nervoso?”

La signora Bekker gli allungò una borsetta, comparsa magicamente nelle sue mani pallide. Sherry sentì il suo sguardo profondo e indagatore su di sé.

«Lo sai che è un affare segreto, vero ragazzo?» Alludeva a lei, non c’era dubbio.

«Segretissimo signora». Harry le scoccò uno sguardo glaciale. «Vieni». Sherry si sentì prendere per un braccio e trascinare fuori.

Appena usciti, l’odoro pesante di quel luogo le si scrollò di dosso e Sherry si sentì più leggera.

«Chi era quella donna?» chiese a Harry.

«Una trafficante».

«Di droga?» “Lo sapevo che c’era sotto la droga”.

«No! no, scherzi? Niente droga». “An…”

«E cosa allora?» insistette Sherry. Voleva sapere, la curiosità era troppa.

«Farmaci. Costosi».

“Farmaci?” Sherry era ancora più perplessa. «Farmaci? Perché non vai in farmacia?»

Harry indicò la borsetta: «Questi medicinali non si trovano in farmacia».

«Che medicinali sono?»

Lui la guardò gelido e Sherry capì di essersi spinta un po’ troppo in là. «Scusa, non volevo essere invadente».

Harry non rispose. S’incamminarono per la via di ritorno, mentre cadevano le prime gocce di pioggia.

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Seduta accanto a Harry, nello sgangherato di turno, rimuginò sulle informazione appena recepite. Quel ragazzo era bugiardo, di certo. Sapeva misteriosamente il suo cognome e mentiva su come l’aveva saputo, la prova era la cassetta della posta dove c’era scritto tutt’altro nome.

Poi la portava in quello strano posto da una vecchia ancora più inquietante di lui. “Ma come diavolo mi è venuto in mente di venire qui? Non poteva dirgli di no, farmi una passeggiata e tornarmene a casa tranquilla?” Adesso era divorata dalla curiosità, che a quanto pareva non riusciva a soddisfare. Harry era troppo misterioso.

«Ehi, Chantel, è ora di scendere». La sua voce la distolse bruscamente dai suoi pensieri. Si ripromise di fargli qualche domanda per strada.

***

«Tu non hai un ombrello?» fu la prima domanda che gli urlò contro.

«No! credevo fossero le ragazze quelle attrezzate».

«Attrezzate?» Sherry scoppiò a ridere. La pioggia scrosciava attorno a loro, ma non era così male. Faceva abbastanza caldo, a causa dell’umidità.

«Sì, insomma…» Harry indicò la sua borsa. «Di solito ci tenete di tutto».

Un sorriso si disegnò nelle sue labbra. Lo sgangherato ripartì schizzando acqua da tutte le parti. Allora Sherry rise di nuovo.

«Io non lo trovo divertente» ribatté lui, completamente fradicio.

Per tutta risposta, Sherry continuò a ridergli in faccia.

Si misero a correre sotto la pioggia, mezzo urlando e un po’ imprecando per quell’improvviso acquazzone. Però fu divertente; il momento più spensierato che Sherry ricordava da quando era andata ad abitare a Rosefall due settimane prima.

Anche lui sembrava divertirsi. Si guardavano da sotto le borse che tenevano sopra la testa; e, intanto, correvano.

Forse, dopotutto, il suo vicino di casa non era poi tanto strano.

***

«Sicuro di non volerti fermare? Sei tutto bagnato».

Lui scrollò le spalle: «Casa mia è troppo vicina. È meglio che vada». L’acqua gli scorreva addosso come tanti piccoli fiumi. I suoi capelli neri erano appiccicati al viso.

In quel momento, con quell’aspetto da pulcino bagnato, a Sherry sembrò dolce e divertente. Forse persino un po’ sexy, dato che la maglietta era incollata al suo corpo.

«Okay. Ci si vede allora».

«Ci si vede».

Sherry lo guardò correre via. Poi entrò di fretta per sfuggire a quella dannata pioggia.

Appena dentro la porta di casa, per terra, trovò un biglietto. Aggrottò la fronte. “E questo che ci fa qui?” Lo aprì. Era bagnato e spiegazzato, vergato in una calligrafia minuta, ma si leggeva comunque.

Lesse in fretta, curiosa.

 

È stato un pomeriggio piacevole. Vorrei tanto rifarlo. Presto.

B.

 

“B?” Sherry lo rilesse. Sì, diceva proprio così. “Chi cavolo è B?” Non ne aveva idea. Che fosse un biglietto di Harry? Ma perché avrebbe dovuto lasciarle un biglietto? “Vorrei tanto rifarlo…”.

Sherry sbatté le palpebre confusa. Poi, in un flashback, rivide l’etichetta scolorite, le due parole cancellate e quel nome. Quello sulla cassetta della posta. Blake. Adrian Blake.


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