Le lune di Chantel – capitolo 3 e capitolo 2 modificato

Un saluto a tutti e buon primo maggio, che non è ancora terminato ;), dalla vostra Erin Wings.
Oggi, come ben sapete, è venerdì e questo giorno, di solito, pubblico Le lune di Chantel. Ecco a voi, quindi, la terza “puntata”, più una sorpresina che forse non vi piacerà molto; cioè, la riscrittura della seconda parte. Questo perché non ero certa se volevo continuare con la prima o la terza persona, allora ho pubblicato con la prima persona. Poi ci ho ripensato. L’impresa è stata ardua, ma alla fine ho scelto di continuare il racconto in terza persona. Il motivo vi sarà chiaro più avanti.
LldC - copertina 7

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NOTE: 

Potrebbe esserci, anzi ci sarà sicuramente, qualche correzione e cambiamento in questo pezzo. Infatti, avendo scelto la terza persona, ho dovuto riscrivere la seconda parte apportando le adeguate modifiche. Chi volesse può saltare direttamente alla terza parte, ma lo sconsiglio vivamente, dato che inizia subito dopo la fine della seconda.

Okay, ho fatto un po’ di confusione ;), ora non mi resta che augurarvi buona lettura. Come sempre, vi prego di non risparmiarmi critiche e commenti vari.

Grazie di cuore,

-Irene Sartori (Erin Wings).

 Capitolo 2 – Rosefall

Seconda versione, in terza persona.

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Dai sedili posteriori, Sherry vide la vecchietta avventurarsi sulle strisce. Andava avanti a passo di lumaca, aggrappata al suo deambulatore. Giusto nel momento in cui arrivavano loro, con il taxi sparato a tutta velocità.

Sherry si lasciò sfuggire un gemito, sicura che il tassista non ce l’avrebbe mai fatta a fermarsi in tempo. Invece quello inchiodò, incollandola al sedile. “Dio santo”, imprecò Sherry tra sé. “È da quando siamo partiti da Estenbell, che tenta di farmi fuori. Ha un modo di guidare assurdo”. L’auto si fermò e lei rimase a guardare la vecchia, ancora incolume, finire di attraversare metà della strada. Solo allora si rese conto di essere arrivata, perché il tassista si era voltato a guardarla.

«Signorina, sono *2fo più 30 monete» lo sentì dire in tono calmo.

«Cosa?» strillò Sherry spalancando gli occhi. No, forse non aveva capito. «Può ripetere?»

«Ho detto» scandì il tassista, «che mi deve 2fo e 30 monete».

Lei si trattenne dal ridere, limitandosi ad assumere un’aria contrariata.

«Non le sembra esagerato?»

«No». Il tassista sembrava persino irritato. «Le ricordo, signorina, che le ho fatto fare, in pratica, tutto il giro della contea. E mi sono adeguato a ogni sua richiesta, come quella di fermarsi ogni cinque minuti».

“Cinque minuti. Esagerato.” In tutto il viaggio, durato quasi dodici ore, si erano fermati solo un paio di volte in più del normale.

«Va bene» cedette. Non le restava altro da fare che tirare fuori le banconote dalla borsa. Gliele tese con un gesto secco, mostrando tutta la sua irritazione.

Il tassista guardò le banconote e scosse la testa: «E le monete?»

“Oh, giusto”. «Scusi me n’ero quasi scordata». Pensava che almeno quelle potesse abbonargliele, ma lui la guardava in modo eloquente. Voleva tutti i suoi soldi.

Sherry tirò fuori 30 monete dorate e tintinnanti.

«Bene». Il tassista prese a contare, poi ficcò in tasca i soldi con sguardo soddisfatto. «Arrivederci signorina Moon».

«Addio». Sherry gli voltò le spalle, e lo sentì fare una risatina. Poco dopo il rumore del taxi, che partì sgommando, le rimbombò nelle orecchie. Lei stava guardando la casa che aveva davanti. A un primo sguardo sembrava graziosa. Era una costruzione bassa, stretta tra altre due case molto simili. Il colore crema le piaceva, un po’ meno i balconi marrone chiaro; sembravano fatti di nocciole sbiadite.


