Le lune di Chantel – capitolo 2

In questa “puntata”, Chantel giungerà nella nuova città. Molte novità l’aspettano, a Rosefall, nell’estate ormai agli inizi.
Cosa accadrà una volta arrivata?

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CAPITOLO 2- Rosefall

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Il taxi si ferma davanti alle strisce, giusto nel momento in cui una tranquilla vecchietta passa aggrappata al suo deambulatore. Il tassista inchioda, incollandomi al sedile. “Dio santo”, impreco tra me. È da quando siamo partiti da Estenbell, che tenta di farmi fuori. Ha un modo di guidare assurdo.

«Signorina, sono *2fo più 30 monete» mi dice in tono calmo.

«Cosa?» strillo io. Spalanco gli occhi. Penso di non avere capito bene. «Può ripetere?»

«Ho detto» scandisce il tassista, «che mi deve 2fo e 30 monete».

Mi viene da ridere, ma mi limito ad assumere un’aria contrariata. «Non le sembra esagerato?»

«No». Il tassista sembra persino irritato. «Le ricordo, signorina, che le ho fatto fare, in pratica, tutto il giro della contea. E mi sono adeguato alle sue richieste di fermarsi ogni cinque minuti».

“Ogni cinque minuti, esagerato!” In tutto il viaggio, durato quasi dodici ore, ci saremo fermati solo un paio di volte in più del normale.

«Va bene» cedo. Non mi resta altro da fare che tirare fuori le banconote dalla borsa. Gliele tendo con un gesto secco, mostrando tutta la mia irritazione.

«E le monete?»

“Oh, giusto”. Penso che almeno quelle potrebbe abbonarmele, ma lui mi guarda in modo eloquente. Vuole tutti i suoi soldi. Tiro fuori 30 monete dorate e tintinnanti.

«Bene. Arrivederci, signorina».

«Addio». Gli volto le spalle e lo sento fare una risatina. Il rumore del taxi, che parte sgommando, mi rimbomba nelle orecchie, mentre guardo la casetta davanti a me. A un primo sguardo sembra graziosa. È una costruzione bassa, stretta tra altre due case molto simili. Il colore crema mi piace, un po’ meno i balconi marrone chiaro; sembrano fatti di nocciole sbiadite. Il mio sguardo si sofferma un istante su un’abitazione un po’ più particolare, due case più in là: tetto coperto di tegole nere, dipinta di un beige invecchiato e scrostato. È una casa alta, che sembra non centrare nulla con le quelle accanto alla mia. Osservo il cortile ampio, l’erba alta e gli alberi enormi. “Brutta e poco curata. Sembra la casa delle streghe”, commento tra me.

Sollevo una valigia. Sono tre, quindi mi toccherà fare altri due giri, perché pesano parecchio. Avanzo nel piccolo, ma grazioso, cortile. L’erba è tagliata, qualcuno deve essersene occupato. I miei mi hanno detto così poco che non ho la più pallida idea di come possa essere questo posto. Per ora mi sembra tranquillo e penso che sarà difficili abituarmi. Già mi manca il centro caotico di Estenbell.

Entro, dandomi un bel daffare per capire quali siano le chiavi giuste. Sono quelle più grandi, me lo devo ricordare. Mollo la valigia accanto alla porta, che lascio aperta. Accendo la luce. “Non male”. I miei hanno sempre avuto buon gusto in fatto di arredamento. È veramente molto carino, anche se c’è poco mobilio e mancano parecchie cose.

Mi avvicino all’enorme divano di pelle bianca e mi ci tuffo. “Ottimo, manca solo la tv”. Mi accorgo, infatti, che non c’è. La parete davanti a me è sgombra, a parte un quadro un po’ pendente verso destra. “Bene, a quella penserò io”. Immagino una bella, ultramoderna, lg bianca e mi si allarga il volto in uno spontaneo sorriso.

Prima di tornare a prendere le altre valigie, faccio un giro per l’appartamento. È più grande di quanto mi aspettassi; ci possono vivere comodamente tre persone. “Ma non quattro” penso. I miei devono aver pensato a un’altra casa per il trasferimento. A quello, per ora, non voglio pensarci.

Mi dirigo in cucina. Pensavo meglio; è abbastanza moderna ed elegante, ma non rispecchia molto i miei gusti. Tanto acciaio, e questo mi piace, ma è davvero tutto troppo bianco e grigio. “Basterà qualche tocco alla Chantel.” Mi sento stranamente euforica. Il mio appartamento. Mio.