*2 fo e 30 monete: sono all’incirca 1010 euro e (o meglio ancora dollari) e 30 centesimi.


Il suo sguardo si soffermò un istante su un’abitazione un po’ più particolare, due case più in là: tetto coperto di tegole nere, dipinta di un beige invecchiato e scrostato. Era una casa alta, che sembrava non centrare nulla con quelle accanto alla sua. Osservò il cortile ampio, l’erba alta e gli alberi enormi. “Brutta, vecchia e poco curata. Sembra la casa delle streghe”, commento tra sé Sherry.

Distolse lo sguardo, volgendolo alle valigie. Erano tre, quindi le sarebbe toccato fare altri due giri. Ne sollevò una. Pesava parecchio. Avanzò nel cortile, piccolo ma grazioso. L’erba era tagliata, qualcuno doveva essersene occupato. I suoi le avevano detto così poco che non aveva la più pallida idea di come potesse essere quel posto. Per ora le sembrava tranquillo; Sherry pensò che sarebbe stato difficile abituarsi. Già le mancava il centro caotico di Estenbell.

Si diede un bel daffare per capire quali fossero le chiavi giuste, ma alla fine riuscì a trovarle. “Sono quelle più grandi, me lo devo ricordare”. Entrò, emozionata, mollò la valigia accanto alla porta. Cercò a tastoni sul muro e accese la luce. “Non male”. I suoi avevano sempre avuto buon gusto in fatto di arredamento. L’interno era veramente molto carino, anche se c’era poco mobilio e sembravano mancare parecchie cose.

Sherry si avvicinò all’enorme divano di pelle bianca e ci si tuffò. “Ottimo!” esclamò tra sé. “Manca solo… la tv”. Si era accorta, infatti, proprio in quel momento, che non c’era. La parete davanti a lei era sgombra, a parte un quadro un po’ pendente verso destra. “Bene, a quella penserò io”. Immaginò una bella, ultramoderna, lg bianca e le si allargò il volto in uno spontaneo sorriso.

Prima di tornare a prendere le altre valigie, fece un giro per l’appartamento. Era più grande di quanto si aspettasse; ci potevano vivere comodamente tre persone. “Ma non quattro”, pensò. “Mamma e papà devono avere pensato a un’altra casa per il trasferimento”. A quello, per ora, non voleva pensarci.

Si diresse in cucina e rimase delusa; era abbastanza moderna ed elegante, ma non rispecchiava molto i suoi gusti. Tanto acciaio, e questo le piaceva, ma era davvero tutto troppo bianco e grigio. “Basterà qualche tocco alla Sherry e diventerà perfetta”. Si sentiva stranamente euforica. Il suo appartamento. Tutto suo.

Si mise a preparare un panino. Poi uscì andò a prendere le altre valigie e chiuse la porta, lasciandosi Estenbell alle spalle. Mangiò seduta sul divano. Quel tavolo bianco in cucina era proprio insopportabile, almeno ai suoi occhi.

Finito di mangiare decise di uscire a fare un giro, per vedere la città. Stava per afferrare la maniglia, quando sentì suonare il campanello. “Chi sarà ora?” Apro, senza farmi problemi. “Sarà qualche vicino”, pensò. Davanti a lei si parò la figura imponente del temporale in arrivo. Lasciò vagare lo sguardo per il cortile, ma non vide nessuno. “Strano”. Questo le fece venire ancora più voglia di andare a fare una camminata. Prese il suo smartphone e lo ficcò in tasca. La borsa non le sarebbe servita.

S’inoltrò nelle stradine della periferia. Già chiamarla periferia era un complimento. “Comunque”, pensò Sherry, “il centro della città non sarà molto più grande”. E senza prendere un mezzo pubblico, di certo non ci sarebbe arrivata.

Gironzolando senza una meta, Sherry continuò ad avere l’impressione che qualcuno la seguisse. Eppure, quando si voltò, non vide nessuno a parte gli alberi scossi dal vento.

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Una settimana dopo.

Posò la forchetta, facendola tintinnare in modo fastidioso sul piatto. Decise di non avere voglia di cenare, quella sera. Si alzò e infilò le scarpe in fretta.

Fuori era caldo, più degli altri giorni. Colori cremisi e arancio infuocavano il cielo, ravvivando il grigiore delle nuvole.

Si chiuse la porta alle spalle. In quel momento Sherry sentì un urlo provenire dalla casa a fianco alla sua. Sobbalzò, ma l’urlo cessò all’istante; perciò fece finta di nulla e andò avanti per la sua strada.

«Ehi tu!» Sentì qualcuno gridare da lontano, dietro di lei. Si volse verso la voce. Era appena uscita dal cortile, non aveva nemmeno avuto il tempo di fare un passo fuori.

Vide un ragazzo che le correva incontro; forse veniva dalla casa dei vicini.

«Che vuoi?» gli urlò Sherry. Sembrava carino, a un primo sguardo. Ormai l’aveva raggiunta e le stava davanti.

«Sei la nuova vicina?» chiese in tono sbrigativo.

Sherry annuì. “Che diavolo vuole questo qui?” Però doveva ammettere che la sua bellezza, per un attimo, l’aveva spiazzata.

«Mi chiedevo se potevi farmi un favore». Il suo sguardo era gelido. La scrutava in modo ostile. Sherry notò che era parecchio alto e queste le piacque. Peccato che fosse davvero troppo magro.

«Che tipo di favore» sbottò, irritata. “Potrà anche essere bello, ma i suoi modi fanno proprio schifo”.

«Sai suonare il pianoforte?»

“Cosa?” La sua domanda la colse alla sprovvista. Stava per dirgli di sì, ma si frenò mordendosi la lingua. Non sapevo nulla di questo tizio, magari voleva farle del male.“Che m’importa se ha bisogno che qualcuno gli suoni il pianoforte? Io volevo solo fare una passeggiata”.

«No» rispose Sherry in tono secco. L’espressione del ragazzo cambiò all’improvviso. Da gelida divenne disperata. Eppure lei decise di non mollare. «Mi dispiace» disse.

L’altro non rispose. Annuì. I suoi occhi erano di ghiaccio e Sherry notò solo allora le occhiaie scure, quasi violacee, che li contornavano. Ebbe l’impressione che fosse pazzo, oppure drogato. Gli volse le spalle. “Questo ha problemi seri, e non centra nulla con il pianoforte”.

Sherry continuò a camminare, sperando che non la seguisse. Quando si volse, il pazzoide era sparito. “Davvero ho un vicino di casa mezzo matto?” Penso che, forse, avrebbe dovuto avvisare i suoi, ma respinse subito l’idea; era meglio non farli preoccupare.

Più tardi, riavvicinandosi alla casa, le sembrò quasi che ci fosse una musica di sottofondo, a dare ritmo ai suoi passi svelti. Era inquietante, come la colonna sonora del film “L’esorcista”. Ripensò a quel ragazzo, ai suoi occhi freddi, disperati. “Dormirò stanotte?”

Il mattino dopo, Sherry si svegliò tranquilla e riposata. Non era successo niente, dopotutto. Fece colazione con pane tostato e uova, poi si preparò per fare un giro in centro. Aveva ancora una tv da comprare.

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FINE CAPITOLO

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Capitolo 3 – Il vicino

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Prima di uscire, si diede un’occhiata nello specchio rotondo del bagno. Aveva legato i capelli in una coda di cavallo e non aveva messo trucco in viso. Non c’era bisogno di enfatizzare i suoi occhi verdi da cerbiatta, né di alcuna correzione alla sua pelle d’alabastro. Si era vestita in modo normale: leggings e una t-shirt con le sue converse bianche.

Uscì da casa carica di energia e di soldi. I suoi, per fortuna, gliene avevano lasciati abbastanza per fare compere varie e mantenersi per un po’ di tempo.