Preparo un panino, poi vado a prendere le valigie e chiudo la porta, lasciandomi Estenbell alle spalle. Mangio seduta sul divano. Quel tavolo bianco in cucina proprio non lo sopporto. Poi esco per fare un giro; voglio vedere la città.

Sto per afferrare la maniglia della porta, quando qualcuno suona al campanello. Chi sarà ora? Apro, senza farmi problemi. Davanti a me si para la figura imponente del temporale in arrivo, ma, quando guardo nel cortile, non vedo nessuno. “Strano”. Questo mi fa venire ancora più voglia di andare a fare una camminata. Prendo il mio smartphone e lo ficco in tasca. La borsa non mi servirà. M’inoltro nelle stradine della periferia. Già chiamarla periferia è un complimento. Comunque penso che il centro della città non sia molto più grande.

Mentre gironzolo senza una meta, ho la continua impressione che qualcuno mi stia seguendo. Eppure, quando mi volto, non vedo nessuno a parte gli alberi scossi dal vento.

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Una settimana dopo.

Poso la forchetta, facendola tintinnare in modo fastidioso sul piatto. Decido che non ho voglia di cenare, stasera. Mi alzo e infilo le scarpe in fretta.

Fuori fa caldo, più degli altri giorni. Colori cremisi e arancio infuocano il cielo, ravvivando il grigiore delle nuvole.

Mi chiudo la porta alle spalle. In quel momento sento un urlo provenire dalla casa a fianco alla mia. Sobbalzo, ma cessa all’istante, perciò faccio finta di niente e vado avanti per la mia strada.

«Ehi tu!» grida qualcuno da lontano, dietro di me. Mi volto. Sono a un passo fuori dal cortile. Un ragazzo mi corre incontro; penso venga dalla casa dei vicini.

«Che vuoi?» gli urlo. Sembra carino, a un primo sguardo; è moro e ora mi sta davanti.

«Sei la nuova vicina?»

Annuisco. Che diavolo vuole questo qui? Però devo ammettere che la sua bellezza, per un attimo, mi spiazza.

«Mi chiedevo se potevi farmi un favore». Il suo sguardo è gelido. Mi scruta in modo ostile. Noto che è parecchio alto e questo mi fa piacere. Peccato che sia troppo magro.

«Che tipo di favore?» sbotto irritata. Potrà essere anche bello, ma i suoi modi sgarbati non mi piacciono per niente.

«Sai suonare il pianoforte?»

“Cosa?” La sua domanda mi coglie proprio alla sprovvista. Sto per dirgli di sì, quando mi freno mordendomi la lingua. Non so niente di questo tizio, magari mi vuole fare del male. Che m’importa se ha bisogno di qualcuno che gli suoni il pianoforte? Io volevo solo fare una passeggiata.

«No» rispondo in tono secco. La sua espressione cambia d’improvviso. Da gelida diventa disperata. Eppure non mollo.

«Mi dispiace».

Il ragazzo non risponde. Annuisce. I suoi occhi sono ghiaccio e noto solo ora le occhiaie scure, quasi violacee, che li contornano. Sembra pazzo, oppure drogato. Gli volto le spalle. “Questo qui ha problemi seri e non centra niente con il pianoforte.”

Continuo a camminare; spero solo che non mi segua. Quando mi volto, il pazzoide è sparito. Davvero ho un vicino di casa mezzo matto? Mi sa proprio che dovrei avvisare i miei genitori.

Riavvicinandomi alla casa, mi sembra quasi che ci sia una musica di sottofondo a dare ritmo ai miei passi svelti. È inquietante, come la colonna sonora del film “L’esorcista”. Ripenso a quel ragazzo, ai suoi occhi freddi, disperati. Dormirò stanotte?

Il mattino mi sveglio tranquilla. Non è successo niente, dopotutto.

Faccio colazione con pane tostato e uova, poi mi preparo per fare un giro in centro. Ho ancora una tv da comprare.

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NOTA.

*2 fo e 30 monete: sono all’incirca 1010 euro e (o meglio ancora dollari) e 30 centesimi.

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Come se la caverà Chantel con il nuovo vicino “strano” della casa delle streghe? Si abituerà alla vita nella piccola cittadina di Rosefall? Troverà l’amore?

Lo vedremo il prossimo venerdì, qui su Ali di pergamena.

N.d.A

Indecisa se continuare con la terza persona o non, per la seconda “puntata” ho optato per la prima. So che non si dovrebbe cambiare persona in un testo, ma avevo bisogno della vostra opinione. Per ciò lasciatevi andare ai commenti, mi raccomando. Grazie, come sempre,

Erin Wings

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