Decise che avrebbe preso l’autobus, ma ignorò la fermata a in fondo alla sua via e imboccò la strada che portava verso il centro. Lì, più avanti, doveva esserci un’altra fermata. Avrebbe preso l’autobus là. Aveva voglia di camminare.

Il mezzo ingombrante sgangherato, come lo chiamava Chris, arrivò puntualmente in ritardo. Sherry si ritrovò a pensare all’amico. Chris, da quant’era che non lo vedeva? Almeno cinque anni, da quando si era trasferito in un’altra città.

Salì sull’autobus, scacciando l’immagine dei suoi occhi azzurri. Non avrebbe più trovato un amico come lui.

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Il centro di Rosefall, come si era immaginata, era piccolo e triste. Non mancavano i negozi, né i bar e c’era anche una fontanella nel mezzo della piazza, ma non era nulla in confronto a Estenbell.

Sherry si guardò attorno, appena scesa dallo sgangherato. Non c’era quasi nessuno. Un uomo leggeva il giornale seduto su una panchina, un paio di donne uscivano chiacchierando da un salone di estetica; un bambino e la sua mamma erano appena entrati nella pasticceria e una vecchia camminava aiutata dal suo deambulatore.

Il resto era silenzio, cupo e rotto solo da qualche chiacchiera distante. Non metteva molta voglia di fare shopping ma Sherry si diresse comunque al primo negozio che vide. Nessuna marca grossa, ma questo non le importava più di tanto.

Alla fine decise che avrebbe comprato la tv un’altra volta. Poteva anche ordinarla su internet, no?

Quando salì sull’autobus, portava con sé un paio di borse. Di certo non erano gli acquisti che si permettevano le ragazze di Estenbell, tutte Gucci e Armani. Ricordò l’ultima volta che era stata a fare shopping con Amanda e Julia, insieme ad altre due oche che nemmeno aveva degnato di uno sguardo. Loro compravano davvero tanto, e di marche molto costose. “Anch’io potrei permettermele”, si disse Sherry. Ma lei non voleva essere come loro. Per fortuna se n’era liberata; l’unico lato positivo del trasferimento.

Scendendo dallo sgangherato, Sherry per poco non prese un colpo. Quando alzò lo sguardo, i suoi occhi incontrarono quelle freddi del “ragazzo strano”. Era in piedi, la schiena appoggiata al palo della luce, una sigaretta in bocca e lo sguardo da fatto. Non la salutò e Sherry fece solo un cenno con la testa, poi scivolò via senza voltarsi indietro. Che diavolo voleva quel tizio? La stava seguendo? Mille domande le frullarono per la testa.

Arrivata all’inizio di Paper Street, Sherry si girò a guardare. La sua via era immersa nel silenzio. Nessuna la seguiva, bene. Si sentiva in ansia come non le capitava da tempo. Con le borse strette in mano, corse verso casa.

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Il giorno dopo Sherry lo passò sul divano, a sgranocchiare pop-corn e guardare film d’amore sul suo PC. Lo faceva tutti gli anni, il primo di luglio, per festeggiare l’inizio vero e proprio delle vacanze estive. Lì a Rosefall, però, era tutto fuorché caldo e il PC non era bello quanto la tv di papà.

Stava per terminare l’ultima scena di Titanic, quando Sherry sentì suonare il campanello. Le sue dita si bloccarono a due centimetri dalla bocca, e i pop-corn finirono a rotolare sui suoi leggings fino al pavimento. Chiuse il portatile di riflesso, abbandonò i pop-corn e corse alla finestra. La prima volta che qualcuno aveva suonata, Sherry non aveva visto nessuno, ma ora lo vedeva più che bene. “Il pazzoide”. Uno strano terrore unito a all’angoscia le s’insinuò nel basso ventre. “Oh Dio, e adesso che faccio?” Il campanello suonò di nuovo. Sherry aprì e corse fuori. Non aveva intenzione di farlo entrare in casa.

«Ciao» la salutò lui, unendo la sua voce con un gesto meccanico della mano.

«Ehm… ciao». Sherry si ficcò le mani nelle tasche dei jeans, ma si accorse che pure lui lo stava facendo, perciò si affrettò a sistemarle lungo i fianchi. Così si sentiva mezza scema.

«Che ci fai qui?» la sua voce risuonò più acida di quanto avrebbe voluto. “Maledizione!” Pazzoide o no, restava comunque uno dei ragazzi più alti con cui avesse mai parlato, a parte Chris.

«Ecco… prima ti ho visto scendere dall’autobus e pensavo che… insomma, sono stato poco gentile a non salutarti».

“Cosa? Okay, questo ha problemi molto seri”. «Fa nulla, non preoccuparti».

«Bene, allora forse potresti fare due passi con me».

La sua proposta la lasciò di stucco: «Con te? adesso?»

«Se non hai altro da fare».

Sherry guardò la porta ancora aperta alle sue spalle. Pensò ai suoi pop-corn che l’aspettavano nel divano. “Caspita e ora che faccio? potrei dirgli che ho un impegno, ma poi non mi vedrebbe uscire e allora…”. «Va bene. Vengo».

Ancora una volta era costretta a cedere, come con il tassista.

«Vado a chiudere la porta e arrivo».

Camminavano sul marciapiede, fianco a fianco come fossero amici. Il sole era un pallido cerchio nel cielo coperto di nuvole.

Sherry si sentiva a disagio. Era da un po’ che camminavano, e non si erano ancora detti nulla. Cosa voleva da lei quel ragazzo?

«Allora, tu vivi qui?»

L’altro la guardò, come sorpreso dalla sua domanda: «Sì, abito nella casa in fondo alla via».

“La casa delle streghe”. Sherry quasi trasalì. Come poteva non essere pazzo uno che abitava in una casa del genere?

«Abbastanza vicino, allora» commentò. Quella casa, in effetti, era a una cinquantina di metri dal suo appartamento. Anche troppo vicina.

«Sei qui per le vacanze?» chiese lui all’improvviso.

«C’è qualcuno che viene a trascorrere le vacanze qui?» Sherry aggrottò la fronte. «Sul serio?»

Sulle labbra del ragazzo spuntò un sorriso. «No, nessuno verrebbe a stare qua per le vacanze».

«E allora perché me l’hai chiesto?»

«Beh, non molti vengono ad abitare in questo posto».

Su questo Sherry non ne dubitava. C’erano dei bei quartieri in periferia, li aveva visti passeggiando, ma dove abitava lei non era certo una meraviglia. In quel momento si chiese perché i suoi genitori le avevano comprato un appartamento proprio là.

«Quindi non sei di Rosefall». Il ragazzo tirò fuori una sigaretta dalla tasca dei jeans. Guardando le sue mani volare da una tasca all’altra per prendere l’accendino, Sherry notò che i suoi vestiti era ridotti male; i jeans erano consunti, la t-shirt di un grigio slavato.

Accese la sigaretta e prese una boccata di fumo: «Allora?»

Sherry si riscosse. Non si erano nemmeno resa conto di continuare a fissargli le tasche dei pantaloni. Lui la stava guardando con occhi di ghiaccio. «Sì. Cioè… no».

Il ragazzo aggrottò la fronte, perplesso, ma gli sfuggì un altro sorriso. Sherry decise che così, sorridente, era decisamente più carino. «No» ripeté. «Non sono di qui. Vengo da Estenbell».

Lui inspirò ancora fumo, le labbra strette sulla sigaretta. “Perché gli fisso le labbra?” Sherry scosse la testa. Si sentiva una stupida. Quel ragazzo non le piaceva, ma qualcosa in lui sembrava attrarla.

«È un po’ lontana Estenbell».

«Sì».

Sherry vide che erano arrivati in Billy Clarke Street, la via che conduceva fuori dalla periferia. «Dove stiamo andando?» chiese.

«Da nessuna parte».

«Perché mi hai chiesto di fare una passeggiata con me?» La domanda le uscì senza che lo volesse. Sherry se ne vergognò, ma ormai era troppo tardi.

Lui, però, non parve turbato. Il suo sguardo si rabbuiò, ma la freddezza dei suoi occhi parve addolcirsi. «Non avevo altro da fare».

Si fermarono, nell’incrocio tra Billy Clarke Street e la Redfort road. Sherry rimase a guardarlo fumare la sua sigaretta, in silenzio. Le parve ancora più strano, quando le rivolse uno sguardo diverso dagli altri. C’era qualcosa di dolce nei suoi occhi, come se avesse finalmente riacquistato la gentilezza che gli serviva.

«Non mi hai ancora detto il tuo nome» gli fece notare Sherry.

«È vero». Il ragazzo finì la sigaretta; ma non la gettò a terra, come lei si sarebbe aspettata. Invece, si assicurò che fosse spenta e se la ricacciò in tasca. «Nemmeno tu lo hai fatto, però».

«Sei tu che mi hai invitata a camminare con te. Quindi devi presentarti per primo».

Lui alzò le spalle: «Harry. Mi chiamo Harry».

«Io sono Sh…» Stava per dire il suo nome, quando si fermò, colpita da un dettaglio. “Harry, Sherry. Suona piuttosto male”. Indugiò un attimo, poi disse: «Chantel. È questo il mio nome».

«Bene. Chantel. Moon, mi pare».

Sherry aggrottò la fronte: «Cosa? Come fai a saperlo?»

«C’è scritto nella cassetta della posta». Il ragazzo, o meglio Harry, frugò in tasca in cerca del pacchetto di sigarette. Voleva fumarsene un’altra? Sherry non sapeva se essere più perplessa per quello o per quell’ultima informazione. Nemmeno sapeva di avere una cassetta della posta; non ci aveva ancora fatto caso.

«Quindi tu sapevi già il mio nome».

L’altro annuì. Estrasse il pacchetto con un gesto febbrile, impaziente, ma di sigarette non ce n’erano più. Lo rimise in tasca, un’espressione di strano sollievo mista a rabbia sul volto pallido.

«Okay, quindi ora possiamo spostarci da qui, no?» Sherry riprese a camminare, per allontanarsi un attimo da lui. Le metteva addosso una strana soggezione.

Fecero la strada di ritorno in silenzio. Harry si era ficcato in bocca il mozzicone spento di sigaretta, e lo torturava mordendosi le labbra. Sherry lo guardava con la coda dell’occhio. Quel ragazzo le ispirava ben poca fiducia.

Quando imboccarono Blake Street, lasciandosi Paper Street alle spalle, Harry si fermò. Tirò fuori come dal nulla un cellulare, ridotto peggio di lui, e sbarrò gli occhi. «Cazzo» lo sentì imprecare sottovoce. Sembrava preso dal panico.

«Ehi, tutto apposto?» chiese Sherry, perplessa.

Lui sembrò riscuotersi: «S-sì, tutto bene. È solo tardi, devo solo tornare a casa».

«An, va bene».

«Ti accompagnerei, ma…»

«Non importa, non preoccuparti». Sherry cercò di fare un sorriso di rassicurazione, ma lui non sembrò affatto rassicurato.

«Ci si vede». Corse via, salutandola frettolosamente con un cenno della mano, il cellulare ancora tra le dita.

Sherry rimase lì, impalata. Cosa poteva esserci di così impellente da non potergli nemmeno permettere di accompagnarla a casa? Non che le dispiacesse, ma la lasciò alquanto sbigottita.

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Quella sera, dopo cena, Sherry si rifugiò nel suo letto pieno di cuscini. Le piaceva quella camera. Anche se non era come quella di casa sua a Estenbell, le rassomigliava molto.

Mentre si arrotolava una ciocca di capelli tra le dita, si ritrovò a pensare a quello strano ragazzo. Quel giorno non le era sembrato troppo drogato; eppure fumava, e aveva pure finito il pacchetto di sigarette.

Era l’unico vicino di casa che aveva conosciuto, per ora, e più lo conosceva più le sembrava sempre più strano. L’unica cosa normale di lui era il suo nome. Harry.

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Grazie per la lettura, 🙂 dichiaro aperti i commenti!
Buon weekend dalla vostra Erin Wings!

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